venerdì 19 gennaio 2018

UN GIORNALISMO CHE STRIZZA L'OCCHIO AI SOSTENITORI DELL'EUROPA

Risultati immagini per giornalismo schierato
Lasciando da parte quotidiani politici che sono direttamente la voce dei vari partiti,pur essendocene sempre,meno ma in quota salgono i vari giornali monnezza tipo Il giornale o Libero per la destra del padrone Berluscojoni e La Repubblica per il Pd che perde colpi ogni giorno che esce,un giornalismo fatto di onestà intellettuale che presenta senza pregiudizi i punti di una campagna elettorale latita.
Certo il commento e un'analisi ci stanno,di solito le fanno i direttori e gli opinionisti,chi urlando o chi lo fa più sommessamente e sapientemente,ma la tirata fino alle prossime elezioni,fortunatamente più vicine di quanto si possa credere,è questione di cambiamenti che arrivano ogni ora.
Ce ne accorgiamo tutti,le reti Mediaset e i suoi notiziari ma farciture politiche ci sono pure in show televisivi,per quanto tenda a non seguirli parlano da mesi di un incandidabile che viene proiettato costantemente sulle tv del biscione,resuscitato da Renzi,anch'egli in bella mostra assieme ai grillini.
Per il resto poche apparizioni se non nessuna,e l'articolo preso da Contropiano(giornalismo-pig-del-corriere-della-sera )prendendo spunto da uno dei quotidiani più autorevoli(una volta forse),il Corriere della Sera,parla dell'andazzo giornalistico di questo periodo.
Innanzitutto diciamo che i tre pretendenti al trono del prossimo governo,la destra,il M5s e il Pd(messi in ordine di favoritismo elettorale almeno al giorno d'oggi)sono tutti per l'Europa unita e per l'Euro,da quando l'incandidabile ha messo a tacere tirando il guinzaglio i post fascisti Salvini e Meloni,il Pd da sempre è favorevole all'austerità europea mentre nonostante tentativi di voci fuori dal coro anche i Cinquestelle sono dalla parte dell'Ue.
Poi c'è Gori che apprezza dell'Utri,la new entry leghista Bongiorno che loda Andreotti(lo difese pure da avvocato),un Fiscal Compact che è ormai una garanzia perenne(gli unici"onesti"sul tema delle tasse sono quelli del Pd,nel senso che se le cose stanno così è dura fare miracoli)ed il gioco è fatto:chiunque andrà al potere avrà tra i coglioni ancora l'Europa.
Poi c'è chi di Bruxelles non vuole proprio sentire tipo Potere al Popolo,mina vagante che però sarà impossibile vederla al Parlamento perché progetto troppo giovane e come tutto quello che di buono può esserci nella sinistra vera si autosopprimerà alquanto a breve termine(sperando di essere smentito).


Il giornalismo “pig” del Corriere della Sera.

di  Dante Barontini 
Da tempo immemorabile, se uno vuol capire cosa sta covando nei “salotti importanti” dell’establishment nazionale, bisogna leggere con attenzione il Corriere della Sera.
Volete un esercizio di lettura? Facciamolo, allora, sul numero in edicola oggi, 19 gennaio.
Titolo principale: “Collegi, ecco le previsioni”, per rassicurare che in fondo non ci sarà alcun cambiamento reale come conseguenza del voto. Il centrodestra, infatti, viene spiegato come una forza ormai pienamente affidabile sul piano europeo e dei mercati. C’è “l’intesa sul programma” tra Berlusconi, Salvini e Meloni; che significa silenziatore alle sparate anti-Ue dei due monelli, finalmente tornati alla corte dell’anziano nonno. A confermare l’addomesticamento sostanziale del verro leghista c’è anche un’intervista all’avvocato delle cause da prima pagina, Giulia Buongiorno, che dopo aver sperimentato la politica con Gianfranco Fini ora si candida con la Lega giurando che Salvini “è concreto, come Giulio Andreotti”. Un nome, una garanzia…

A dare il tono rassicurante c’è il retroscena dell’informatissimo Federico Fubini, “La quiete dei mercati: basta che l’Italia resti nell’euro”. Contrariamente a quanto avvenuto in Olanda e Francia, dove alle recenti elezioni erano in campo formazioni euroscettiche piuttosto forti (quelle di Melenchon e Le Pen, su fronti completamente contrapposti, e quella di Geert Wilders), oggi in Italia questo pericolo non c’è. In fondo, domata la Lega, anche il Movimento 5 Stelle in versione Di Maio appare molto più appecoronato verso i poteri che contano (non si cambia il simbolo e non si va per caso negli Usa, a Cernobbio e da San Gennaro, prima delle elezioni). Ci sarebbe una forza potenzialmente pericolosa, ma sta muovendo solo ora i primi passi (Potere al Popolo, ovviamente); quindi è meglio non parlarne proprio, secondo il più antico precetto dell’autentico media di regime.
Il clou ideologico del Corsera è, come spesso accade, affidato a Giavazzi e Alesina, economisti della cattedra, sostenitori della teoria dell’”austerità espansiva” anche e soprattutto a dispetto delle verifiche empiriche negative. Nessun paese sottoposto a un regime di tagli di spesa e investimenti, privatizzazioni, ecc, è riuscito a rialzarsi. L’ultimo esempio viene dal Portogallo, che ha fatto alcune delle cose che sarebbero vietate da questa teoria, sorprendendo e perplimendo persino gli austeri censori de IlSole24Ore.

I due ideologi firmano un editoriale dal titolo apodittico: “Il rigore non è un freno”. Non è un un tema scelto a caso. In questi giorni tutte le coalizioni in lizza per le elezioni – tranne la solitaria Emma Bonino – hanno mostrato preoccupazioni per l’ingresso in vigore, con la legge di stabilità di quest’anno, del Fiscal Compact come “legge europea ordinaria”. Significa, in poche parole, che scomparirà anche quel margine di “flessibilità” contrattato annualmente tra i singoli governi nazionali e la Commissione Europea; e soprattutto che bisognerà metter su una manovra da minimo 50 miliardi l’anno per venti anni consecutivi allo scopo – onirico – di ridurre il debito pubblico.
Con un salasso così imponente, anche il più venduto dei politicanti nostrani si rende conto che avrà parecchie difficoltà di gestione, sia nel ripartire le amputazioni ai capitoli di spesa pubblica, sia nel “nutrire” le proprie clientele.
Dubbi che i due provano a fugare subito: “Quelle regole europee che vengono presentate come una rigida camicia imposta ai nostri conti pubblici, regole che sembrano esigere solo sacrifici, sono invece quelle che oggi possono permetterci di guardare al futuro con sufficiente tranquillità. Troppo spesso si confonde il rigore sui conti pubblici come un freno allo sviluppo. Non è vero. È grazie alla prudenza fiscale seguita quando l’economia va bene che, nel momento in cui arriva una recessione, si possono usare tasse e spesa per attenuarne gli effetti sulle famiglie”.

Non è mai avvenuto da nessuna parte, ma non fa niente. Questo è il Verbo, questo è il testo su cui bisogna fare professione di fede…
La voce più forte e radicale contro il Fiscal Compact arriva, come detto, da Potere al Popolo, che ieri ha presentato la lista nella Sala stampa della Camera. Logicamente, un giornale come il Corsera preferisce non dare neanche la notizia.
Non ce ne stiamo affatto lamentando. Ogni giornale si distingue in primo luogo per la selezione delle notizie da offrire al suo pubblico, e in secondo luogo per come le “cucina”. E’ perfettamente legittimo e un principio fondamentale del pluralismo politico-informativo.

Ma il Corsera fa qualcosa di più che censurare un notizia sgradita. Sceglie infatti proprio la giornata della “presentazione in pubblico” per far parlare invece… Marco Ferrando. Ovvero il capo assoluto del Pcl, piccola formazione troskista a suo tempo uscita da Rifondazione, che difficilmente riuscirà a raccogliere le firme per presentarsi in solitaria a queste elezioni. Cosa aveva di così fondamentale da dire, il buon Ferrando, secondo il Corsera? Nulla di serio. Lui stesso, dichiarando “L’obiettivo? La rivoluzione d’ottobre”, ammette di scherzare. E allora? Al Corsera basta quella frasetta velenosa contro Potere al Popolo, messa proprio in chiusura: in Potere al Popolo “c’è Rifondazione Comunista”. Ovvero proprio quel che serve, al giornale dei padroni, per derubricare la coalizione sociale delle situazioni di lotta – supportata anche da formazioni politiche molto diverse (Prc, Pci, Eurostop, Rete dei Comunisti, ecc) – a banale lifting dei soliti noti.

Il giornalismo pig si manifesta anche così, utilizzando competitor – per quanto improbabili, quantitativamente – per combattere il nemico principale…

mercoledì 17 gennaio 2018

MOSCOVICI E LA LETTERA PER L'ITALIA


Risultati immagini per moscovici
La presa di posizione del Commissario europeo per gli affari economici e monetari,il socialista Pierre Moscovici,ha come il suono di una sveglia verso la campagna elettorale italiana,nel senso che stiamo(stanno per dirla meglio)promettendo ciò che non si può soprattutto per la questione delle tasse,ma c'è stata una doverosa tirata d'orecchi per Fontana(madn fontana-il-moderatto )e una strigliata per gli stessi leghisti e all'altro partito populista,il M5s,che un giorno vuole l'Euro e l'altro no.
Praticamente in tutta Europa guardano con molta attenzione il voto italiano del 4 marzo,e lo stesso Moscovici sostiene il discorso del collega Padoan(ministri economici)che,entrambe sostenitori dell'Europa Unita,dicono che sia inutile promettere tagli quando poi l'Ue chiede il conto.
E questo calcolo sarà subito richiesto per chiunque vinca a primavera e con gli interessi:infatti c'è già pronta nel cassetto la letterina di richiamo per l'Italia visto che la legge di stabilità 2018 non piace al Commissario e ai poteri forti europei,per non parlare del debito pubblico che è ancora troppo alto per i diktat di Bruxelles.
Ovvio che la soluzione più facile sia quella di uscire dall'Euro e dall'Europa,ma gli altrettanto poteri forti italiani non hanno per ora intenzione minima di ottemperare alle richieste che via via si stanno sempre facendo più insistenti da parte del popolo,articolo di Contropiano(monito-moscovici-allitalia ).

Il monito di Moscovici all’Italia: “Votate pure, vi aspettiamo a Primavera”.

di  Stefano Porcari 
Italia, Catalogna e Germania turbano i sonni delle oligarchie europee. Il Commissario Europeo Moscovici nella sua conferenza stampa per il nuovo anno, ha parlato di tre rischi che incombono sull’Unione Europea e che “potrebbero portare nel maggio del 2019 a delle elezioni europee più difficili del previsto”, e fra questi rischi in primo piano segnala quello di avere un esito incerto o non gradito alle imminenti elezioni politiche in Italia.

“Il primo rischio è politico: l’Europa – ha osservato Moscovici – ha per sua natura orrore del vuoto, che è ancora più paralizzante della mancanza di consenso. Non ci nascondiamo che governare diversi grandi paesi dell’Ue è oggi complicato. L’Italia – ha ricordato – si prepara a delle elezioni incerte: su quale maggioranza, su quale programma europeo sfoceranno, mentre la situazione economica del Paese non è certamente la migliore nella zona euro? Felice chi può dirlo oggi”.

E’ bene non dimenticare mai che la Commissione Europea ha messo nel mirino la legge di stabilità 2018 varata dal governo italiano, perché rischia di non rispettare le ferree regole del Patto di Stabilità ed ha annunciato già per primavera “una lettera di richiamo” sul debito pubblico, troppo alto, e sul deficit strutturale che migliora solo marginalmente come indicato già nelle previsioni economiche. Il Governo italiano deve fare di più per abbattere il debito, e deve farlo entro la primavera perché ci sarà un nuovo esame. Con il rischio, come l’anno scorso, che si apra una procedura d’infrazione se la deviazione dei conti continuerà ad essere giudicata eccessiva. La Commissione ha informato l’Italia che in primavera verrà riesaminato il rispetto dei criteri del debito sulla base dei dati finali del 2017 e della manovra approvata dal Parlamento a dicembre. Un modo per rinviare la palla al prossimo governo che uscirà dalle elezioni del 4 marzo ed evitare misure lacrime e sangue durante la campagna elettorale.

Il commissario ha poi citato le altre ipoteche che incombono sul dogma della stabilità delle oligarchie europee.  C’è quella in cui si trova “il governo minoritario spagnolo, che deve fronteggiare la crisi catalana, archetipo di tutte le crisi regionali in Europa”. Infine, ma non certo per importanza, la vicenda del tormentato processo per la formazione di una coalizione di governo in Germania, che ha visto luce – nel tempio della stabilità – solo quattro mesi dopo le elezioni dello scorso 24 settembre.

“La rotta verso un nuovo governo è ancora lunga, ma voglio salutare il senso di responsabilità dei miei amici della Spd”, ha detto Moscovici, aggiungendo che “entrare in una nuova grande coalizione per i Socialdemocratici non è facile, dopo dei risultati che non sono stati i più brillanti della loro storia, Ma credo che sappiano che la Germania ha bisogno di un governo stabile, che loro ne sono la chiave, e che l’Europa ha bisogno di una Germania ambiziosa”, ha concluso “der Kommissar”.

PIROZZI SORPASSA GASPARRI?



Risultati immagini per sergio pirozzi fascista
Dopo aver parlato della schifezza umana Fontana come candidato alle regionali della Lombardia ecco che nel Lazio il centrodestra unito potrebbe schierare Sergio Pirozzi come possibile Presidente,anche se c'è giusto da limare qualche poltrona,ops accordo tra i vari schieramenti che fanno parte dello stesso calderone di menzogneri razzisti e ladri.
L'articolo di Left(pirozzi-e-la-sua-epica-di plastica )non traccia un profilo lusinghiero di Pirozzi,non tanto per la sua retorica fascista propria dell'italiano medio che vede il Dvce costruttore di strade e di palazzoni ma che ha avuto la sciagura di allearsi con Hitler(come dire se non l'avesse fatto saremo stati ancora piccoli Balilla),ma per la sua oggettiva incapacità ad essere a capo di una regione molto importante per il paese.
Verrà scelto perché spacca la televisione forse,o perché parla come un machista ed ha saputo incarnare la disperazione dei terremotati di Amatrice in qualità di portavoce di tutte le nefandezze che hanno passato le persone colpite dal terremoto e che purtroppo le attenderanno.
Ma in fondo rimane un fascistello in una terra che è abitata da molti nostalgici del ventennio,senza offesa per chi ha combattuto contro il nazifascismo,una vittima degli eventi ma sui quali si è costruito un'immagine vincente anche se tanti sono i dubbi sulle scelte da sindaco soprattutto su questioni di edilizia che hanno comportato a disgrazie che potevano essere tranquillamente evitate.
Ecco perché molto probabilmente sarà lui il contendente al Presidente uscente Nicola Zingaretti del centrosinistra e Roberta Lombardi dei Cinque Stelle,certo che una trombatura di Gasparri sarebbe tosta...vedi anche un breve estratto del Pirozzi pensiero(liberoquotidiano sergio-pirozzi-fascismo-mussolini-duce-leggi-buone-sciagure-predappio-hitler ).

Pirozzi e la sua epica di plastica che rivende come nuova.

di Giulio Cavalli
Alzi la mano qualcuno che sappia esattamente quali siano le competenze politiche e amministrative di Sergio Pirozzi. Qualcuno ci dica esattamente quali siano i programmi politici che avrebbe intenzione di proporre nella Regione Lazio con la sua candidatura (non valgono le frasi “aiutare la povera gente”, “pretendere giustizia” o “risolvere i problemi della gente” altrimenti ognuno di noi potrebbe avere almeno un dozzina di amici pronti a scalare la presidenza del consiglio) e qualcuno ci spieghi esattamente quale sia la temperatura della sua sensibilità politica, la sua storia, il suo percorso e la sua meta (alla luce di quello che lui stesso ha dichiarato domenica a Il Messaggero: «Prima ero il sindaco montanaro inadeguato a guidare la Regione Lazio. Poi ero il candidato con i fascisti accanto. Poi sono diventato Zingarozzi, il comunista travestito da uomo di centrodestra, che vuole aiutare Zingaretti. Adesso sembra che sono di nuovo fascista, con il busto del duce anche in bagno, e i veri amici di Zingaretti mi attaccano. Domani chissà. Con me viene usato lo stesso metodo usato ossessivamente per ventiquattro anni con Silvio Berlusconi»).

Nessuno gli pone (e si pone) queste domande perché in fondo Pirozzi va bene così, in un tempo di politica che è solo una quotidiana e lunghissima trasmissione televisiva: è popolare, dicono. Eppure è popolare anche l’influenza in certi periodi dell’anno, è popolare la povertà, è popolare l’ignoranza, sono popolari le strisce pedonali, è popolare il formaggio sopra la pasta, è popolare il guardrail ma nessuno ha pensato di candidarli.

Pirozzi invece si inserisce perfettamente nell’epica superficiale dei nostri tempi: ha vissuto una tragedia (non personalmente ma ha trasmesso di essere addolorato di tutto il dolore della sua città e gli hanno creduto), ha superato la tragedia (non lui, ma personalizzando il terremoto il suo riscatto viene rivenduto come il riscatto di un territorio, benché la ricostruzione sia ancora in alto mare dalle sue parti) e s’è dimostrato forte (con il vecchio trucco della muscolosità verbale dal profumo fascista che oggi rende moltissimo). Poi ha negato fino all’inverosimile di volersi candidare così ora che s’à candidato rende l’idea di averlo fatto per “incessanti richieste” (di chi esattamente non si sa, visto che per ora è il barboncino di Storace) e infine è già passato al vittimismo («Chi teme la popolarità e la diversità rispetto alla politica tradizionale reagisce così. La mia ossessione invece è risolvere i problemi della gente del Lazio. Evidentemente chi ha solo l’ossessione dell’avversario, non è interessato ai problemi reali. Ma i cittadini ormai lo sanno», ha detto ieri) inventandosi un altro nemico immaginario.

Lo osservi e pensi che non potrà avere mai credito uno così. Poi ti guardi in giro. E temi.

Buon lunedì.

martedì 16 gennaio 2018

FONTANA IL MODERATTO


Risultati immagini per fontana razza bianca vignetta
Era troppo facile ieri parlare male del candidato Presidente alla regione Lombardia Attilio Fontana,che si è dimostrato una latrina umana degna di chi rappresenta,la Lega,dove dalle frequenze di Radio Padania ha sparato enormi cazzate sulla sedicente razza bianca,scontri religiosi e immigrazione che porterà all'estinzione spero chi la pensi come lui.
L'articolo(www.ecn.org/antifa fontana-candidato )che parla delle gesta eroiche(a parole)di questo essere su cui Lombroso avrebbe qualcosa da raccontare se pure lui non avesse avuto idee alquanto al di fuori del reale,non solo ripropone le farneticanti parole di uno che ha già perso in partenza nelle prossime elezioni,ma che non ha nessuna idea politica valida da proporre se non nel cadere nella retorica fascista che ottant'anni fa promulgò le orribili leggi razziali(madn ottantanni-e-non-dimostrarlinessun-uomo è illegale ).
Salvini per primo ma anche la Meloni,Berlusconi e Brunetta(i moderati)parlano di un'uscita infelice ma alla fine difendono quello che Fontana ha detto senza nessuna vergogna e senza alcuna paura,visto che le dichiarazioni di questa campagna elettorale sono abbastanza indecenti e figlie di una politica non fatta più da politici ma da ciarlatani,comici e razzisti.
Vedi anche:left il-genetista-barbujani-che-razza-di-politici .

Fontana Candidato alla Regione Lombardia: 'Razza bianca a rischio per i migranti'.

L'Italia non può "accettare tutti" gli immigrati. Lo ha detto il candidato presidente della Regione Lombardia per il centrodestra, Attilio Fontana, parlando ieri a Radio Padania. "Qui non è questione di essere xenofobi o razzisti, ma è questione di essere logici o razionali". "Non possiamo - ha sostenuto l'ex sindaco di Varese - perché tutti non ci stiamo, quindi dobbiamo fare delle scelte. Dobbiamo decidere se la nostra etnia, se la nostra razza bianca, se la nostra società deve continuare a esistere o se deve essere cancellata".

Qualche ora dopo, Fontana ha tentato di aggiustare il tiro: "È stato un lapsus - ha detto - un errore espressivo: intendevo dire che dobbiamo riorganizzare un'accoglienza diversa che rispetti la nostra storia, la nostra società".

"E' una scelta - aggiunge Fontana - se una maggioranza degli italiani dovesse dire 'dobbiamo auto-eliminarci', vuol dire che dobbiamo andare da un'altra parte". Rispondendo a un ascoltatore che lo interpellava sulla questione immigrazione, Fontana ha detto che "viviamo una realtà che è anche questa irraccontabile". "Uno Stato serio dovrebbe progettare e programmare anche una situazione di questo tipo - ha proseguito il candidato presidente della Lombardia -. Dovrebbe dire quanti riteniamo giusto accoglierne e quanti immigrati non vogliamo fare entrare, come li vogliamo assistere, che lavori dare loro, che case o scuole dare loro. A quel punto quando un governo fa un progetto di questo genere lo sottopone ai suoi cittadini". Secondo Fontana, non ha senso "fare il discorso demagogico e assolutamente inaccettabile per cui dobbiamo accettarli tutti". "E' un disegno a cui bisogna reagire, a cui bisogna ribellarsi - ha concluso l'esponente leghista -. Perché non possiamo accettarli tutti, perché se dovessimo accettarli tutti, non ci saremmo più noi come realtà sociale, come realtà etnica. Perché loro sono molti più di noi e molto più determinati nell'occupare questo territorio. Qui non è questione di essere xenofobi o razzisti, ma è questione di essere logici o razionali".

LA REPLICA DI GIORGIO GORI: Campagna elettorale: c'è chi parla di forconi e razza bianca. Noi parliamo di formazione, lavoro, crescita, Europa": in questi termini il candidato alla presidenza della Regione Lombardia per il centrosinistra Giorgio Gori replica su Facebook alle affermazioni sui migranti del suo sfidante del centrodestra Attilio Fontana.

SALVINI DIFENDE FONTANA: Matteo Salvini si schiera però con Fontana. "Al governo - dice il leader della Lega - normeremo ogni presenza islamica nel Paese. Esattamente come in tempi non sospetti ha sostenuto Oriana Fallaci, siamo sotto attacco, sono a rischio la nostra cultura, società, tradizioni, modo di vivere. E' in corso un'invasione, a gennaio sono ripresi anche gli sbarchi. Il colore della pelle non c'entra e c'è un pericolo molto reale: secoli di storia che rischiano di sparire - dice Salvini - se prende il sopravvento l'islamizzazione finora sottovalutata".

 http://www.ansa.it/lombardia/notizie/2018/01/15/fontana-razza-bianca-a-rischio-per-i-migranti_bcda489a-d3fe-49d7-84f8-e20ac2c338ef.html

lunedì 15 gennaio 2018

LAME FASCISTE COLPISCONO A GENOVA


L'aggressione ad un militante antifascista nei giorni scorsi a Genova,rimasto ferito per una coltellata alla schiena che fortunatamente non ha avuto conseguenze mortali,è l'ennesima prova di vigliaccheria compiuta da un branco di una trentina di ratti di fogna intervenuti mentre un piccolo gruppo di compagni stavano attaccando manifesti vicino la sede di Ca$$a Povnd.
Questi ultimi con scuse campate in aria come non meglio specificati casi di violenza alle donne(come se questi segaioli avessero ragazze nelle loro sale di cinghiamattanza)o di provocazioni(altro che,dovrebbero essere solamente radiati dalla terra)tentano di girarla dalla loro parte mentre il sindaco Bucci che li rappresenta degnamente non ha proferito parola.
Forse un bene visto le dichiarazioni da Ku Klux Klan di Fontana candidato alle regionali lombarde,ma su questo ci torneremo,fatto sta che sono centinaia i messaggi di solidarietà alla persona colpita e a tutto il movimento antifascista genovese:articolo di Popoff(genova-aggressione-fascista-si-indaga-per-tentato-omicidio ).

Genova, aggressione fascista. Si indaga per tentato omicidio.

Genova, accoltellato un militante antifascista. L’aggressione vicino a una sede di Casapound. La mobilitazione cittadina, il silenzio del sindaco Bucci

di Checchino Antonini
Assordante silenzio quello del sindaco di Genova, Bucci, dopo l’accoltellamento di un militante antifascista durante un’aggressione da parte di una trentina di squadristi di Casapound, pare tutti identificati dalla digos. Il sostituto procuratore Marco Zocco ha aperto un fascicolo, a carico di ignoti e la Digos ha depositato una prima informativa al magistrato. Nelle prossime ore si cercherà di risalire a tutte le persone coinvolte nella vicenda. I fatti nella tarda serata di venerdì scorso, 12 gennaio, quando un gruppo di antifascisti e antifasciste, intenti ad affiggere manifesti nella zona di piazza Tommaseo, è stato improvvisamente aggredito dai fascisti del III millennio usciti dalla loro sede di via Montevideo. «Brandivano bottiglie, cinghie e coltelli. Nel breve scontro che si è svolto, un compagno accorso per difendere un altro è stato circondato e colpito due volte: il coltello ha oltrepassato gli indumenti causando una ferita alla schiena. I fascisti, maestri della menzogna e vigliaccheria, stanno già producendo ricostruzioni assurde riguardo alla dinamica, parlando di “assalti” al covo di Casa Pound e a fantomatiche “violenze sulle donne”. Questi sono i fascisti del terzo millennio, cambiano nome, si spacciano da onlus e, sfruttando lo sdoganamento in atto da anni di partiti del centro sinistra e dall’appoggio delle destre, vorrebbero anche presentarsi alle prossime elezioni. Ma la verità è una. I fascisti agiscono sempre e solo in un modo: alle spalle e con le lame. Anche questa volta hanno mostrato il loro vero volto. Anche questa volta ci ritroveremo nelle strade». L’episodio si iscrive in un contesto che registra aggressioni, come quella di settembre contro una militante del Pcl, e il tentativo di penetrazione di vari gruppi della fascisteria, da Lealtà e Azione fino alle squadre della tartaruga. Mercoledì 17 gennaio, al teatro degli Zingari, si terrà un’assemblea per fare il punto della situazione anche in vista del corteo antifascista del 3 febbraio. «La Genova del 30 giugno 1960, la Genova dei giorni di lotta di luglio 2001, vuole essere percorsa ancora una volta dai chi non si arrende al fascismo dilagante, a chi non fa parte della maggioranza silenziosa, a chi vuole ancora vivere città, strade e quartieri liberi dai fascisti. Ai partigiani di ieri, ai partigiani di oggi ma soprattutto ai partigiani di domani. A tutti coloro che resistono diamo appuntamento il 3 febbraio a Genova ore 15 in piazza De Ferrari». Il 31 gennaio in piazza De Ferrari, luogo simbolo per l’antifascismo cittadino, si terrà un’assemblea pubblica. E’ la piazza del 30 giugno del ’60, quando migliaia di giovani scesero in piazza per impedire lo svolgimento del congresso nazionale del Msi nella città che s’era liberata da sola da fascisti e nazisti, senza aspettare gli alleati. A poche centinaia di metri il luogo in cui un generale nazista dovette consegnare la resa senza condizioni nelle mani di un operaio comunista, Remo Scappini, che era il capo del Cnl locale.

«In neanche 12 ore dalla pubblicazione dell’aggressione – scrive Genova Antifascista – sono arrivati moltissimi messaggi e comunicati di solidarietà non solo al compagno accoltellato dai militanti fascisti di Casa Pound ma anche alla lotta antifascista che la città di Genova insieme a moltissimi compagni e compagne, italiane e non, sta instancabilmente praticando. Non crediamo che chi ha mostrato solidarietà voglia essere ringraziato, siamo convinti che chi sta dedicando tempo ed energie a denunciare l’accaduto sarà ancora più determinato a partecipare al Corteo Antifascista del 3 Febbraio al quale, tra gli altri, aderisce il percorso di Potere al popolo. La gravità dell’accaduto di venerdì sera non è stata una sorpresa e neanche sarà un fatto isolato ma un’inevitabile conseguenza data dall’aver permesso che i fascisti aprissero sedi, organizzassero convegni e occupassero spazi pubblici – Scolopi e privati cittadini che affittano a militanti fascisti compresi. Ci ritroviamo nelle strade».

Da parte loro, la confraternita di sedicenti squadristi del III millennio rigetta «l’accusa di aver accoltellato un compagno, dichiarandosi completamente estranea a tale atto». «La notte tra il 12 e il 13 gennaio, un forte nucleo di antifascisti dopo aver provocatoriamente affisso manifesti infanganti le attività di CPI a favore degli italiani si schierava aggressivamente tra piazza Tommaseo e via Montevideo, minacciando alcune ragazze militanti e simpatizzanti di CPI davanti alla sede. I pochi militanti presenti si sono schierati a difesa, respingendo gli antagonisti che si sono dileguati».

Ma le notizie sono due: proprio domenica è diventato di pubblico dominio il transito di un esponente leghista nelle fila della formazione di estrema destra i cui esponenti sono spesso protagonisti della cronaca nera sebbene, ai piani alti del Viminale, ci siano estimatori in grado di produrre documenti sulla presunta affidabilità democratica della compagine che, esplicitamente, si richiama alle idee e alle pratiche del fascismo. Il suo nome è Fersido Censi, consigliere leghista del Municipio della Media Valbisagno: «Aderisco a CasaPound in quanto unico movimento realmente dalla parte degli italiani, fisicamente presente nei quartieri popolari in cui ho sempre svolto il mio operato politico. Riconosco in CasaPound un movimento meritocratico, dove poter esprimere davvero la volontà dei cittadini che mi hanno votato al Municipio IV». E’ solo l’ennesimo esempio di una contaminazione tra settori di Lega e ambienti del neofascismo fatta di contatti, convegni, insulti sui social. E silenzi istituzionali sulle vicende di violenza che segnano la città da tempo. Marco Bucci, imprenditore, è il primo sindaco di destra della città, a capo di una giunta con Lega, Fi e Fdi, eletto con poco più della metà del 42% dei voti dei genovesi che sono andati alle urne. Genova non è una città di destra.

La solidarietà dell’Anpi di Genova all’antifascista ferito richiama l’urgenza di un provvedimento che proibisca la piazza (e la partecipazione alle elezioni) a forze dichiaratamente fasciste: «Questo atto vigliacco accresce il livello di preoccupazione per una serie di episodi accaduti nella nostra città con protagonisti gruppi neofascisti – scrive l’Anpi Genova in una nota – e il fenomeno assume particolare gravità considerando lo sdoganamento e la conseguente legittimazione da parte di forze politiche presenti in parlamento e in maggioranze che governano città e regioni». L’Anpi esorta «le autorità competenti a vietare nelle competizioni elettorali la presentazione di liste direttamente o indirettamente legate a organizzazioni che si richiamino al fascismo o al nazismo, come previsto dai regolamenti e a proibire nei Comuni e nelle Regioni iniziative promosse da tali organismi». «Nel contempo – scrive l’Anpi – va condotta una solida battaglia culturale per una riaffermazione dei valori dell’antifascismo con particolare riferimento al valore della solidarietà e dei diritti civili». L’Anpi che ha promosso insieme ad altri soggetti l’appello ‘Mai più fascismi’, sarà in Comune a Genova martedì prossimo quando in Consiglio comunale sarà discussa la mozione del centro sinistra in cui si chiede di vietare spazi e suolo pubblici a formazioni che si richiamino al fascino o esprimano idee razziste o omofobe». Il Comune di Sestri Levante, a guida Pd, nelle settimane scorse ha deliberato in questo senso e pochi giorni dopo la sindaca Valentina Ghio ha ricevuto minacce.

domenica 14 gennaio 2018

PAOLO SOLLIER IL CENTROCAMPISTA COMUNISTA


Risultati immagini per paolo sollier
Il mondo del calcio,vuoi per la grande spettacolarizzazione che soprattutto negli ultimi decenni ha reso i professionisti del futbol eletti a semidei,vuoi per la decisione che ognuno prende di volere o meno esternare il suo pensiero privato,è sempre stato un terreno sterile per il proselitismo politico,a parte poche eccezioni.
Una di queste è la storia di Paolo Sollier che ieri ha compiuto gli anni e per questo Contropiano ha dedicato al centrocampista valusino di Chiomonte che ha vissuto al Perugia gli anni migliori della propria carriera un articolo riportato sotto(paolo-sollier-scritto-un-calciatore-non-debba-idee ).
Uno che esternava agli altri il proprio essere comunista nonostante abbia trovato non pochi problemi per la sua militanza cominciata già quando era operaio alla Fiat a Mirafiori,in un periodo che come oggi quelli che la pensano come lui non sono visti di buon'occhio,figuriamoci nel mondo patinato e ora strapagato del calcio.
L'altro contributo(www.minutosettantotto.it/la-versione-di-raffaeli )è un intervista a Giancarlo Raffaeli,umbro e compagno di squadra e di idee,anche se meno estremiste,di Sollier ai tempo del Perugia,cui aggiungo pure questi altri due per avere più notizie su una persona prima di essere un calciatore,(www.minutosettantotto.it/spero-con-tutto-il-cuore-di-battere-la-squadra-di-mussolini e storiedicalcio paolo_sollier_il trequartista militante )nonché scrittore(suo il libro"Calcio e sputi e colpi di testa"del 1976).

Paolo Sollier: “Dov’è scritto che un calciatore non debba avere idee?”.

di  Yuri Tancioni 
Paolo Sollier nasce a Chiomonte il 13 gennaio 1948. Nasce in Val Susa, terra orgogliosamente antifascista custode delle lotte partigiane prima e della resistenza No Tav poi.

Sollier è figlio di operai e a 20 anni inizia a lavorare nello stabilimento Fiat a Mirafiori, Paolo lavora, milita in Avanguardia Operaia e gioca a calcio in Serie C.
Paolo Sollier diventerà un calciatore professionista nelle file del Perugia nel 1974, addio fabbrica, addio padrone Agnelli. Paolo Sollier è un calciatore di serie b, un buon centrocampista ma soprattutto un comunista militante, il primo calciatore italiano che fa apertamente politica, perchè è quello che vuole, quello che per lui rappresenta il giusto.
Paolo è un antidivo, rifiuta di firmare autografi, non vuole essere un feticcio, la sua firma d’autore è rappresentata dal saluto a pugno chiuso con cui si presenta ad ogni pubblico in ogni partita.
Paolo è comunista e questo è giusto per lui; anche se è il solo ad esporsi così tanto in un mondo già troppo patinato per i suoi gusti. Si fa nemiche gran parte delle tifoserie avversarie, ma fa quello che per lui è giusto, da comunista militante.
Paolo gioca e fa volare il Perugia dalla serie B alla massima serie nel 1975 per la prima volta nella storia la squadra umbra gioca in serie A. Questo non cambia di una virgola la militanza di Sollier, anzi lo spronerà soprattutto nel guidare la sua squadra contro la Juventus del padrone Agnelli, combattuto in fabbrica e poi sconfitto sul campo di calcio. Quello scudetto a fine stagione andrà al Torino, per la Juve fatale la sconfitta contro il Perugia di Paolo Sollier, centrocampista comunista.
Nel 1976 esce il suo libro “Calci e sputi e colpi di testa” che lo rende celebre in tutto il movimento italiano, vendendo in pochi mesi trentamila copie. Andatelo a cercare quel libro e scoprirete la vita e la carriera di un calciatore militante che ha sempre fatto quello che riteneva giusto, per la squadra, per il comunismo.
Buon compleanno Paolo Sollier, a pugno chiuso.

----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

La versione di Raffaeli.

Chiunque leggendo Calci e sputi e colpi di testa, dove Paolo Sollier parla dei suoi colleghi come arroccati a difesa dei loro interessi e menefreghisti per il resto, definendoli «sbandati socialmente e politicamente», rimane colpito dalle parole utilizzate per descrivere un suo compagno di squadra: «comunista, ma del Pci». Parliamo di Giancarlo Raffaeli, terzino umbro con il quale Sollier ha condiviso, oltre alle stagioni al Perugia e al Rimini, anche l’interesse per la politica.
 I più curiosi avranno cercato informazioni sul suo conto, con la speranza di imbattersi nel classico calciatore di sinistra. Purtroppo, la curiosità rimane tale. Nessun libro, nessun articolo, nessun riferimento. Dunque, quando le fonti secondarie sono assenti si procede indagando su quelle primarie.

Partiamo dall’inizio. Come è stato giocare per la squadra della sua città (Foligno n.d.r.)?
È stato un po’ giocoforza, sono cresciuto calcisticamente nei vicoli di Foligno, poiché non c’erano strutture adeguate. C’erano solo il campo sportivo, qualche squadretta di quartiere e poi i vicoli; per questo ho cominciato nel settore giovanile del Foligno e poi, piano piano, sono entrato in prima squadra, iniziando la mia carriera da calciatore professionista. Facevamo la Serie D, che all’epoca era più competitiva di oggi perché in quel periodo c’erano solo la Serie A, B e C. Un campionato dove giocavano squadre storiche che ora sono nelle maggiori serie.

Durante questi anni il calcio era la sua unica occupazione o doveva lavorare per mantenersi?
In questi anni studiavo. Sono entrato in prima squadra quando avevo diciotto anni, dopo il diploma ho proseguito gli studi frequentando l’Isef. La mia carriera si è affermata a livello professionistico quando sono arrivato al Perugia.

La politica era presente nella sua vita prima che diventasse un calciatore professionista o è arrivata successivamente?
Non ho partecipato all’attività politica vera e propria, tuttavia ho partecipato a manifestazioni studentesche e scioperi vari. Partecipazione che rientrava nel mio essere di sinistra e comunista. Un po’ gli studi e un po’ il calcio hanno limitato la mia partecipazione alla vita politica del Paese.

Però rispetto alla media dei calciatori dell’epoca, ma anche di oggi, il fatto di partecipare a manifestazioni rappresentava una novità.
In linea generale sì, non ho mai incontrato tra i miei colleghi persone che si interessassero alla politica, era un po’ marginale, non era tra i pensieri primari dei calciatori. Non se ne parlava nemmeno, tranne in rare occasioni. Anche negli anni Settanta, dove ci sono stati dei forti sconvolgimenti sia interni che esterni, non si parlava di politica se non come fatto di cronaca. Ugualmente, negli anni a seguire, non ho riscontrato particolare interesse per la politica.

Come mai?
Non lo so, forse perché il calcio era un settore particolare oppure perché qualcuno aveva sì le sue idee, ma non erano prioritarie nell’attività che faceva. Magari restavano nella loro testa. Poche occasioni per poterne parlare o per poterle privilegiare, quindi non c’era questa abitudine di aprirsi politicamente.

La sua appartenenza politica le ha causato problemi a livello professionale?
Sì, ho avuto dei problemi nel periodo in cui militavo nel Perugia. Non dico dopo che ho conosciuto Sollier, come collega e come amico, però la mia appartenenza politica in quella direzione, come ho saputo a distanza di tempo, mi ha causato l’allontanamento al Rimini. La mia posizione politica non era vista ben volentieri. Parliamo sempre degli anni ’75-‘76 dove ancora c’era una certa antipatia per il comunista ed il partito comunista veniva visto come un nemico. C’erano delle perplessità, anche se a Perugia non ho mai fatto attività apertamente politica. Tuttavia, non avevo mai negato le mie origini.

I calciatori ai suoi tempi non avevano voce in capitolo nei trasferimenti.
Utilizzo un’espressione un po’ antipatica, i giocatori appartenevano alla società. Non era come oggi. Ora il calciatore è un libero professionista che apre e chiude contratti con varie società e una volta terminati rimane padrone di sé stesso.

Facciamo un passo indietro, come è stato il suo ritorno in Umbria al Perugia?
È stato bello, perché prima di tutto sono tornato vicino casa, anche se ad Imperia è stato il migliore anno a livello professionale e personale tra quelli che ho giocato, però rientrare nella mia regione in Serie B è stato un traguardo inaspettato. Un giocatore della quarta serie vedeva la cadetteria come un miraggio. Arrivare a Perugia fu una bella soddisfazione.

Che aria si respirava a Perugia in quel periodo?
A livello calcistico il Perugia vivacchiava in una posizione medio bassa, aveva dei problemi per fare il salto che abbiamo fatto due anni dopo. Una società che non riusciva ad emergere. Il primo anno abbiamo lottato fino all’ultima giornata per non retrocedere. Il secondo anno invece, inaspettatamente, c’è stato il salto di qualità: è stata rivoluzionata tutta la squadra, dell’anno prima rimanemmo in tre quattro giocatori, e arrivò il nuovo allenatore, Ilario Castagner. Cambiò la politica e l’assetto societario. La promozione è stata casuale a livello d’intendimenti, ma non a livello tecnico perché abbiamo dimostrato sul campo di meritare la vittoria del campionato.

Come è stato il rapporto con Sollier arrivato proprio quell’anno a Perugia?
Il rapporto con Sollier è stato ottimo, come lo è stato con tutti gli altri, poiché la vittoria di quel campionato è stata una vittoria del gruppo. C’era un grande affiatamento tra tutti i giocatori, con Sollier in particolar modo. Oltre al profilo professionale, c’era anche un sintonia politica, anche se lui era più impegnato politicamente di me, ma era presente questo ulteriore punto di contatto. C’erano però via via delle discussioni, ma anche punti di divergenza: lui era più estremista di me. Inoltre, mi tacciava di essere conformista.

Infatti, nel libro Calci e sputi e colpi di testa, Sollier la definisce come un “comunista da delega, delle cose che cambiano ma non troppo, della tradizione a tutti i costi”.
Ero un po’ più appiattito perché pensavo alle cose della vita normale: la fidanzata, il matrimonio, senza allargarmi un po’ a quelle che erano le problematiche del periodo. Ero un po’ più borghese secondo il suo punto di vista.

Guardando a ritroso, c’è del vero oppure è la classica dialettica tra militanti del Pci e quelli della sinistra extraparlamentare?
A livello di pensiero c’era una diversità, ma in questa diversità c’era una libertà di pensiero che veniva accettata da entrambe le parti. Io non potevo essere come lui, avevo una tradizione diversa: mio padre era operaio mio nonno pure, inoltre ero vissuto in una città di provincia, quasi un paesotto. Al contrario, Sollier era vissuto in un ambiente più grande come Torino, si era inserito in un meccanismo di lotta operaia e di problematiche sociali molto più profonde ed importanti delle mie, maturando una certa cultura politica, più profonda ed impegnativa rispetto alla mia. Questa diversità, malgrado fossimo entrambi di sinistra, fu dovuta anche alla questione di trovarsi in contesti diversi. La sua era una sinistra diversa, aveva un approccio più problematico.

La sua adesione al Pci si risolveva esclusivamente nel voto oppure aveva anche la tessera e partecipava attivamente alla vita del partito?
La tessera non l’ho mai avuta, neanche dopo che ho lasciato il calcio. Non partecipavo molto, anche perché lo studio e il calcio limitavano il tempo da dedicare alla politica, anche se questo non mi ha impedito di partecipare a manifestazioni, serrate a scuola e scioperi in ditte locali per la conquista di diritti, che all’epoca erano minori rispetto ad oggi. La mia partecipazione all’autunno caldo del ‘69 fu una partecipazione spontanea, poiché non ho mai seguito delle direttive di partito. Non ero strutturato e il mio impegno era limitato a livello informativo.

La nota foto con Sollier nella quale leggevate il Quotidiano dei lavoratori rappresenta una semplice istantanea oppure un esempio della vostra militanza politica?
Ho presente questa foto, ma non mi ricordo in che occasione venne scattata. Anche perché con Sollier finiti gli allenamenti o nei momenti di pausa stavamo spesso insieme in varie situazioni. Potrebbe anche essere casuale. Ma comunque riprende come vivevamo la quotidianità, leggendo pure un giornale insieme.

Calcio e politica. Qual è stato il loro rapporto nel corso degli anni Settanta? Qual è invece il rapporto che doveva avere a suo avviso?
Vivevo la politica come fosse stata una cosa normale, come espressione libera di certe ideologie, senza sospettare di essere visto in maniera negativa da parte del mio ambiente. Il calcio nell’ambito politico era fuori, era molto seguito in tutta Italia a livello di partecipazione – non essendoci tutti i media di oggi né tutti gli approfondimenti – quindi per vivere il calcio il cittadino andava allo stadio. Allo stadio erano presenti tutte le concezioni politiche. Il calcio non era visto come una cosa politicizzata, era visto come uno sport. È stato lasciato fuori dalla politica stretta tranne che da alcuni personaggi, tra i primi furono Sollier e Socrates che però vivevano in ambienti più pesanti e difficili.

Il calcio non era politicizzato. Questo secondo lei è stato un bene o un male? Il calcio per le sue dimensioni di sport che racchiudeva molta partecipazione popolare poteva essere uno strumento per veicolare messaggi?
Il calcio era solo fine a sé stesso. Sollier non usava il calcio per trasmettere certe sue posizioni politiche, esternava le sue idee perché nessuno gli diceva di non farlo, ma non utilizzava il calcio. Non credo che abbia usato il calcio per finalizzarlo alla politica.

Il calcio nella sua accezione politica può trasmettere valori importanti, anche perché il calcio spesso riflette le problematiche sociali e culturali di una società.
I calciatori oggi sono un po’ più impegnati ed hanno una maggiore notorietà, cercano di aprirsi a determinate problematiche, ma anche adesso non vedo politica nel senso stretto della parola. Vedo una partecipazione a problematiche mondiali e un impegno sociale maggiore rispetto a quello che poteva essere prima. Anche perché oggi i calciatori hanno vetrina migliore, attraverso le televisioni, le radio, i social network.

Cosa pensa del calcio moderno?
Troppo commerciale, in generale è un mezzo per gli sponsor e per le tivù. A livello tecnico è migliorato molto. Forse è molto più costoso di quello che poteva essere una volta, però il livello tecnico ed atletico è aumentato perché è diventato uno spettacolo che deve dare spettacolo. Anche se le partite sono un po’ più noiose di una volta, ma più spettacolari. Perché questo è ciò che richiede il pubblico e i media.

Come vede questa spettacolarizzazione del calcio?
Se positiva o negativa questo non lo so, però è in linea con i tempi. Le partite di una volta non sarebbero interessanti, era un gioco più lento, più ragionato. Anche gli stessi fuoriclasse di una volta oggi farebbero fatica perché il calcio è cambiato.

Questa spettacolarizzazione incide nel renderlo uno sport adatto ad affrontare determinate problematiche?
La valutazione dipende da cosa si vuole trasmettere. Se i valori sono buoni allora sarà positiva, al contrario sarà negativa. Si amplia la platea a cui questi messaggi e valori vengono recapitati.

Prima di alleggerire, quali sono i problemi del calcio italiano?
Secondo me la troppa presenza di stranieri o la troppa ricerca di comprare il giocatore già fatto da campionati esteri. Prima c’erano molti più vivai e possibilità per i giocatori italiani, ma non per una forma di nazionalismo. Questo aumenta sempre di più i costi per le società, poiché il valore di questi calciatori è alto, molto più alto di far crescere e maturare i giocatori del proprio vivaio. Le società preferiscono comprare all’estero il giocatore già fatto e pronto. In generale, i costi del calcio sono troppo disallineati con quelle che sono le problematiche sociali di oggi. Non si concepiscono certi ingaggi o certi costi con la situazione generale critica dei giorni nostri

Questo però è il frutto della spettacolarizzazione del calcio? Si aumenta quindi la distanza tra sport e persone?
Potrebbe essere anche questo. Prima c’era più vicinanza tra lo sportivo e il calciatore, adesso c’è molto più distacco. Una separazione netta.

Negli ultimi anni si è visto un aumento dei fallimenti delle società nelle serie minori, in particolare in Lega Pro, ma anche in serie B.
La tendenza di questo periodo è quella di una competizione al rialzo, non c’è la volontà di calmierare i costi, ma anzi di aumentarli e questo genera una spirale che porta a queste situazioni. A scalare questo trend a rialzo colpisce anche alla società minori, entità economiche diverse ma comunque costi di gestione che nel lungo periodo portano al fallimento oppure a condizioni insostenibili.

In questa lotta delle società al rialzo che possono portare, come abbiamo detto, al fallimento i tifosi, soprattutto nelle realtà più piccole e quindi più vicine al territorio, sono quelli che ne risentono maggiormente?
Certamente. Il tifoso è quel soggetto su cui ricade tutto. Tuttavia, il tifoso non è mai corresponsabile o complice. Il tifoso vorrebbe sempre di più senza però ragionare sulla sostenibilità delle sue richieste. Poi si trova in una situazione di sorpresa e disillusione, poiché non sta dietro ai bilanci o alle situazioni economiche, se ne accorge quando la società fa il botto, in situazioni in cui non si può tornare indietro.

Ritorniamo al discorso dei vivai: il fatto di comprare giocatori fatti o addirittura giovanissimi all’estero – ampliando il bacino dove pescare talenti – rompe il legame tra squadra e territorio?
Viene meno il rapporto affettivo, adesso il rapporto è sulla base dei risultati. Io sono attaccato alla società, a certi colori, solo se ho un ritorno a livello di risultati. Però in diversa maniera con il giocatore della città stessa o della regione si crea un feeling migliore e più duraturo. C’è maggiore affettività nei suoi confronti, ed è più solida. Effettivamente, oggi, manca questa affettività.

Quali sono i suoi calciatori preferiti?
Giocatori di classe che mi piace vederli a prescindere dal risultato e dalla squadra ce ne sono tanti. Sono un tifoso juventino dai tempi di Sivori, Charles, Martiradonna, Anzolin, per quel poco che faceva vedere la televisione pubblica. C’è qualche giocatore che preferisco vedere giocare, penso a Pogba, Higuain, Dybala, ma anche Nainggolan della Roma. Inoltre, sono affezionato sportivamente ai fuoriclasse del passato, Cabrini, Causio, Rivera, Riva, giocatori che ho avuto la fortuna di affrontare.

Cosa fa oggi?
Adesso sono in pensione. Dopo il calcio a livello professionistico ho giocato anche nei dilettanti stando qui in zona, perché il calcio a prescindere dalla categorie mi è sempre piaciuto, l’importante è che avessi un pallone ed un campo da calcio. Ho allenato in prima categoria. Poi sono entrato in una azienda di Foligno dove ho lavorato fino a novembre scorso. Non faccio il pensionato a tempo pieno, cerco di tenermi impegnato ed in forma.

Cosa ne pensa della politica italiana?
La politica oggi la seguo molto, è l’unica cosa che guardo in televisione anche perché ti offre talmente poco a livello di intrattenimento e di passatempo. Faccio fatica però a comprendere determinate dinamiche, poiché la politica è diventata una cosa molto complessa per come la hanno trasformata i politici di oggi. Certe cose le seguo, le vedo, però faccio fatica a capirle.

Il suo impegno politico prosegue anche oggi?
Sempre marginalmente e privatamente.

Che problemi vede, a parte la complessità, nella politica di oggi?
La struttura politica dei politici di oggi. Una volta c’era una scuola di formazione che dava sostanza e dopo anni di gavetta si diveniva politici. Adesso vengono fuori da un giorno all’altro, improvvisando. Ci sono rinnovamenti, ringiovanimenti, rottamazioni, però uno si trova a contatto con delle persone che non hanno le capacità per fare politica, perché, checché se ne dica, la politica deve vedere delle capacità indipendentemente dalla visione politica, destra, sinistra o centro. L’avversaria di una volta (la Democrazia cristiana n.d.r.) aveva delle persone che politicamente erano preparate, c’è una differenza di cultura politica. Oggi sono degli incapaci: si vede da come parlano, da come si esprimono e ogni volta si preparano ciò che devono dire, come una macchinetta. Non c’è elaborazione ed elasticità nel discorso, non sono spontanei ma programmati ed i risultati si vedono. Sono ormai trent’anni che si sono accavallate varie formazioni, ma siamo andati sempre su una china discendente.

È rimasto fedele alle sue visioni?
Sì, anche se adesso il contesto è cambiato, però nei principi e nei valori e nell’ideologia, che è diversa da quella ci poteva essere trent’anni fa, sono rimasto coerente, anche perché non ho avuto motivi per poterla cambiare; certamente l’ho un po’ limata ed adattata.

Intervista realizzata da Yuri Capoccia.

sabato 13 gennaio 2018

E SE ACCADESSE ANCORA PURE IN ITALIA?


Risultati immagini per große koalition merkel schulz
Alla fine la grosse koalition tanto snobbata durante le elezioni tedesche e a lungo accantonata dopo il risultato delle urne che ha tracciato uno scenario di ingovernabilità(madn un-partito-nazionalista-nel-bundestag )in Germana,la Merkel e Schulz,leader rispettivamente di Cdu e Spd hanno trovato la quadra per un governo entro Pasqua.
Se Gentiloni dice che è una buona notizia per l'Europa c'è da preoccuparsi,l'Euro dopo la notizia vola e l'Unione tutta,quella dei poteri forti,tira un sospiro di sollievo,e sorge come un incubo il possibile inciucio di un governo italiano che potrebbe vedere un governo di larghe intese tra Pd e il centrodestra.
L'articolo(ansa germania-grosse-koalition )parla dell'accordo tra i due personaggi politici di spicco tedeschi cui si uniscono Francia e Italia:a siglare il tutto un compromesso su tasse e migranti che accontentano le due fazioni nemiche-amiche,chissà se soddisfano anche i tedeschi.

Germania: accordo sulla Grosse-Koalition, governo entro Pasqua. Unione e Spd superano scogli tasse e migranti.

Merkel: ho lavorato per questo governo stabile. Schulz: risultato eccezionale. Gentiloni: buona notizia per l'Europa.

La Grosse Koalition si farà ed è possibile la costituzione di un governo entro Pasqua: Cdu-Csu e Spd si sono accordati per superare gli scogli che da settimane incagliavano le trattative, ovvero tasse e migranti. Non verrà aumentata l'aliquota massima di imposta, come invece chiedeva l'Spd, e sarà permesso il ricongiungimento familiare dei migranti al ritmo di 1000 persone al mese.

"Credo che riusciremo a formare un governo entro Pasqua a condizione che il congresso Spd dia il suo consenso e che sia mantenuta la velocità che abbiamo raggiunto durante questi colloqui esplorativi", ha detto il leader dei cristiano-sociali bavaresi, Horst Seehofer. Il suo partito ha condiviso l'accordo all'unanimità.

Nelle trattative è stata trovata un'intesa anche sull'assicurazione sanitaria: si tornerà al sistema per cui i contributi assicurativi  saranno condivisi in ugual misura tra datore di lavoro e lavoratore.

Ho "lavorato in uno spirito di fiducia per poter dare al Paese un governo stabile", ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel. "Dobbiamo essere più veloci nelle decisioni", ha aggiunto.

"Abbiamo raggiunto un risultato eccezionale", ha detto il leader del partito socialdemocratico Martin Schulz, mettendo l'accento sui risultati raggiunti "per un contratto di governo" sullo stato sociale, con l'aumento degli aiuti alle famiglie, gli investimenti nel sistema della formazione.

"Una buona notizia per l'Europa", scrive su Twitter il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. "In termini di sostanza sono molto contento di quanto Cdu-Csu e Spd hanno concordato. E' un testo positivo e costruttivo per il futuro dell'Europa", commenta il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker.

"Buone notizie sembrano giungere dalla Germania", ha detto il portavoce del governo francese, Benjamin Griveaux, riferendosi all'accordo di coalizione a Berlino. "Questo accordo - ha aggiunto - è buono per la Germania, buono per la Francia e soprattutto buono per l'Europa ed è un elemento importante per la stabilità e per l'avvenire della relazione franco-tedesca, ma soprattutto dell'Europa nei mesi e gli anni a venire".

venerdì 12 gennaio 2018

CHIUNQUE SIA AL POTERE E' UNA MINACCIA PER I CITTADINI


Risultati immagini per renzi e de benedetti
Il nome di De Benedetti e del gruppo editoriale L'Espresso-La Repubblica si sa da anni che è sempre stato dietro al Pd fin dai suoi primi vagiti,così come altrettanto Berlusconi con Mediaset-Mondadori,che sempre stati sponsor diretti di tutti i partiti della galassia dell'ex premier puttaniere,e che entrambi ci abbiano sempre guadagnato sopra quando i rispettivi governi di riferimento sono stati al potere(non che nel caso contrario abbiano dichiarato bancarotta comunque).
Ed è risaputo che De Benedetti e Berlusconi si odino da parecchio tempo,tra vicende giudiziarie e finanziarie,tra reciproche accuse e pesanti multe da saldare,ma oggi salta fuori il Renzi(madn il-sottobosco-renziano )che ha aiutato in maniera diretta l'imprenditore torinese nel caso delle banche popolari con una dritta che gli ha permesso di guadagnare 600 mila Euro senza muovere dito(madn fusioni-di-banche ).
Nell'articolo di Contropiano(renzi-de-benedetti-cordata-identica-quella-berlusconiana )i confronti tra due modi di avere in mano il potere in Italia che sembrerebbero ai poli opposti ma che invece hanno similitudini agghiaccianti nonché le dichiarazioni di De Benedetti che conferma il tutto a parte il fatto che ne abbia tratto vantaggio.
Si ricorda che il reato di insider trading,che sono le soffiate che anticipano decisioni aziendali e istituzionali che dovrebbero essere segrete per non creare appunto questi casini e queste speculazioni,in Italia è passibile di condanna sia per chi spiffera che per chi riceve le informazioni.

Renzi-De Benedetti. Una cordata identica a quella berlusconiana.

di  Alessandro Avvisato 
Chi governa davvero in Italia? Molti poteri diversi, ma certamente non i “rappresentanti del popolo”.

Teniamo da parte, per una volta, gli organismi sovranazionali (Ue, Bce, Fmi, ecc) e seguiamo, sia pur di rimbalzo, la strana storia della speculazione borsistica di Carlo De Benedetti sulle banche popolari, innescata senza ombra di dubbio dalla notizia datagli da Matteo Renzi: “quella riforma lì la facciamo”.

Tecnicamente si chiama insider trading, ovvero uso speculativo di notizie “spifferate” da qualcuno all’interno di aziende o istituzioni, ma che non sarebbero mai dovute arrivare all’orecchio di un investitore professionale, capace dunque di muovere milioni se non miliardi di euro o dollari. E’ un reato penale preciso e, se riconosciuto giudiziariamente, comporta la condanna sia dello speculatore che dell’autore della “soffiata”.

Una sola cosa è certa, perché la ha ammessa lo stesso De Benedetti quando è stato interrogato dalla Consob circa due anni fa – autorità di controllo della borsa, che aveva registrato «Un’operatività potenzialmente anomala di alcuni intermediari, in grado di generare plusvalenze per 10 milioni di euro» – «Anche lui – e sembra una condanna – accompagnandomi all’ascensore di Palazzo Chigi mi ha detto: “Ah! Sai, quella roba di cui ti avevo parlato a Firenze, e cioè delle Popolari, la facciamo”. Ma proprio mentre un commesso stava aprendo la porta dell’ascensore, quindi non fu parte della conversazione durante la colazione, fu proprio nel dirci: ciao, arrivederci, mi ha detto: “Ah, ti ricordi di quella volta, ti ricordi di quando ti parlai che volevo fare le Popolari? Ecco, lo faremo”. Non mi ha detto con che. Ero già un piede sull’ascensore; non mi ha detto se le faceva con un decreto, con disegno, quando. Non mi ha detto niente, però mi ha detto sta’ roba riferendosi ad una conversazione più ampia che avevamo avuto ancora a Firenze su che cos’erano le cose che lui doveva fare”.

Quella di De Benedetti non è un’ammissione di colpevolezza, perché – a suo avviso – sulle banche popolari oggetto della riforma avrebbe investito meno del solito: «Ma se io avessi saputo avrei fatto 20 anche sulle Popolari, o di più, e ho fatto meno!… ma perché l’avrei fatta così piccola? Se avessi saputo?». In ogni caso la sua società è riuscita a incassare una plusvalenza di 600mila euro, così, senza fatica.

Vista da fuori la scena è molto chiara. C’è un finanziere proprietario fra l’altro di un grande gruppo editoriale (Repubblica-L’Espresso) che frequenta abitualmente il presidente del consiglio e segretario del partito (Pd) di cui lui stesso è da anni “la tessera numero 1”. Non è un segreto e lo ammette pubblicamente: “Normalmente con Renzi facciamo breakfast insieme a Palazzo Chigi”. E altrettanto fa con Pier Carlo Padoan, ministro dell’economia, e con Maria Elena Boschi, allora ministro delle riforme costituzionali (“anche con lei sono molto amico, ma non la incontro mai a Palazzo Chigi. Lei viene sovente a cena a casa nostra”).

Fa altrettanto, anche se meno di frequente, con il direttore generale della Banca d’Italia, Fabio Panetta, da cui comunque assume informazioni importanti sui problemi esistenti e sulle possibili soluzioni allo studio del governo (anche sulle Popolari).

Contatti e informazioni che portano a investimenti relativamente “sicuri”, facili, privatissimi.

Poi ci sono le vanterie politiche del finanziere, che rivendica alla sua iniziativa l’elaborazione di una delle leggi più criminogene del governo Renzi, ossia il Jobs Act: «Io gli dicevo che lui doveva toccare, per primo, il problema lavoro e il job-act è stato – qui lo dico senza, senza vanto, anche perché non mi date una medaglia, ma il job-act gliel’ho, gliel’ho suggerito io all’epoca come una cosa che poteva – secondo me – essere utile e che poi, di fatto, lui poi è stato sempre molto grato perché è l’unica cosa che gli è stata poi riconosciuta».

Brutalmente è questa la realtà della “politica” italiana. Naturalmente esiste un’altra e diversa cordata, anch’essa incardinata intorno a un impero editoriale (Mediaset-Mondadori) che fa capo a Silvio Berlusconi. Due concorrenti che sono venuti spesso alle mani, finanziariamente e giudiziariamente, ma che fanno anche blocco contro gli “intrusi”, siano essi i Cinque Stelle, la Lega, i sempre pericolosi “comunisti” (categoria, nella loro testa, molto più ingombrante di quanto nella realtà purtroppo non sia).

Questo scontro dura da almeno tre decenni, fra alti e bassi, guerre e paci. Ma ci è stato venduto come uno “scontro di civiltà” tra il centrodestra e il centrosinistra, come se votar per uno o per l’altro cambiasse le sorti del paese, invece che le dimensioni del business dei due contendenti. Ovvio che quando governa Berlusconi il suo impero vada meglio, e altrettanto accada al gruppo De Benedetti quando la bilancia pende dalla parte opposta.

Ma a noi, gente che lavora-lavoricchia-cercalavoro, cosa mai può cambiare tra uno che mette il Jobs Act e uno che promette di tenerlo? Tra uno che alza l’età pensionabile e uno che promette di pensarci su (prima delle elezioni, sia chiaro)? Tra uno che specula in borsa con le informazioni da dentro il governo e uno che specula in borsa stando al governo?

Come si fa, insomma, a non augurarsi che il potere ritorni al popolo?

giovedì 11 gennaio 2018

LE PROTESTE DEL 1981 DEI PRIGIONIERI DELL'IRA


Risultati immagini per detenuti ira
Il 1981 fu uno tra gli anni più cruenti ma anche più importanti e da ricordare riguardo le lotte per un'Irlanda libera dal giogo e dall'oppressione inglese,e cominciò proprio con la consapevolezza dei detenuti incarcerati per la loro voglia di libertà di potere chiedere rivendicazioni come quella di ottenere lo status di prigionieri politici.
Era una richiesta compiuta proprio nel giorno dell'11 gennaio quando Bobby Sands,icona della lotta anti-unionista(madn bobby-sands )incontrò i funzionari del carcere di Long Kesh(che sarà il luogo della sua morte di lì a pochi mesi)per chiedere di non indossare l'uniforme carceraria,di non essere costretti ai lavori previsti e ottenere maggiori libertà che andavano dai maggiori contatti con l'esterno alla possibilità di riduzioni delle pene.
Ma ciò non venne approvato e cominciarono proteste come quella di indossare solo coperte(blanket protest)e di non pulire le celle(dirty protest)nonché ricominciare la protesta con lo sciopero della fama(hunger strike),mentre anche per le strade il clima si faceva sempre più teso e violento con la morte di giovani e con una Thatcher inflessibile circa le richieste dei detenuti cambiando anche la legge che impediva alle persone in carcere di potersi candidare(infatti Sands fu per soli 25 giorni eletto a Westminster).
L'articolo di Infoaut(storia-di-classe )narra tutto quello accaduto in quell'anno prendendo spunto dalle lotte antecedenti all'81 per dare un senso a quello che infiammò le isole britanniche a causa dell'arroganza e dell'occupazione inglese.

11 gennaio 1981: le rivendicazioni dei prigionieri dell'IRA.

La direzione del carcere inizia a rimandare la restituzione degli abiti dei prigionieri e dopo due mesi di cooperazione e due richieste da parte dei detenuti, la direzione risponde che i vestiti verranno restituiti solo se i detenuti cominceranno a rispettare il regolamento.
I prigionieri, ormai esasperati, decidono di distruggere il mobilio presente nelle celle, provocando così una durissima reazione del delle autorità carcerarie: 80 detenuti vengono picchiati e lasciati in celle con il pavimento coperto di urina senza lenzuola, né coperte.

L'11 gennaio del 1981 Bobby Sands, che si trova da ormai quattro anni nel famigerato carcere nordirlandese di Long Kesh, con l'accusa di possesso d'armi di fuoco, incontra i funzionari della struttura penitenziaria nel tentativo di trovare un accordo in merito alle rivendicazioni che da anni porta avanti insieme agli altri detenuti dell'Ira, mirate a riacquisire lo status di detenuti politici, abolito in Inghilterra il 1 marzo 1976.
I carcerati chiedono di non indossare l'uniforme carceraria, non svolgere i lavori previsti dal regolamento, libertà di associazione, maggiori attività educative e ricreazionali e più corrispondenza con l'esterno, il ripristino delle riduzioni di pena perdute a causa delle precedenti proteste.
I detenuti, in questa contrattazione con le autorità, accettano di pulire le celle, interrompendo così la dirty protest (protesta dello sporco), con la promessa che avrebbero riottenuto i loro abiti entro la fine della settimana.
La richiesta non accettata di utilizzare i propri abiti in carcere aveva dato il via alla blanket protest che prevedeva di non indossare la divisa carceraria come i detenuti comuni ma soltanto una coperta, per rivendicare lo status di prigionieri politici.
Il 5 febbraio il detenuti repubblicani annunciano un nuovo sciopero della fame, che dovrà cominciare il 1 marzo. Il primo sciopero era stato portato avanti per cinque settimane nel 1972; il secondo invece era iniziato il 27 ottobre 1980 e concluso 53 giorni dopo con un detenuto in fin di vita, ma con la promessa, mai mantenuta, del governo britannico, di soddisfare le 5 richieste.
L'idea di Bobby Sands, che era diventato l'Officer Commanding dei detenuti alla fine del secondo sciopero della fame, era che i prigionieri si sarebbero dovuti unire allo sciopero ad intervalli regolari in modo che ci fossero prigionieri che peggioravano e che morivano per molti mesi.

Il 1 marzo 1981 Bobby Sands inizia lo sciopero della fame.
Poco dopo l'inizio dello sciopero, muore un deputato anti-unionista del parlamento inglese e Bobby Sands annuncia la sua candidatura. Il 30 marzo rimane l'unico candidato anti-unionista della sua circoscrizione, dopo il ritiro della candidatura da parte di due candidati dello Sdlp, che chiede ai suoi sostenitori di boicottare le elezioni. Il 15 Aprile Bobby Sands, ormai al 45° giorno di sciopero della fame, è eletto a Westminster con 30492 voti contro il 29046 del candidato dell'Ulster Unionist Party. Il suo mandato sarà uno dei più brevi della storia, di soli 25 giorni.

Pochi mesi dopo il governo britannico cambierà la legge impedendo ai detenuti di candidarsi e richiedendo un periodo di 5 anni prima che un ex detenuto potesse farlo. Ma intanto la situazione sta rapidamente peggiorando.
Nelle aree nazionaliste cresce la tensione tra giovani nazionalisti e forze di sicurezza, con l'aggravarsi delle condizioni di Sands. Il 15 aprile un quindicenne muore colpito al volto da un proiettile sparato da un agente, quattro giorni dopo due ragazzi vengono investiti ed uccisi da una jeep dell'esercito inglese lanciata ad lata velocità contro un gruppo di giovani nazionalisti.
Tre deputati irlandesi incontrano Sands, ormai in gravissime condizioni, per convincerlo a sospendere lo sciopero. Subito dopo chiedono un incontro a Margaret Thatcher che glielo nega, e dichiara, in una conferenza stampa: "Non sono pronta a prendere in considerazione l'idea di concedere lo status politico a gruppi di persone che sono state condannate per aver commesso dei crimini. Un crimine è un crimine; non ha nulla di politico". Neanche il tentativo di far intervenire la Commissione europea per i diritti umani, come richiesto al premier irlandese dalla sorella di Sands, sortisce il suo effetto; Sands ribadisce le sue posizioni e la sua volontà di continuare lo sciopero.
Il 3 maggio Bobby Sands entra in coma, dall'inizio dello sciopero aveva avuto 3 attacchi di cuore. Morirà 2 giorni dopo, nella notte tra il 4 e il 5 maggio, dopo 66 giorni di sciopero della fame.
Più di centomila persone si schiereranno nel percorso del suo funerale, dalla sua casa a Twinbrook, West Belfast, al cimitero di MillTown dove sono sepolti tutti i militanti dell'IRA di Belfast.
Dopo la morte di Sands altri 9 detenuti moriranno tra il maggio e l'agosto dello stesso anno.

mercoledì 10 gennaio 2018

ESISTE UN NAZIONALISMO ROSSO?


Risultati immagini per nazionalismo rosso
Tema importante non solamente elettorale è quello dell'Europa,se starci dentro o meno,e se nell'essere ancora presenti se usare ancora la moneta unica dell'Euro o tornare a monete nazionali,alla Lira che in tanti rimpiangono o altri conii.
Ne parla indirettamente,ma ho preso spunto in parte da questo articolo che pubblicizza un incontro che si terrà a Roma sabato prossimo organizzato dalla Rete dei Comunisti(contropiano )in quanto si parla sia di Europa ma anche del resto del mondo,inteso come Palestina.
La sinistra comunista italiana,e sono anni che lo faccio osservare,ha perso quel carattere di solidarietà attiva che viene promossa da sempre meno gente e per sempre più pochi casi concreti,quella mutualità che era parte fondamentale e prerogativa dei movimenti comunisti e socialisti degli scorsi decenni.
Solamente in pochi casi c'è qualcuno che di prima persona organizza incontri,viaggia e porta aiuto o si fa aiutare da compagni e attivisti di altri luoghi,la maggioranza ora al limite ne discute o posta qualche articolo o foto che magari poi nemmeno legge e che riguardano soprattutto Sud e Centro America,qualcosa dell'Africa e dell'Asia ma mica tanto.
Si parla di un Europa che da quando è nata ufficialmente ha usato modalità diverse su questioni nazionali,dalla Spagna alla ex Jugoslavia passando all'Ucraina e alla Gran Bretagna,alcuni metodi decisamente forti e violenti ed altri più soft.
Sappiamo che una divisione di tipo estremo come la secessione in Italia non se ne parla così come come per la Catalogna,e che quella che voleva la Lega negli anni novanta ormai non e proposta nemmeno più dai suoi capi,ma questioni presenti da decenni come quella irlandese e quella basca e catalana sono molto sentite ancora dal movimento antagonista italiano ma non dalla politica di sinistra che vorrebbe(e dovrebbe)racchiudere tutti questi elementi.
Ma che sinceramente non riesce a farlo o per lo meno non in un modo unico ma frammentato in mille sottoinsiemi che si somigliano tutti ma che hanno qualche punto di rottura rispetto ad altri,in una successione lineare di pensiero ma comunque divisa allo stesso tempo.

Catalogna, Donbass, Palestina: la questione nazionale interroga i comunisti.

di  Rete dei Comunisti 
L’esplosione della vicenda catalana ha dimostrato quanto, nell’Unione Europea del XXI secolo, la questione nazionale sia ancora vigente e prioritaria, smentendo quei profeti che, superficialmente, preconizzavano il tramonto degli stati nazionali in epoca di “globalizzazione”.

La lotta per l’autodeterminazione, di nuovo, rappresenta in vari territori dell’Europa un formidabile motore di mobilitazione popolare e costituisce uno strumento attraverso il quale alcune classi sociali – in particolare la piccola borghesia e le classi subalterne colpite da anni di austerity – manifestano un disagio e un desiderio di rottura nei confronti dell’attuale assetto istituzionale dominato dallo svuotamento della democrazia formale a favore di una governance ordoliberista gestita da istituzioni sovranazionali che non prevedono la legittimazione e il consenso popolare.

In generale si può affermare che, se il processo d’integrazione ha svuotato di sovranità i governi e le istituzioni nazionali, espropriate a vantaggio delle istituzioni comunitarie (formali e informali fa poca differenza), nel continente è in corso ormai da tempo un processo di ricentralizzazione che accentua il carattere autoritario e reazionario degli stati amplificandone le funzioni coercitive e di controllo, sia nei confronti di eventuali ribellioni di natura sociale sia di qualunque altra contraddizione possa mettere a rischio una stabilità interna indispensabile a consentire al polo imperialista europeo di reggere una competizione internazionale sempre più feroce.

La vicenda catalana ha messo, finora, in evidenza la rigidità di una Unione Europea che di fronte al manifestarsi di un conflitto nazionale al suo interno non sa e non può fare altro che sostenere incondizionatamente lo Stato-Nazione di riferimento.

La questione nazionale si pone oggi, nel continente europeo, sia a partire dal recupero della sovranità popolare in quegli stati che fanno parte dell’Unione Europea e che ne sono stati espropriati, come i Pigs, o che pur non facendone parte sono già ingabbiati all’interno del suo spazio economico e normativo – si veda la sponda sud del Mediterraneo – sia in relazione al diritto all’autodeterminazione delle nazioni senza stato che invece proprio negli Stati trovano un muro, una barriera invalicabile sostenuta dall’Unione Europea e dalle sue istituzioni.

Non può sfuggire che uno dei momenti fondativi, costitutivi dell’Unione Europea è stata la disgregazione violenta della Jugoslavia da parte di una Germania che ha soffiato sul fuoco dei nazionalismi pur di assorbire nella sua orbita alcuni territori a spese dell’ex stato federale. Ma quel principio di autodeterminazione della Croazia, della Slovenia e della Bosnia, difeso manu militari dalla costituenda Unione Europea – oltre che dagli Stati Uniti – non è ora riconosciuto da Bruxelles ai catalani mentre rispetto agli scozzesi si dimostra una certa tolleranza dopo la Brexit decisa da Londra.
 D’altra parte, l’UE non ha esitato, pur di allargare fino a Kiev la sua area di influenza, a sostenere un golpe reazionario e a sdoganare i fascisti e i neonazisti ucraini appoggiando al contempo una criminale guerra contro le popolazioni russe dell’est del paese il cui il diritto all’autodeterminazione, di nuovo, Bruxelles non vuole riconoscere. In Palestina intanto l’occupazione israeliana si fa ancora più feroce grazie anche alla complicità di un’amministrazione Trump che provocatoriamente ha deciso di riconoscere Gerusalemme come capitale del cosiddetto ‘Stato Ebraico’.

I comunisti hanno, nel corso della loro storia, affrontato la questione nazionale in diversi modi, attraverso diverse chiavi di lettura, a seconda delle epoche, dei contesti, delle necessità concrete del momento. Non si può quindi affermare che esista, all’interno del movimento comunista, un’unica chiave di lettura su questo tema, un modello da applicare sempre e comunque. Ci dobbiamo quindi affidare dall’analisi concreta della situazione concreta, forti dell’analisi e dell’esperienza storica di quei leader e di quei movimenti, in particolare Lenin, che con il diritto delle nazioni all’autodeterminazione si confrontarono direttamente all’interno di un contesto rivoluzionario.

Su questi temi invitiamo tutti a confrontarsi in un incontro che si terrà a Roma il prossimo 13 gennaio dal titolo “I comunisti, l’Unione Europea e l’autodeterminazione dei popoli”.

Nei prossimi giorni, inoltre, il nuovo numero della rivista Contropiano conterrà un documento della Rete dei Comunisti sull’analisi di fase a livello internazionale ed un altro contributo che ricostruisce l’evoluzione del pensiero di Lenin proprio sulla Questione Nazionale.


 Rete dei Comunisti

*** ***

I comunisti, l’Unione Europea e l’autodeterminazione dei popoli

Il caso catalano interroga i comunisti sull’attualità della questione nazionale

Sabato 13 gennaio, ore 16.30

Impact Hub Roma, via dello Scalo San Lorenzo 67


Coordina: Giampietro Simonetto – Coordinamento Nazionale Rete dei Comunisti

Relazione di Marco Santopadre – Coordinamento Nazionale Rete dei Comunisti


Interventi di:

Maurizio Vezzosi – giornalista, esperto di Donbass

Bassam Saleh – attivista palestinese

Eleonora Forenza – Europarlamentare PRC

Marco Morra – attivista Laboratorio Casamatta Napoli

Alessandro Giardiello – Sinistra Classe Rivoluzione

All’iniziativa sono invitati a partecipare e ad intervenire: Partito Comunista Italiano, FGCI, Collettivo Genova City Strike, Collettivo Militant, Sinistra Classe Rivoluzione, Associazione Marx XXI, Fronte Popolare, Laboratorio Casamatta, Comitato Palestina nel Cuore…

GLI INCENDI MAFIOSI NEL NORD ITALIA

Risultati immagini per incendi dolosi  plastica pavia
Gli incendi dolosi divampati negli ultimi giorni nel pavese e nel savonese hanno creato a ragione l'allarme diossina e non solo,perché i materiali andati in fumo non erano solo plastica ma chissà cos'altro ci sarà stato in quegli ammassi di rifiuti stoccati.
Mentre a Corteolona(laprovinciapavese )si stanno cercando ancora il proprietario ed il gestore del magazzino andato distrutto,il che fa capire chi sta dietro a questo che è un altro business in mano alla mafia,a Bragno(genova.repubblica.it )a bruciare è stata una ditta specializzata nello smaltimento dei rifiuti.
In entrambe le situazioni molto allarme giustificato da parte dei sindaci dei paesi limitrofi che hanno chiuso scuole e consigliato la cittadinanza a tenersi chiusa in casa e a non consumare prodotti degli orti.
Le cause dolose degli incendi,anche se si sta ancora indagando,sono praticamente ovvie,soprattutto per quanto riguarda il pavese dove in un anno ben otto magazzini simili a quello andato in fiamme a Corteolona hanno subito lo stesso destino...ma come dissero menti intelligenti nel Nord Italia(Lombardia)la mafia non esiste(vedi:madn lombardi-e-la-lombardia ).


Violento incendio in un'azienda di riciclaggio rifiuti in Valbormida: origine dolosa.

Sul posto squadre di vigili dal fuoco anche da Savona e Genova. Scuole chiuse in diversi paesi, accertamenti dell'Arpal sulla eventuale tossicità dei fumi

di LUCIA MARCHIO'

Violento incendio in un'azienda di riciclaggio rifiuti in Valbormida: origine dolosa
L'incendio alla Rg Riciclaggi

Un violento incendio è divampato ieri sera poco dopo le 21 alla Fg Riciclaggi di Bragno, a Cairo Montenotte. Sono stati i vicini ad allertare i soccorsi perchè hanno visto sprigionarsi dagli impianti una nube di fumo e alzarsi alte fiamme. L'azienda è specializzata nel riciclaggio di rifiuti, opera dal 1996 su una superficie di 14.000 metri quadri sulla riva sinistra del fiume Bormida di Spigno. Le fiamme sono partire da un deposito di rifiuti ed una densa di nubi si è alzata dal deposito in fiamme,  ma l'incendio non ha raggiunto il magazzino dove sono stoccati i pneumatici. Secondo i vigili del fuoco, comunque, il rogo sarebbe di origine dolosa. Le indagini sulle cause del rogo sono state avviate dai vigili del fuoco e dai carabinieri: fra le ipotesi al vaglio, quella di un gesto intenzionale, anche perché l'incendio è divampato in un giorno di pioggia. I responsabili della ditta Fg hanno assicurato che nell'area dell'incendio vengono stoccati materiali di carta, di plastica e di legno, ma non sostanze o materiali pericolose ed inquinanti. Nella nottata l'incendio è stato circoscritto, ma le fiamme hanno continuato a divampare a lungo.

Sono sul posto diverse squadre di vigili del fuoco di Cairo, Savona, Genova e Villanova d'Albenga, con le autobotti. Il sindaco di Cairo Paolo Lambertini ha allertato anche l'Arpal perchè la nube che si è sprigionata dall'incendio si è estesa verso Carcare, Ferrania e Savona. Per il momento non è chiaro se si è anche in presenza di un rischio tossico, perchè deve essere accertata la natura dei materiali che stanno bruciando. Si sa che l'incendio ha interessato sicuramente i depositi di carta e legname, ma non quelli dei pneumatici.

I sindaci dei Comuni della zona dove è in corso il violento incendio hanno invitato ad adottare una serie di precauzioni in via cautelativa. Le scuole restano chiuse a Cosseria, Bragno, Ferrania, Cairo Montenotte, Carcare e San Giuseppe di Cairo. Hanno poi raccomandato di evitare di esporre i bambini a fumi e polveri che potrebbero rivelarsi nocivi, anche se al momento non si ha alcuna certezza sulla loro potenziale tossicità, sulla quale si attende il responso dell' Arpal.

I vigili del fuoco questa mattina sono ancora al lavoro e stanno procedendo allo smassamento dei materiali bruciati e ad allontanare tutti i materiali infiammabili dal luogo del rogo. I tecnici Arpal sono al lavoro per valutare l'impatto ambientale, al momento non sono ancora noti i risultati. I sindaci di tutti i Comuni del comprensorio hanno diramato avvisi di non avvicinarsi alla zona e di evitare l'esposizione ai fumi. L'impianto era già stato danneggiato da un rogo nell'ottobre 2015 avvenuto all'esterno di un capannone.

-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

Corteolona.

Maxi rogo: la Procura indaga per incendio doloso

Corteolona, l’ipotesi: capannone bruciato per nascondere un traffico illecito di rifiuti. I carabinieri cercano proprietario e gestore del magazzino
di Fabrizio Merli e Giovanni Scarpa 

CORTEOLONA. Alla procura della Repubblica di Pavia c’è un fascicolo aperto per il maxi rogo di Corteolona. L’ipotesi sulla quale, per il momento, l’autorità giudiziaria sta lavorando è quella di incendio doloso. L’inchiesta è stata affidata al sostituto procuratore della Repubblica, Roberto Valli che, come è normale, non si sbilancia nel rispetto del segreto delle indagini preliminari. L’indagine, per il momento nei confronti di persone ignote, è alle prime battute e gli stessi investigatori stanno mettendo in fila gli elementi raccolti per costruire solide fondamenta all’inchiesta

Corteolona, spento l'incendio partono le indagini
L'incendio a Corteolona è stato spento. Ora tocca alle indagini fare chiarezza su quanto è successo. I carabinieri del comando provinciale di Pavia stanno effettuando gli accertamenti sia sulla proprietà sia quelli tecnici che fanno capo ai vigili del fuoco al termine dei quali l'autorità giudiziaria deciderà con quale ipotesi aprire il fascicolo e a chi delegare le indagini. I vigili del fuoco stanno proseguendo nelle operazioni cosiddette di smassamento.

Incendio a Corteolona, solidarietà al giornalista della "Provincia Pavese" indagato per favoreggiamento
Il cronista interrogato in Procura dalla polizia giudiziaria per aver chiesto informazioni a un sottufficiale dei carabinieri sull’installazione di una telecamera di sorveglianza posizionata nei pressi del capannone

Che l’incendio fosse di origine dolosa lo si era capito praticamente da subito. All’interno del capannone nel quale erano abusivamente collocati i rifiuti, infatti, non aveva alcun impianto elettrico. E l’andirivieni di mezzi notato da chi vive in questa zona nelle settimane precedenti fa propendere per un incendio appiccato da chi, probabilmente, aveva interesse a cancellare le tracce di un “giro” poco chiaro. Ma si tratta, per il momento, di ipotesi che verranno seguite e approfondite dagli investigatori, cioè i carabinieri.

Le indagini del carabinieri.I militari, in stretto contatto con la procura, si stanno muovendo con il gruppo carabinieri forestali (specializzati in tematiche ambientali) e con la compagnia di Stradella, competente per territorio. Attualmente, fanno sapere dal comando provinciale, non ci sono ancora indagati. Il capannone è gestito da una società di compravendita immobiliare di Milano: ma non è stato ancora stabilito se la società milanese si occupa solo di cercare un acquirente, se in aggiunta gestisce a tutti gli effetti l’immobile e se l’edificio appartiene alla stessa immobiliare o ad altri soggetti. Si è affacciata l’ipotesi che fosse in subaffitto, ma il particolare non è stato ancora verificato.

Pavia, 8 roghi in 1 anno.
Dall'esplosione alla raffineria Eni di Sannazzaro nel dicembre 2016 all'incendio all'impianto di smaltimento rifiuti a Mortara del 6 settembre 2017, fino al rogo nel capannone abbandonato di Corteolona del 3 gennaio 2018, si contano 8 roghi nel pavese

Non esistono purtroppo immagini riprese da telecamere di sicurezza nella zona dell’incendio, in grado di documentare i movimenti di camion carichi di rifiuti destinati ad essere stoccati nel capannone. I carabinieri proseguono le analisi delle immagini riprese dalle telecamere stradali della zona, ma finora non ci sono riscontri.

Incendio a Corteolona, il capannone era una discarica abusiva
Spente le fiamme che hanno creato un'emergenza per la paura-diossina. Aperto un fascicolo contro ignoti per incendio doloso. Il prefetto: "Un sito di stoccaggio non noto". Coldiretti: "Rimborsare i danni alle aziende". Alcuni residenti hanno spiegato di aver visto, negli ultimi mesi, camion entrare e uscire scaricando materiale. Il prefetto: "Andate subito da un medico se avvertite infiammazioni alle vie aeree"

La telecamera. Una telecamera puntata sul capannone sospetto però c’era. E non una qualsiasi. A mettere il dispositivo di registrazione erano stati proprio i carabinieri della Forestale. Su preciso ordine della procura di Pavia. Segno evidente che forze dell’ordine e magistratura stavano indagando sul movimento di camion, bilici, ruspe che entravano ed uscivano dal cortile. La telecamera era stata installata su uno dei capannoni adiacenti circa due mesi fa.La telecamera è del modello di ultima generazione, idonea a trasmettere immagini nitide e ad alta definizione sia di giorno, sia di notte. Una postazione che, di fatto, ha potuto riprendere momento per momento camion in entrata ed uscita dal capannone dato poi alle fiamme. Da lì in poi, tutto quello che è successo il via vai di persone, mezzi e materiale in entrata ed uscita dal magazzino è stata quindi filmata. Anche se, sostengono artigiani e abitanti della zona, non c’era bisogno di un tale accorgimento tecnico per vedere cosa succedeva.

Incendio a Corteolona, i sindaci: "Prudenza, non si sa cosa brucia"
Le fiamme si sono sviluppate all’interno di un capannone industriale abbandonato di circa 2mila metri quadri in cemento all’interno del quale erano stoccati da chissà quanto tempo materiali vari, tra cui scarti di materiale plastico. Alcuni residenti hanno però spiegato di aver visto, negli ultimi mesi, camion entrare e uscire scaricando materiale. Mercoledì sera i sindaci del territorio, in prima linea il primo cittadino di Corteolona e Genzone Angelo Della Valle e il sindaco di Inverno e Monteleone Enrico Vignati hanno raccomandato di non uscire di casa se non strettamente necessario, di non sostare all’aperto e non aprire le finestre in attesa di capire che cosa stia bruciando.

I movimenti sospetti. «Movimenti clandestini o notturni? Ma quando mai – racconta uno dei titolari delle attività proprio di via Don Bosco –. Qui facevano tutto alla luce del sole. Anche di giorno. Anzi soprattutto». Secondo alcune testimonianze, persino una ruspa, ancora parcheggiata nel cortile l’altro giorno, sarebbe stata spostata. Qualche ora dopo, le fiamme che hanno avvolto il magazzino. Secondo la ricostruzione di chi abita a poche centinaia di metri dal capannone dato alle fiamme, poco prima di luglio il cancello non era neppure chiuso. «Entravano e uscivano anche con le ruspe – ricordano –. Per non parlare dei bilici e i Tir. A volta bloccavano addirittura la strada, per poter entrare nel piazzale». Il catenaccio sarebbe stato messo dopo l’arrivo dei primi carichi.