sabato 23 settembre 2017

ELEZIONI TEDESCHE


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Domani si terranno in Germania le elezioni politiche per il rinnovo del Bundestag che eleggerà a sua volta il nuovo cancelliere che sarà quasi sicuramente un rinnovo per la Merkel in un contesto che dovrebbe vedere la sua Cdu prevalere di una buona percentuale di voti sull'Spd di Schulz,salvo poi allearsi nuovamente nella grande coalizione(Große Koalition).
Lo spauracchio dell'estrema destra di Afd crea qualche timore in tutti gli altri partiti che non sono scesi a compromessi verso questo gruppo che fa del razzismo e del revisionismo i propri principali temi,visto che di seri programmi di governo non ne hanno.
Invece la Linke che ha ottenuto nel 2013 l'8,6% dei voti ha un chiaro programma che dovrebbe essere analizzato e proposto con i giusti arrangiamenti anche in Italia e che viene riportato evidenziando i punti più salienti alla fine dell'articolo preso da Popoff(elezioni-germania ).

Elezioni Germania, davvero è una campagna noiosa?

Germania, si vota domenica e tutti danno per scontata la vittoria di Merkel ma sono spaventati dai razzisti di Afd. La Spd della grosse koalition verso il crac. Il programma della Linke

di Francesco Ruggeri
«Con una campagna delle coccole, in cui si deve usare la lente d’ingrandimento per trovare la differenza fra Cdu e Spd, non si mobilita nessuno», spiega la leader della Linke (Sinistra, di cui in calce all’articolo vi proponiamo una sintesi del programma), Sahra Wagenknecht, in un’intervista all’ANSA, in vista del voto di domenica prossima. «Credo che anche Martin Schulz dovrebbe aver rinunciato a imporre il cancelliere. Eppure aveva una chance concreta: se l’SPD avesse deciso di congedarsi dalla politica dell’agenda di Schroeder e avesse segnalato in modo credibile: vogliamo fare una politica per il nostro elettorato, per i lavoratori, i pensionati, i disoccupati. Ma l’SPD ha deciso diversamente e si è giocato questa opportunità». «Se saremo così forti da poter formare una coalizione rosso-rosso-verde, spero naturalmente che l’SPD non ripeta l’errore del 2005 e del 2013, e che stavolta usi la maggioranza e s’imponga con noi per una politica diversa».

SAHRA WAGENKNECHT (48 anni): Oriunda di Berlino est, figlia di una tedesca ed un iraniano, è l’esponente più in vista della Linke, sempre presente ai dibattiti ed eventi televisivi. Moglie dell’attuale leader del partito Oskar Lafontaine (ex Spd) laureata in economia politica, sa comunicare con la gente e non teme la polemica, come quando ha chiesto l’espulsione dei responsabili degli attacchi sessuali alle donne a Colonia a Capodanno del 2016. Con lei DIETMAR BARTSCH (59 años), rappresentante dell’ala pragmatica del partito, è solito ricordare che per imporre i propri obiettivi servono alleati e per formare alleanze è necessario cedere. Oriundo di Stralsund, nel nordest della Germania, è entrato in giovane età nella SED, il partito che governava la Repubblica democratica tedesca, ha studiato economia e ha preso un dottorato a Mosca. Dopo la caduta del Muro di Berlino è stato tesoriere del partito successore della SED, il PDS, Partito del socialismo democratico. Bartsch ha assunto la gestione del partito Die Linke, nato nel 2007 dalla fusione tra il Pds e i fuoriusciti dalla Spd contrari alle riforme di Schroeder. Ma nel 2010 ha lasciato l’incarico in contrasto con le posizioni dell’allora presidente del partito, Oskar Lafontaine. Nel 2015 ha assunto con Sahra Wagenknecht la leadership congiunta del gruppo parlamentare, succedendo al carismatico Gregor Gysi divenuto il moderato capo, in asse con Tsipras, del Partito della Sinistra europea, che comprende la nostra Rifondazione.

E’ la destra oltranzista, però, che fa tremare la politica tedesca a due giorni dal voto che vedrà l’ennesima conferma del governo Merkel. E ieri la squadra populista e razzista ha preso corpo in un noto talk show televisivo, dove tutti i partiti erano allineati contro AFD. Ospiti della serata, Ursula von der Leyen (CDU), Manuela Schwesig (SPD), Christian Lindner (FDP), Sahra Wagenknecht (LINKE), Catrin Goering-Eckardt (VERDI), Alexander Gauland (AFD). «Lei non è in grado di affrontare temi come le politiche climatiche, perché il suo partito non guarda oltre i confini nazionali. AFD non è in grado di collaborare con gli altri», ha detto von der Leyen, bacchettando la posizione dei populisti sul cambiamento climatico. Gauland aveva infatti affermato che «il clima cambia da sempre, e la svolta energetica non migliora le cose, quindi non ha senso». Quando il candidato di spicco ha ammesso che AFD «non ha un programma sulle pensioni dal momento che è un giovane partito», Lindner gli ha replicato: «E cosa avete fatto in questi 4 anni?» «Ci sarà una Grosse Koalition, e noi saremo terzi, e leader dell’opposizione», ha affermato inoltre il giovane liberale, assumendo una posizione inaspettata sulla futura coalizione. Una mossa strategica: l’FDP vorrebbe alzare il prezzo di una eventuale alleanza con Merkel, e sedersi al tavolo delle trattative dopo il fallimento degli altri tentativi. Invitata a dire che percentuale l’Spd si aspetta di raggiungere, la socialdemocratica Schwesig ha risposto con evidente difficoltà: «Più di quanto dicano i sondaggi».

«Destra radicale nel Bundestag, l’SPD davanti a uno storico record negativo? Le elezioni potrebbero avere drammatiche conseguenze o avviare finalmente un nuovo inizio». «Pass auf, Deutschland! (Attenta, Germania!)»: Un lungo editoriale di Giovanni Di Lorenzo, il direttore italo-tedesco dello Zeit, il giornale fondato da Helmut Schmidt, contesta le analisi di chi superficialmente ha definito noiosa questa campagna elettorale e, di conseguenza, le elezioni di domenica prossima: «Magari lo fossero. È vero il contrario: queste elezioni potrebbero essere una cesura, o nel migliore dei casi, un nuovo inizio». Anche in quest’analisi, l’offensiva di Afd viene definita senza mezzi termini: «I suoi politici di punta lavorano a provocazioni radicali, razziste e revisioniste». E da terzo partito e leader dell’opposizione Alternative fuer Deutschland avrebbe (tradizionalmente) diritto a posti di rilievo in commissioni parlamentari: come la presidenza della commissione di bilancio. «Chi vota per Afd non è necessariamente un estremista di destra», sottolinea, ma mette comunque in conto o ha perfino «simpatia» per la «radicalizzazione» degli argomenti. L’altra possibile «cesura» affrontata dall’editoriale è l’eventuale crollo dell’SPD. «La domanda se la Germania sia pronta per un cancelliere uomo è una bella battuta, con un fondo di verità». La cancelliera «sembra così forte» che nessun altro candidato avrebbe potuto vincerla. Di Lorenzo sottolinea però anche le responsabilità dell’SPD: «Consulenti richiesti e non richiesti hanno più volte cercato di convincere il partito a spostarsi più a sinistra, per far tornare gli elettori». Del resto la stabilità della Linke, sul 10%, suggerisce che l’elettorato di sinistra c’è. Andrebbe solo conquistato. Interessante è che anche dalla prospettiva di un giornale di centro-sinistra una nuova edizione della Grosse Koalition sarebbe un errore: per i socialdemocratici, che devono ritrovare la loro identità.

Pubblichiamo, infine, una sintesi in pillole del programma di Die Linke

Sociale. Giusta. Pace. Per ognun@

1. Per un fisco equo
•Meno tasse per redditi inferiori a 7.100 € lordi al mese (136 € in più al mese per 1.700 € lordi, 211 € in più per i redditi a partire da 3.400 €)
•Innalzamento del minimo esente da detrazione fiscale a 12.600 €
•Tassare di più i redditi alti: 53% di imposizione fiscale a partire da 86.000 € lordi all‘anno (per persone single) – „tassa sui ricchi“ 60% a partire da 260.000 €, 75% a partire da un milione di €.
•No a tasse più basse per i redditi da capitale rispetto a quelli da lavoro: abolire l‘imposta forfettaria del 25% per i redditi da capitale
•Patrimoniale: 5% sui patrimoni superiori a un milione

2. Per un lavoro e garanzie sociali dignitosi
•Salario minimo a 12 € all‘ora
•Lavoro sicuro invece di contratti precari – o a tempo determinato, interinale, freelance.
•Rafforzare l‘obbligo di contratti collettivi.
•Estendere la durata dell‘erogazione di sussidi di disoccupazione.
•Più tempo libero per sé e la famiglia: riduzione dell‘orario di lavoro a 30 ore.
•Reddito sociale minimo a 1050 € senza sanzioni.

3. Buone pensioni
•Riportare il livello di pensioni al 53% (130 € al mese in più per un/a pensionato/a medio)
•Pensione minima a 1050 €
•Maggiori sgravi per i bassi salari.
•Equiparare le pensioni tra est e ovest.
•Riportare l‘età pensionabile a 65 anni.

4. Buoni alloggi
•Abbassare gli affitti in aree tutelate a 8,50 €/mq, congelare il livello attuale
•Costruire 250.000 alloggi popolari comunali non-profit all‘anno
•Niente restrizioni agli obblighi sociali per la costruzione di alloggi sovvenzionati
•Frenare lo sfruttamento dei beni immobili: la casa non deve essere oggetto di speculazione!

5. Investire in sanità, assistenza, istruzione e infrastrutture
•Per un‘assistenza sanitaria solidale, finanziata da chiunque abbia un reddito: abbassare il contributo al 12% – importi inferiori per redditi inferiori a 6.250 € lordi. Reintrodurre parità di contributi tra dipendenti e datori di lavoro.
•Abolizione di costi aggiuntivi per farmaci, spese dentistiche e occhiali.
•Più personale e migliori retribuzioni per il lavoro di assistenza.
•160.000 nuovi posti di lavoro negli ospedali.

6. Una buona partenza nella vita per ognun@ – lottare contro la povertà infantile
•Sussidio di base individuale di 564 € per ogni bambin@ e ogni adolescente.
•Aumentare da subito l‘assegno familiare a 328 € per bambin@.
•Istruzione gratuita dall‘asilo all‘università.
•Trasporto pubblico gratuito per ogni bambin@.
•Pasti caldi salutari e gratuiti in tutti gli asili e tutte le scuole.

7. Giustizia globale, pace e salvaguardia del clima
•Stop alle esportazioni di armi, ridurre la spesa militare di 10 miliardi e non aumentarla di 25 milliardi! No alla guerra!
•Commercio equo invece del libero scambio: Stop TTIP, CETA e TISA!
•Sì all‘Europa: contro il nazionalismo e il populismo di destra. L‘Unione europea deve essere sociale, o fallirà.
•0,7% del PIL alla cooperazione.
•Difendere il diritto elementare all‘asilo – senza limitazioni!
•Transizione energetica: energie rinnovabili, sociali, decentrate. Proibire il fracking.
•Estendere il trasporto pubblico, biglietti sovvenzionati per le persone meno abbienti

venerdì 22 settembre 2017

SETTIMANE DI SCIOPERI IN FRANCIA


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Sono settimane di proteste di piazza quelle che stanno caratterizzando la lotta dei lavoratori francesi contro la loi travail giunta in un momento cruciale per la sua attuazione definitiva,con la promessa di cancellare i contratti nazionali per farli divenire aziendali con effetti devastanti su orari e retribuzioni,su licenziamenti e capacità contrattuale che non sarà più collettiva.
Nell'articolo di Popoff(francia-sfida-decisiva )le date di questi giorni dopo che nelle scorse settimane gli scontri erano diventati particolarmente violenti anche con l'aiuto degli studenti che hanno manifestato in ogni grande città della Francia assieme ai lavoratori.

Francia, sfida decisiva al jobs act di Macron

Francia, centinaia di migliaia in piazza contro le “riforme” di Macron che smontano i diritti dei lavoratori. Domani, 23, in piazza Melenchon.

di Ercole Olmi
Secondo round tra il presidente Macron (16% al primo turno delle presidenziali) e i sindacati, che dopo la prima giornata di scioperi indetta lo scorso 12 settembre oggi sono tornati nelle strade delle principali città francesi per manifestare contro la riforma del lavoro prevista dal governo. Un’iniziativa promossa dal sindacato della Cgt, con Sud-Solidaire, Fsu e una minoranza di FO, che come già successo in precedenza non ha ricevuto l’appoggio di altre sigle come quella di Force Ouvrière e della Cfdt. Organizzata alla vigilia della presentazione dei decreti attuativi al Consiglio dei ministri, la giornata ha visto una mobilitazione minore rispetto alla volta scorsa ma si iscrive dentro un periodo di mobilitazione molto importante. E si continua con lo sciopero dei servizi pubblici il 10 ottobre preceduto, il 23 settembre, dalla manifestazione promossa da France Insoumise, il partito di Melenchon. “Lo showdown con il governo ha avuto inizio, anche se oggi la mobilitazione non è unificata”, scrive l’organo dell’Npa, il Noveau parti anticapitaliste. Il pacchetto preparato da Macron, per implementare la loi travail, il jobs act alla francese, prevede la rottura del contratto nazionale di lavoro e introduce quello aziendale che i padroni possono sciogliere quando gli pare. Le aziende possono comprimere i salari e non pagare i giorni di congedo. Licenziamenti più facili, riduzione dei diritti dei lavoratori, si vuole abolire lo status dei dipendenti pubblici e dei ferrovieri (Macron dice che sarebbero troppo pigri), imporre una selezione maggiore nelle università e cancellare il valore legale del diploma. Un attacco senza precedenti e generalizzato per andare allo scontro, vincere e poi avere mano libera per degradare ulteriormente le condizioni di vita e di lavoro. Macron, al pari dei suoi omologhi europei, vuole un mondo in cui i dipendenti non possono più difendersi collettivamente, la concorrenza capitalistica governa tutte le sfere della società e i migranti sono abbandonati al loro destino.

Anche in Francia ci sono sindacati concertativi ma c’è chi prova a organizzare una piattaforma collettiva radicale: riduzione dell’orario di lavoro, aumento dei salari, interdizione dei licenziamenti indiscriminati, prendere i soldi dove stanno: nelle tasche dei padroni! I profitti del CAC 40 (L’indice azionario  che prende nome dal primo sistema di automazione della Borsa di Parigi, la Cotation Assistée en Continu, Quotazione continuamente assistita, è il principale indice di borsa francese e uno dei più importanti del sistema Euronext) hanno superato  i record dell’anno scorso, continua l’evasione fiscale, tuttavia il governo non ha soldi né per le vittime di Irma (che ha colpito duro nei Territori d’Oltremare) né per le classi popolari della metropoli.

Secondo il ministro dell’Interno ieri hanno partecipato 132mila persone in tutta la Francia, mentre gli organizzatori si sono limitati ad annunciare «diverse centinaia di migliaia» di manifestanti. La scorsa settimana, quando la mobilitazione è stata unitaria, si erano contati tra i 223mila e i 500mila partecipanti. Il segretario nazionale della Cgt, Philippe Martinez, ha evocato una mobilizzazione «equivalente» a quella di dieci giorni fa, sottolineando che «ci sono molti più scioperi nelle industrie». In strada anche Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, secondo il quale la mobilizzazione «non fa che cominciare». Ma, oggettivamente, la sua chiamata del 23 ha giocato contro lo sciopero di ieri perché dà la possibilità di manifestare senza rinunciare al lavoro. A margine di alcuni cortei come quello di Parigi o Bordeaux si sono registrati scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. In visita a Marsiglia nei luoghi dove verranno costruite le strutture per le Olimpiadi del 2024, Macron si è scontrato con una donna disoccupata di 41 anni, che ha rimproverato al presidente di essere «troppo liberale». Per tutta risposta, il capo dell’Eliseo ha ritenuto «necessaria» la riforma in cantiere ricordando l’alto tasso di disoccupazione che colpisce soprattutto i giovani. Gli stessi argomenti indecenti utilizzati da chi ha imposto il jobs act in Italia.

giovedì 21 settembre 2017

VENTI SETTEMBRE,LA FINE DELLO STATO PONTIFICIO


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Se la data del 1861 è quella istituzionale che sancisce l'Unità d'Italia,nel 1870 e precisamente il venti di settembre vi è quella diciamo ufficiale con la fine dello Stato Pontificio e l'introduzione pratica del termine di laicità nell'ordinamento italiano.
Con la breccia di Porta Pia il sanguinario papa Pio IX venne relegato in Vaticano,un antisemita oltre che reazionario che ha massacrato e giustiziato i rivoluzionari e i patrioti del tempo:nell'articolo preso da Left(xx-settembre-e-memoria-storica )una rispolverata di un passaggio veramente importante della storia d'Italia ampiamente dimenticata non solo dagli studenti d'oggi ma anche da parecchia gente un poco più anzianotta.

XX Settembre e memoria storica.

di Raffaele Carcano
Alcuni anni fa, a una celebrazione del 25 Aprile, incontrai un partigiano ultraottantenne che si lamentava del fatto che le commemorazioni fossero divenute ormai ritualistiche, e che lo spirito della Liberazione non fosse più così diffuso all’interno della popolazione, specialmente quella più giovane.

Bene: paragonata alla situazione del 25 Aprile, quella del 20 Settembre è comunque incomparabilmente peggiore. Non solo le celebrazioni sono organizzate da un numero veramente limitato di amministrazioni ma, soprattutto, nella situazione attuale, ci farebbe un enorme piacere sostenere che «lo spirito del Venti Settembre non è più così diffuso all’interno della popolazione». Perché presupporrebbe, quantomeno, un’estesa informazione sulla ricorrenza. Purtroppo, la desolante realtà è che la stragrande maggioranza della popolazione non sa nemmeno cosa accadde il 20 settembre del 1870.

E questa “lacuna” (eufemismo), si badi bene, coinvolge anche la popolazione più colta. Per fare giusto un esempio: giorni fa, un attivista laico aduso a consegnare di persona le proprie lettere al quotidiano cittadino ha dovuto amaramente constatare che, all’interno della redazione, quasi nessuno sapesse cosa è successo 147 anni fa.

Questa lacuna, aspetto altrettanto grave, ha pesanti ripercussioni sulla realtà attuale.

Non si sa, ad esempio, che c’era un papa, Pio IX, che governava uno Stato da vero e proprio monarca: lacuna grave soprattutto oggi, quando le gerarchie ecclesiastiche danno ai nostri politici consigli interessati in materia di governo.

Non si sa nemmeno che quello Stato era uno dei più inefficienti e illiberali d’Europa: lacuna grave soprattutto oggi, quando le gerarchie ecclesiastiche danno consigli ai nostri politici in materia di economia e diritti umani.

E non si sa che quel papa era risolutamente contrario all’Unità d’Italia: lacuna grave soprattutto oggi, quando la Conferenza Episcopale Italiana rivendica le radici cristiane del Paese.

Non si sa neppure che quel papa negava i diritti civili a tutti i cittadini non cattolici (ebrei, protestanti e non credenti): lacuna grave soprattutto oggi, quando il cardinal Ruini definisce «una splendida lezione» un discorso che ha rischiato di creare uno scontro di civiltà con l’islam.

Infine, non si sa che quel papa si espresse contro la democrazia, la libertà di espressione e la libertà religiosa: lacuna grave soprattutto oggi, quando la Chiesa cattolica rivendica spazi sempre più ampi di intervento, dai mezzi di informazione alle grandi questioni bioetiche, con ciò scivolando pericolosamente verso una configurazione in senso “etico” dello Stato.

È triste constatare come si sia caduti in basso. Ma la disinformazione, del resto, coinvolge anche la conoscenza della storia stessa della laicità. Pochi sanno che il concetto occidentale di laicità è nato in Italia, con Dante e Marsilio. E quasi nessuno, nello stesso mondo laico, è al corrente che anche il concetto di libertà religiosa ha un’origine italiana: ma i nomi di Lelio e Fausto Sozzini non sono inseriti nei libri di testo scolastici, non sono citati nei tanti incontri interculturali, non sono nemmeno ricordati dalla toponomastica dei municipi (forse perché dedicare strade agli eretici è ancora oggi alquanto problematico).

Tutto questo per dire che c’è un gigantesco problema di memoria storica. Vi è certamente, in tutto questo, una gravissima responsabilità della classe politica: che, da sola, non sarebbe però bastata a creare un baratro così profondo. Probabilmente le gerarchie ecclesiastiche hanno operato efficacemente. Forse si è sopravvalutata troppo la (presunta?) laicità del popolo italiano. Ma quel che è sicuro è che, per invertire la tendenza, non possiamo limitarci solo a pur doverose rivendicazioni e celebrazioni: dobbiamo anche operare concretamente, giorno per giorno, per la concreta applicazione del supremo principio costituzionale della laicità dello Stato.

Raffaele Carcano, Uaar.it

mercoledì 20 settembre 2017

COLPO DI STATO NELLA GENERALITAT CATALANA


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Un vero e proprio di Stato quello che il governo madridista sta compiendo in queste ore a Barcellona nelle sedi governative e nei vari ministeri della Generalitat catalana per impedire stavolta con la forza le votazioni del primo ottobre sull'indipendenza della regione.
Come già detto le intimazioni di Madrid e di Rajoy non si limitavano solamente a minacce e prontamente si sono rilevate promesse e atti concreti(madn la-catalunya-alla-svolta-nonostante-la spagna )mentre le motivazioni sull'illegittimità del referendum vacillano sempre più(popoff catalogna-il-referendum-e-legittimo-ecco-perche ).
L'articolo di Contropiano(catalogna-repressione-generalitat )cui seguiranno aggiornamenti,spiega i soprusi da Stato di polizia mentre il resto dell'Europa tace su questo grave atto di terrorismo politico,che sta mettendo in difficoltà seria i rapporti tra la Spagna e la Catalunya che già negli ultimi tempi non sono stati idilliaci.

Catalogna: scatta la repressione di Madrid. Raffica di arresti, in manette i dirigenti della Generalitat.

di  Marco Santopadre  
Lo Stato spagnolo è passato alla fase repressiva contro gli organizzatori del referendum indipendentista, compresi membri e funzionari della Generalitat, il governo della Catalogna. E’ un esito al quale molti esponenti politici e commentatori pensavano non si sarebbe arrivati, ma gli interessi in gioco sono consistenti e di fronte alla determinazione del fronte indipendentista catalano i poteri forti di un paese che non ha mai fatto i conti con il proprio passato fascista hanno deciso di passare all’azione. La parola d’ordine è impedire la consultazione con la forza.

 Stamattina centinaia di agenti della Guardia Civil, hanno fatto irruzione negli uffici di molti dipartimenti della Generalitat e in quelle di due imprese private sequestrando materiale considerato illegale in quanto collegato al referendum del 1 ottobre. La ‘Benemerita’ ha operato finora 12 arresti, per la maggior parte di funzionari e dirigenti dell’amministrazione regionale catalana, tra i quali ci sono anche due stretti collaboratori del numero due della Generalitat, Oriol Junqueras, esponente di Esquerra Republicana. Si tratta di Josep Maria Jové e di Lluís Salvadó, entrambi responsabili del Dipartimento Economia e Finanze, accusato dalla magistratura e dal governo spagnolo di stornare illegalmente fondi pubblici per coprire le spese di organizzazione della consultazione popolare che dovrebbe sancire la fondazione di una Repubblica Catalana indipendente. Le perquisizioni e gli arresti sono avvenute all’interno delle sedi del dipartimenti Economia e Finanze, Esteri, Lavoro e Affari Sociali, e all’interno di enti dipendenti dalla nuova Agenzia Tributaria della Catalogna, organismo creato dal governo catalano nei mesi scorsi proprio in previsione di un processo di disconnessione e disobbedienza nei confronti delle istituzioni centrali spagnole. Tra gli arrestati figurano anche alcuni dei responsabili del governo catalano per il voto elettronico e per le telecomunicazioni. Da mesi il giudice Juan Antonio Ramírez Suñer guida una speciale tasque force che in segreto stava preparando un’operazione repressiva su vasta scala volta a impedire l’organizzazione del referendum dichiarato illegale dal Tribunale Costituzionale all’inizio di settembre.

 L’accentramento nelle mani del giudice Ramírez Suñer, realizzato con consistente anticipo rispetto agli eventi ed evidentemente su input del governo di Madrid, ha generato le proteste dei magistrati del Tribunale Superiore di Giustizia della Catalogna, di grado superiore e formalmente incaricati di ‘seguire il caso’. Di fatto Ramírez Suñer ha scavalcato la giudice del TSJC, Mercedes Armas, che alcuni giorni fa aveva respinto le richieste del procuratore che chiedeva di poter ordinare alla polizia una raffica di perquisizioni e di arresti a carico dei responsabili dei diversi dipartimenti del governo catalano.
 Già prima dell’estate, il magistrato aveva ordinato alla Guardia Civil di interrogare vari dirigenti della Generalitat oltre al leader del “Coordinamento per un referendum pattuito con lo Stato”, il socialista catalano Joan Ignasi Elena.

 Sempre stamattina, la Guardia Civil ha effettuato un altro blitz, stavolta a bordo di una nave privata, arrestando altre due persone e sequestrando schede elettorali e materiale informativo sulla consultazione del 1 ottobre. Nei giorni scorsi la polizia di Madrid aveva sequestrato circa un milione e mezzo di cartelli, manifesti e volantini in varie parti della Catalogna.

 Il presidente del Partito Popolare in Catalogna, Xavier García Albiol, si è immediatamente congratulato con le forze di sicurezza. Su twitter l’esponente della destra nazionalista spagnola ha scritto, dicendosi orgoglioso dello ‘stato di diritto’ e del premier Mariano Rajoy: “Qualcuno credeva che separare la Catalogna dal resto della Spagna non avrebbe comportato conseguenze”. Incredibilmente, il Ministro degli Esteri spagnolo, Alfonso Dastis, ha accusato gli indipendentisti catalani di utilizzare ‘metodi nazisti’ per imporre il referendum.

A pochi minuti dall’inizio delle perquisizioni centinaia e poi migliaia di manifestanti, convocati dal tam tam telefonico e dei social, hanno iniziato a protestare nel centro di Barcellona davanti alle sedi del governo catalano occupate dagli agenti della Guardia Civil. I manifestanti gridano slogan – “Voteremo”, “Non abbiamo paura”, “No pasaran”, “No al colpo di stato”, “Dov’è l’Europa?”, “Sciopero generale!” – cantano ‘El Segadors’ (l’inno catalano) ed espongono garofani rossi e gialli (come la senyera, la bandiera catalana). Alle proteste organizzate dalle associazioni culturali Omnium Cultural e Associazione Nazionale Catalana, oltre ai militanti dei partiti indipendentisti – PDeCat, ERC e Cup – stanno partecipando anche i lavoratori del sindacato Comisiones Obreras, la cui sede si trova a pochi passi da uno dei ministeri presi di mira dalla Polizia. I manifestanti hanno anche bloccato il traffico nelle centrali Via Laietana e Gran Via, esponendo cartelli e striscioni per l’indipendenza.

A Catalunya Radio, il vicepresidente del Govern e Conseller dell’Economia, Oriol Junqueras, ha definito l’accaduto una “dimostrazione dello stato di polizia”. “Entrano all’interno della sede del Govern come se fosse un’azienda qualsiasi” ha denunciato l’esponente della Sinistra Repubblicana.

Dopo le perquisizioni e gli arresti, il presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, ha convocato una riunione straordinaria del Govern in corso da mezzogiorno. Il suo portavoce Jordi Turull sui social ha chiesto agli indipendentisti di mantenere la calma e ha ribadito che il processo di disconnessione dallo Stato Spagnolo andrà avanti comunque: “Molta calma e serenità di fronte allo stato d’emergenza e di polizia. Il nostro impegno continua e con più ragioni ogni ora che passa”.

La deputata e dirigente della CUP – sinistra radicale indipendentista – Anna Gabriel ha chiesto al governo di garantire comunque la consultazione popolare prevista il 1 ottobre nonostante il ‘colpo di stato’ in corso. “Non ci può essere nessun passo indietro. E’ impensabile che il 1 ottobre non si voti, in caso contrario vorrà dire che il colpo di Stato ha vinto”.

La sindaca di Barcellona Ada Colau ha definito ‘uno scandalo democratico’ gli arresti per motivi politici avvenuti questa mattina, mentre i parlamentari di En Comùn, Erc e PDeCat abbandonavano la seduta del Parlamento di Madrid in corso.

L’esponente catalano di Podemos, Xavier Domènech, ha affermato che tutte le linee rosse sono ormai state superate passate. Dura la condanna del leader di Unidos Podemos, Pablo Iglesias, secondo il quale è intollerabile “che in Spagna ci siano prigionieri politici mentre un governo corrotto occupa le istituzioni”. Il segretario generale di Podemos ha insistito di nuovo sulla necessità di un accordo tra Catalogna e Stato Spagnolo che permetta un referendum convocato di comune accordo, una eventualità allo stato impossibile a maggior ragione dopo gli arresti di stamattina.

TRUMP IL BULLO


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Discorsi alle Nazione Unite come quello di Trump ieri si sono sentiti pochissime volte,il solito mix tra arroganza e retorica,dichiarazioni di guerra non solo a Stati ma anche ad ideologie e religioni,un campionario-bestiario degno dei suoi proclami quando bazzicava nel mondo del wrestling.
Ed ha mantenuto gli stessi toni da sbruffone,pensando di essere ancora nel finto mondo della lotta non rendendosi conto di parlare,di starnazzare al mondo intero in un luogo dove sono avvenuti interventi tra i più alti nel campo della società e della politica.
Nell'articolo preso da Contropiano(discorso-trump-allonu-lepitaffio-dellimpero )un riassunto del discorso contro un po tutti,da Iron Sheik  Nikolai Volkoff,passando a leccate ai partners mediorientali,fatwe ai nemici della stessa zona,enormi investimenti in denaro per le guerre con le successive promesse per le multinazionali pronte ad approfittarsene con appalti miliardari.

Il discorso di Trump all’Onu: l’epitaffio dell’Impero.

di  Federico Pieraccini
Trump, nel suo discorso alle Nazioni Unite, ha attaccato nell’ordine Kim Jong-Un, Maduro, Obama, Castro, la rivoluzione islamica Iraniana, Hezbollah, le Nazioni Unite, Assad, il socialismo Sovietico, il comunismo Cubano e indirettamente pure Chavez e la Federazione Russa (in merito alla vicenda Ucraina).

Per il resto, solito doppio messaggio. Uno indirizzato alla popolazione americana, sullo stile della campagna elettorale che l’ha portato alla presidenza. L’altro indirizzato al resto del mondo, chiaramente incentrato sul ruolo degli Stati Uniti quale nazione unica ed indispensabile (American exceptionalism) tinto però di una sorta di realismo politico (a suo dire).

Quel che conta è la frattura nel campo imperialista nordatlantico. Trump è disprezzato dai neoliberal alla Clinton e detestato dai neocon alla McCain (anche se fa di tutto, specie con la retorica più che azioni, per entrare nelle loro grazie), osteggiato persino dalla maggior parte dei partner Europei. Senza contare l’incapacità di fondo dell’amministrazione di conciliare le diverse posizioni di Trump in politica estera, generando terremoti (geo)politici devastanti come visto con Qatar e Arabia Saudita o tra Washington ed Ankara.

Trump non pare voler lasciare in eredità al paese l’ennesima guerra (con conseguente sconfitta), tradendo ulteriormente il mandato elettorale. Si è però volutamente circondato di generali assetati di guerre, soldi e appalti per i giganti del complesso militare industriale, sperando di salvarsi la presidenza. Non a caso ha deciso di aumentare il budget della difesa, ma non perde occasione per ribadire che gli Stati Uniti non vogliono usare la forza.

Ancora una volta, conta la realtà dei fatti e non le parole dietro cui Trump e l’establishment americano spesso si nascondono: in Siria hanno perso, così come in Iraq ed Afghanistan; tutto mentre Pyongyang sviluppava il suo deterrente nucleare e perfezionava quello convenzionale, rendendo le minacce nordamericane vuota retorica.

Il discorso di Trump provoca indifferenza ed ilarità ai nemici nordamericani, sfiducia nelle nazioni ancora orbitanti nella bolla unipolare di Washington e grande soddisfazione per regimi come Israele e Arabia Saudita che si accontentano ormai persino della scadente retorica di una delle persone meno stimate sulla scena internazionale.

Trump, ogni volta che parla, ci ricorda indirettamente quanto la transizione ad un ordine mondiale multipolare sia fortunatamente irreversibile ed in pieno svolgimento.

Questo articolo compare contemporaneamente su Contropiano e L’Antidiplomatico.

martedì 19 settembre 2017

BERSANI E PISAPIA?NO GRAZIE


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La lunghissima volata per le prossime elezioni sta partorendo un mostro a sinistra del Pd che sa di vecchio e di comunque spalla allo stesso partito di Renzi nonostante i giurin giuretto di Bersani e Pisapia che lo hanno sostenuto fino all'altro ieri.
Nei due brevi articoli di Giorgio Cremaschi(contropiano sinistra-del-pd-incoronano-pisapia-sempre-piu-inutili e popoff elezioni-e-se-ci-fosse-unalternativa-anche-a-pisapia-e-bersani )si fa il punto su di una coalizione che forse verrà votata ad essere larghi di manica dal 5% del 50% degli italiani visto le previsioni verticali dell'affluenza di voto.
Come già detto secondo me Minniti sarà il nuovo fantoccio a capo del prossimo governo,uno che sta bene sia alla destra che al Pd e che tuttavia non dovrebbe dispiacere nemmeno ad un Salvini che vuole un uomo dal pugno di ferro e ai grillini alla ricerca di un fedele servitore dello Stato.

A sinistra del Pd incoronano Pisapia. Sempre più inutili…

di  Giorgio Cremaschi  
Dunque il leader acclamato dal partito dei fuoriusciti dal PD sarà Giuliano Pisapia, che al referendum costituzionale stava con Renzi e che come massima ambizione ha quella di ricostituire il centrosinistra.

Nelle aziende questa si chiama esternalizzazione di un reparto, in politica trasformismo. La lista unica della sinistra, a cui aspirano il Manifesto, Montanari e Falcone, Sinistra Italiana e tutti i rassegnati dell’ex antagonismo, mostra così precocemente la sua assoluta inutilità.

Se dovesse avere successo, ma difficilmente l’avrà, si batterà duramente perché Gentiloni ed il PD scarichino Renzi e la sua sempre più fastidiosa corte e tornino al mondo di Prodi. Sai che entusiasmo..

Anche questo è un segno che la sinistra politica in Italia, come in gran parte dell’Europa, è finita in un vicolo cieco della storia nel quale è destinata a concludere stancamente e tristemente il suo percorso.

Una sinistra vera, di lotta, anticapitalista e antagonista al potere, di cui c’è infinito bisogno, rinascerà prima o poi, ma sicuramente altrove. Intanto allontaniamoci il più possibile dalla sinistra inutile.

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Elezioni, e se ci fosse un’alternativa anche a Pisapia e Bersani?

Cremaschi sulle prossime elezioni: «Dobbiamo rassegnarci a questo triste scenario dove si rappresenterà uno scontro tra diverse versioni della stessa politica?

di Giorgio Cremaschi
La dico in sintesi: le prossime elezioni si preparano con uno spareggio nel centro sinistra tra Gentiloni, Renzi e Minniti, nel centrodestra tra Berlusconi Salvini e Tajani, i vincitori sfideranno Di Maio. Fuori starà Pisapia, che con tutti i fuorisciti dal PD e dalla sinistra radicale spera di rifare il centrosinistra di Prodi. Questa contesa entusiasmante si svolgerà al massimo tra il 50% dell’elettorato, perché oramai il popolo che una volta più votava in Europa, ora diserta le urne.
 Ci dobbiamo rassegnare a questo triste scenario? Dove si rappresenterà uno scontro violentissimo tra diverse versioni della stessa politica, o tra alternative sempre più inconsistenti.
 Io vorrei non rassegnarmi, vorrei partecipare alla costruzione di una alternativa vera, che non avesse paura di dire no alla guerra e all’austerità e ai poteri e agli strumenti, NATO UE Euro, che ce le impongono. Un’alternativa fondata sulla dignità e i diritti del lavoro, sul pubblico e sulle nazionalizzazioni. Un’alternativa che quando usasse la parola “prima” lo facesse solo per i poveri e gli sfruttati, senza distinzioni di sesso o razza. Un’alternativa che avesse il coraggio di rifiutare e mettere in discussione tutte le bugie e le leggi di trent’anni di dominio del pensiero unico liberista. Un’alternativa che non avesse alcun bisogno di chiedere approvazione a Cernobbio, ai meeting di CL, alla Confindustria, al tavolo dei banchieri qui e a Bruxelles. Non ne avrebbe bisogno, perché lor signori la capirebbero benissimo.
 Ecco vorrei un’alternativa che fosse tale, che pensasse al presente e finalmente anche al futuro e che non avesse alcuna paura di andare controcorrente. È il sogno isolato di un acchiappanuvole il mio?

CONSIP E ARMA:UN CESTO PIENO DI MELE MARCE


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Spesso si parla a sproposito di certe categorie come di eroi rasentando il divino,ma nella stragrande maggioranza dei casi si parla di persone che come tutte commettono errori e cose buone,svolgono il loro compito professionale con rispetto dei diritti e dei doveri o meno:fatto è che poi chi sbaglia subisce punizioni e condanne differenti in base alla divisa o al posto che ha.
L'articolo di Contropiano(la-caduta-del-dio-carabiniere )si parla dell'arma dei carabinieri che tra alti e bassi è sempre comunque lodata spesso a sproposito,messa sull'altare e difesa sempre e comunque,e come si dice bene più avanti la cantilena della mela marcia che non può inficiare il lavoro collettivo di molte persone ha stufato e non regge più.
Di seguito alcuni esempi più o meno recenti delle malefatte dell'arma e una sottolineatura importante nel caso Consip con i vertici dei carabinieri invischiati e presi con entrambe le mani nel barattolo della marmellata,perché come in politica il comando è cosa da scaltri,molte delle volte con atti che sfociano ampiamente nell'illegalità(vedi:madn ce-molto-di-piu-dietro-agli-appalti.consip ).

La caduta del dio carabiniere.

di  Dante Barontini
L’Italia è un paese disperato dove “le istituzioni” credibili si riducono a ben poco. Di questo poco, fin qui, e in modo ampiamente immeritato, “la benemerita” ha rappresentato la parte più ampia, strombazzata, incensata, protetta.

In poche settimane i carabinieri sono diventati “come tutti gli altri”. Non solo nella percezione popolare – che da sempre li conosce come nemici e guardiani degli interessi dei potenti – ma persino in quella della “classe dirigente”, del sistema mediatico-padronale, di ministri ed ex premier.

Fin qui quasi tutte le malefatte dei membri dell’Arma – di qualunque grado e funzione – erano state coperte e silenziate, con un gesto di fastidio e l’evocazione implicita o esplicita dell’antico mantra sulle “poche mele marce che non devono offuscare il grande lavoro di centomila uomini in divisa”.

L’immagine mediatica della benemerita aveva superato senza troppi scossoni prove che avrebbero dovuto o potuto essere letali. Citiamo a memoria solo alcuni casi clamorosi:

a) il colonnello Michele Riccio – uomo di punta del generale Dalla Chiesa, capo del commando autore dell’eccidio di via Fracchia, a Genova – che aveva trasformato la caserma sotto il suo comando in una raffineria di droga, da cui coordinava sia “indagini” che la gestione del mercato;

b) tutti i componenti della stazione di Aulla, in Lunigiana, diventati “i padroni del paese”, pestando, perseguitando, minacciando i cittadini con metodi a dir poco criminali;

c) i quattro carabinieri arrestati a Roma con l’accusa di aver ricattato l’ex presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, pretendendo da lui somme di denaro per non divulgare un filmato da loro stessi girato con telecamere nascoste in una camera da letto.

Potremmo andare avanti a lungo, con le decine di persone uccise in strada o in caserma (per Stefano Cucchi ci sono voluti anni, prima di arrivare a istruire un processo contro quelli che l’hanno pestato a morte). Ma basta guardare come sono stati trattati dai media i due militi (presunti?) stupratori di due ragazze americane a Firenze – non ancora arrestati, non cacciati dall’Arma – con infiniti articoli che minimizzavano o, obliquamente, suggerivano che fossero caduti in una “trappola” tesa da due “astute” studentesse ventenni clinicamente in stato di semi-incoscienza.

Un sistema blindato, insomma, a protezione della “credibilità” di un corpo militare spesso al centro – nel dopoguerra – di ricorrenti ipotesi di golpe (ultimo, in ordine di tempo e di serietà, quello del generale Pappalardo).

Inattaccabile anche a dispetto dell’evidenza e del pericolo che rappresenta.

Almeno fin quando qualcuno di loro non ha cominciato a intercettare – indagando sul “caso Consip” – il padre dell’ex presidente del consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi.

Sia chiaro: non sappiamo nulla di più di quel che pubblicano in materia i media mainstream e, conoscendoli, ci guardiamo bene dal prenderli per oro colato. Ma non possiamo non sottolineare alcune cose che prescindono largamente dal merito dell’indagine e contro-indagine su quelle intercettazioni.

In primo luogo. Una autentica icona del “dio carabiniere” – il cosiddetto “capitano Ultimo”, al secolo il colonnello del Noe Sergio De Caprio, cui è andato l’onore di aver arrestato nientepopodimeno che Totò Riina – su cui erano stati costruiti serial televisivi, romanzi popolareschi, quadretti elogiativi di tutta l’Arma, ecc, viene ora descritto come un matto che si è montato la testa. Viene infatti trattato così sui giornali di oggi:

a) «Quei due sono veramente dei matti. Abbiamo fatto bene a liberarcene subito». «Le loro intercettazioni? Fatte coi piedi». Le informative? «Roba da marziani». Parola del procuratore di Modena Lucia Musti che il 17 luglio, davanti alla prima commissione del Csm (Repubblica)

b) “Resta la necessità di liberare le istituzioni da pezzi di apparati che, come troppe volte nella storia d’Italia, agiscono in modo deviato e eversivo” (Mario Calabresi, Repubblica).

c) ”Ho letto le dichiarazioni del colonnello De Caprio, che sono da attribuire a lui personalmente, non certo all’Arma dei Carabinieri. Ma credo che dovranno essere valutate dal comando generale per capirne l’opportunità” (la ministra della Difesa, Roberta Pinotti)

d) “Dietro l’inchiesta Consip complotto contro le istituzioni” (Il Giornale). E via così…

“Ultimo”, dal canto suo, dimostra in prima persona di non rientrare nello stereotipo dell’”usi a obbedir tacendo”, facendosi intervistare più che volentieri per fare il populista di complemento: «Stiano sereni tutti, perché mai abbiamo voluto contrastare Matteo Renzi o altri politici, mai abbiamo voluto alcun potere. L’unico golpe che vediamo è quello perpetrato contro i cittadini della Repubblica, quelli che non hanno una casa e non hanno un lavoro».

Ci mancherebbe pure mettersi a fare il tifo pro o contro…

L’unica cosa che si può dire è che la caduta del dio carabiniere rivela l’inconsistenza della struttura istituzionale italica e della relativa “cultura” espressa dagli uomini e donne che “servono lo Stato” in funzioni delicate. Sia a livello di responsabilità politico-amministrativa, sia nei corpi militari e polizieschi.

Di fatto, ne viene fuori uno “Stato” lottizzato da gruppi e consorterie che lavorano per affermare interessi particolari, spesso minimi e di nessuna rilevanza “nazionale”; tantomeno “collettivi”. Uno Stato che non è vissuto come proprio neppure dalla classe dominante, ma come un semplice meccanismo attraverso cui esercitare un certo grado di potere (in diminuzione con la “cessione di sovranità” alla Ue), una res nullius di cui ogni gruppo abbastanza furbo può disporre temporaneamente a proprio piacimento e in cui ogni frammento istituzionale che non si controlla in prima persona – di conseguenza – è sospettato di agire per conto dei concorrenti. Ed è persino vero.

Uno Stato insomma che dimostra come la “classe dominante” non sia neppure un blocco unitario stretto intorno a interessi “di classe” (in qualche modo limitativi degli interessi particolari all’interno di quella classe), pur facendo rapidamente quadrato arcigno e violento contro “il mondo di sotto”, quando si mobilita.

Da questa vicenda vien fuori un puzzo nauseante di bande e consorterie, massonerie e “uomini di mano”, che travolge anche la magistratura. Che mostra di essere “politicizzata” in un senso molto diverso da quello comunemente in uso (le “toghe rosse” che andrebbero a caccia di politici a loro invisi). Come se tutti – nell’èlite di “quelli che contano” – sapessero perfettamente che ogni banda ha i sui magistrati “a disposizione”, così come un ufficiale dei carabinieri “a disposizione” o un segretario comunale (o altro funzionario utile).

E se lo Stato italico è – come è ovvio che sia – lo specchio della classe dominante, si capisce meglio perché, per esempio nella vicina Francia, possano emergere dei figli di p… imperiali come Emmanuel Macron (pollo in batteria allevato dal capitale fin dalle scuole medie), mentre qui svolazzano alla meno peggio tronfi tacchini di pessimo carattere, ma senza alcuna idea più alta del riempirsi – individualmente o per gruppi familistici – la panza.

lunedì 18 settembre 2017

LE AMBIGUITA' DI PODEMOS E CATALUNYA EN COMU'


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Alla resa dei conti mentre mancano pochi giorni al voto che dovrebbe sancire un percorso d'indipendenza della Catalunya,i nodi vengono al pettine e due personaggi importanti come Pablo Iglesias leader di Podemos e Ada Colau sindaca di Barcellona e tra i fondatori di Catalunya en Comù con le loro dichiarazioni si dimostrano restii sul come e se affrontare tale data.
Nell'esaustivo articolo di Marco Santopadre(contropiano referendum-catalano-podemos-colau )si spiega la situazione che cambia quotidianamente con lo Stato spagnolo sempre più minaccioso con azioni per sequestrare le schede elettorali e promesse di tagli economici e sanzioni penali per gli amministratori locali.
Mentre comunque circa i due terzi dei sindaci catalani sfidano Madrid la Colau ha già dato disposizione di negare l'accesso ai seggi mentre assieme Podemos vogliono sì un percorso per l'indipendenza non solo per i catalani ma rimanendo nella legalità in quanto desiderano il bene placito del Parlamento,che mai arriverà in quanto fortemente nazionalista.
Una fase di stallo che prosegue e che ha già fatto apparire spaccature interne sia a Catalunya en Comù che in Podemos con ripercussioni che saranno anche a livello nazionale(vedi anche:madn la-catalunya-alla-svolta-nonostante-la.spagna ).

Il referendum catalano svela le ambiguità di Podemos e Colau.

di  Marco Santopadre
Dopo aver incubato per alcuni anni, nei giorni scorsi la maggioranza indipendentista del Parlament – i liberal-conservatori del PDeCat, i socialdemocratici di Erc e la sinistra radicale della Cup – ha dato avvio ad un processo di ‘disconnessione’ politica ed istituzionale da Madrid e dalla sua legalità attraverso l’approvazione di due importanti leggi.

La prima convoca il Referendum per il 1 Ottobre, istituisce una commissione elettorale catalana, formula il quesito (che sarà in tre lingue: catalano, castigliano e aranese) e chiarisce i criteri di selezione degli aventi diritto al voto. Il secondo provvedimento stabilisce invece i caratteri e le forme della fase di transizione che seguirebbe ad una eventuale affermazione dei Sì: la proclamazione di una Repubblica Catalana e poi l’entrata in vigore di una Costituzione provvisoria improntata ad una sostanziale continuità con quanto stabilito dall’attuale Statuto di Autonomia, prima che un’Assemblea Costituente ne approvi una versione definitiva.

Ovviamente i partiti nazionalisti spagnoli – popolari, socialisti e Ciudadanos – e gli apparati dello Stato non hanno alcuna intenzione di permettere la celebrazione del voto popolare, non riconoscono ai catalani il diritto all’autodeterminazione.

La Corte Costituzionale di Madrid ha immediatamente sospeso le deliberazioni del Parlament dichiarandole incostituzionali, mentre la Procura di Madrid ha denunciato il presidente del Govern e tutti i suoi ministri, nonché la Presidente dell’Assemblea Catalana. La magistratura e il governo hanno anche direttamente minacciato tutti i sindaci catalani e gli alti funzionari della Generalitat avvertendoli che in caso di ‘disobbedienza’ le conseguenze penali ed economiche sarebbero consistenti. Il Ministero degli Interni ha ordinato alla Guardia Civil – la polizia militarizzata – e ai Mossos d’Esquadra di impedire la preparazione e la realizzazione della consultazione popolare. Mentre in molte città catalane centinaia di militari armati sono stati dispiegati nelle strade, agenti della ‘Benemerita’ hanno realizzato due blitz alla ricerca del materiale elettorale ‘fuorilegge’. La prima irruzione è avvenuta in una stamperia nella località di Costantì, vicino a Tarragona, nella quale però gli agenti non hanno trovato nulla di incriminante. Il secondo intervento invece ieri nella sede di un settimanale, El Vallenc, lungamente perquisita e resa inaccessibile; il direttore Francesc Fábregas è stato denunciato.

L’intervento della Guardia Civil ha provocato una mobilitazione popolare che ha portato in piazza negli ultimi giorni alcune migliaia di manifestanti indipendentisti che oltre a denunciare la repressione e la violazione della libertà di stampa hanno anche messo in ridicolo la scarsa efficacia dei blitz della ‘Benemerita’. Da vedere cosa faranno i Mossos d’Esquadra, se obbediranno al Conseller per la sicurezza catalano oppure se eseguiranno agli ordini del Ministro dell’Interno spagnolo. Finora gli agenti della polizia autonoma, guidati dall’indipendentista Pere Soler, hanno tenuto un profilo basso ma nei prossimi giorni dovranno schierarsi.

Mentre sui muri delle città spagnole si moltiplicano le ‘pintadas’ contro i catalani, correlate di fasci, svastiche e quant’altro, il premier Mariano Rajoy non ha scartato il ricorso all’articolo 155 della Costituzione Spagnola, che concederebbe al governo centrale la facoltà di sospendere lo Statuto di Autonomia della Catalunya e di fatto porterebbe al commissariamento della Generalitat.

E’ evidente che il gioco si stia facendo improvvisamente duro. L’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale sta gradualmente sgomberando il campo da tatticismi e ambiguità che hanno fin qui segnato lo schieramento di alcune forze politiche e sociali sia di ambito locale che statale. Se quasi tutte le forze della sinistra di classe sono schierate a favore della celebrazione del referendum e del voto a favore dell’indipendenza, lo stesso non si può dire per la grande borghesia catalana, che invece osteggia il cosiddetto “Procès”. Alcuni settori dello stesso partito del President Carles Puigdemont, quel PDeCat che rappresenta la media e parte della piccola borghesia catalana, sembrano soffrire il muro contro muro e potrebbero rinunciare ad andare fino in fondo se i rischi dell’operazione dovessero farsi eccessivi.

Ma l’avvicinarsi del Referendum sta mettendo in evidenza soprattutto le ambiguità e gli alibi su cui si fonda la posizione di Podemos e provocando non pochi problemi ai ‘morados’ che già su altri temi – l’Unione Europea, la Nato, la politica economica – hanno da tempo abbandonato l’approccio radicale originario. La posizione di Pablo Iglesias e dei suoi, lodevolmente e diversamente da quella difesa dal resto della classe politica spagnola, è stata sempre quella del sostegno al diritto di autodecisione dei catalani e delle altre nazionalità. Podemos si oppone quindi alla repressione e alla conculcazione dei diritti del popolo catalano. Una posizione di principio ‘federalista’ e ‘democratica’ che ha svolto per qualche anno la propria funzione all’interno del panorama politico spagnolo. Ma ora che dal dibattito tra posizioni di principio si è passati alla necessità di schierarsi su atti e comportamenti politici concreti, la linea di Iglesias non tiene più.

Podemos, così come del resto “Catalunya en Comú”, il movimento nato attorno alla sindaca di Barcellona Ada Colau, insistono sul fatto che il diritto all’autodeterminazione del popolo catalano, che pure affermano di riconoscere, debba essere esercitato esclusivamente con il consenso dello Stato e della maggioranza del Parlamento Spagnolo, e nel rispetto della Costituzione e della legalità. Il problema – insormontabile – è che la Costituzione varata nel corso del processo di autoriforma del franchismo impedisce un referendum sull’autodeterminazione dichiarando lo Stato indivisibile ed affidando alle forze armate il compito di proteggerne l’unità. Ciò implica che un referendum per l’autodeterminazione dei catalani, o dei baschi, che goda del consenso dello Stato Spagnolo – così come avvenuto in Scozia, per intenderci – potrebbe svolgersi solo dopo un’eventuale riforma costituzionale. Ma la Spagna non è la Gran Bretagna, e neanche il Canada, che ha tollerato che gli abitanti del Quebec votassero sulla loro indipendenza più di una volta.

Considerando che la quasi totalità della classe politica spagnola è ferocemente nazionalista e quindi indisponibile a venire incontro alle richieste dei movimenti indipendentisti, non è chiaro chi, come e quando dovrebbe trasformare l’architettura costituzionale spagnola così da consentire ai catalani di poter decidere del proprio futuro.

Di fronte alla realtà dei fatti la linea del partito di Podemos si rivela un artificio retorico privo di risvolti pratici e che di fatto schiera i ‘viola’ dalla parte dello Stato contro il movimento popolare catalano. D’altronde Podemos, come del resto Izquierda Unida con la quale è alleata, non ha mai nascosto di essere contraria all’indipendenza della Catalogna e dei Paesi Baschi, e parla di una fantasmagorica ‘Spagna federale’ caldeggiata del resto in passato, almeno a parole, dalla sinistra spagnola tradizionale.

Allo stesso modo la sindaca di Barcellona, Ada Colau, se da una parte si appella a Madrid affinché consenta lo svolgimento del referendum, dall’altra ha affermato nei giorni scorsi che avrebbe consentito la mobilitazione della macchina municipale per le operazioni di voto soltanto se la consultazione avesse avuto l’imprimatur dello Stato (il che, come abbiamo visto, è impossibile) e a condizione che non comporti rischi di ritorsioni spagnole sui funzionari e i dipendenti comunali. Poi, l’altro ieri, dopo l’annullamento delle leggi votate dal Parlament da parte del Tribunale Costituzionale di Madrid, Ada Colau ha definitivamente chiuso la partita, negando la messa a disposizione dei seggi. La stessa scelta dei sindaci socialisti di alcune città della cintura ex industriale di Barcellona, mentre invece circa 650 primi cittadini e cittadine di altrettanti comuni catalani (su un totale di 947 totali) hanno aderito alla giornata elettorale sfidando il divieto di Madrid.

E’ da questo punto di vista molto significativa l’insistenza di Podemos e di Ada Colau sul “rispetto della legalità” da parte degli indipendentisti proprio quando la chiusura, l’intransigenza totale dimostrata dall’intera classe politica spagnola obbliga i promotori del Procès ad avviare una rottura con l’architettura costituzionale e istituzionale dello Stato e a creare un’altra legalità diversa e separata che accompagni la formazione di una Repubblica Catalana indipendente. D’altronde, nella storia dei movimenti di liberazione nazionale e dello stesso movimento operaio, tutte le maggiori conquiste, i più significativi progressi sono stati ottenuti grazie all’affermazione di principi di giustizia ma in rottura con la legalità vigente, cioè della cristallizzazione dei rapporti di forza nazionali e tra le classi in un dato territorio e in un dato momento storico.

Se la sinistra si chiude all’interno del recinto della legalità, come nel caso di Podemos o di Ada Colau, non solo dimostra tutto il suo conformismo ma si condanna all’inutilità e all’inefficacia, dimostrando tra l’altro quanto le proprie posizioni di principio garantiste sul piano nazionale siano poco più che alibi.

Ovviamente la linea di Iglesias e di Ada Colau sta provocando effetti tellurici sulla base delle loro rispettive formazioni politiche, provocando forti tensioni con la sezione catalana di Podemos. Podem ha nei mesi scorsi già rifiutato di aderire al nuovo partito ‘Catalunya en comù’ opponendosi all’indicazione della direzione statale del partito, ed ora la formazione della sinistra catalana sta addirittura pensando di abbandonare il gruppo ‘Catalunya Sì Que es Pot’ formato al Parlament di Barcellona insieme ai federalisti di centrosinistra di EUiA e ICV.

L’11 settembre, nel giorno della Diada, la festa nazionale catalana, Podemos ha indetto una propria manifestazione separata e oltretutto fuori da Barcellona, a Santa Coloma de Gramenet, perché non condivide i contenuti di quella convocata dall’Assemblea Nazionale Catalana, ovviamente schierata a favore dell’indipendenza. Ma Domenech e Iglesias non potranno contare sulla partecipazione dei dirigenti e dei militanti di Podem che terranno un’altra iniziativa per poi confluire nel corteo generale. Mentre Podemos insiste sul fatto che accetterà il referendum solo se esso avrà il consenso delle istituzioni spagnole quelli di Podem invitano apertamente i propri aderenti e simpatizzanti a mobilitarsi per l’affermazione del Sì all’indipendenza, andando a votare il 1 ottobre per una ‘repubblica catalana più giusta e libera dalla corruzione’. Non mancano intanto le tensioni tra Podemos e la sua sezione basca per niente convinta della posizione ‘equidistante’ assunta dalla formazione statale.

Ma anche la creatura politica guidata da Ada Colau, Catalunya en Comú, è scossa dal dibattito interno e da pronunciamenti opposti, tant’è che ieri il coordinamento nazionale del partito ha deciso di demandare ad un referendum tra gli iscritti l’atteggiamento da adottare rispetto al referendum. Gli aderenti, circa 10 mila, dovranno decidere de il partito dovrà o meno dare indicazione ai propri elettori di partecipare o meno alla consultazione del 1 ottobre. Il verdetto si saprà il 15 settembre, ma comunque vada la formazione non sosterrà la campagna per il Si.

Marco Santopadre

sabato 16 settembre 2017

PARTIRO' PER BOLOGNA

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Basterebbe solo la lettura delle presenze che stasera si riuniranno in un concerto evento che si terrà all'Estragon di Bologna per fare venire voglia di scatenarsi al ritmo delle maggiori band antagoniste italiane,ma ci sono altri motivi per questa data segnata sul calendario da mesi.
Incontrare amici di ogni parte d'Italia,riuscire a raccogliere materiale utile per il Donbass(vedi specifica in basso)e ascoltare chi per la prima chi per la x volta gruppi e cantautori con le palle e che hanno sempre supportato col loro lavoro e le loro opere i compagni e le compagne in tutto il mondo.

A Bologna le band italiane più longeve di punk-ska-rap-hardcore

Il 16 settembre, star internazionali Roy Ellis e Fermin Muguruza

Roma, 14 set. (askanews) – “Partirò per Bologna” è il nome del festival in programma sabato 16 settembre all’Estragon di Bologna, dove sono attese oltre dieci delle migliori formazioni italiane dal rap al punk, dallo ska al folk all’hardcore. 

Quasi quarant’anni di storia musicale italiana undeground dai romani Klaxon a Filippo Andreani & Atarassia Gröp, che porta il suo mix di cantautorato, folk e punk. 

I Gang, band storica del rock italiano nata all’inizio degli Anni ’80 e i Ghetto 84, pionieristica formazione punk-Oi! di Bologna. 

Il rap conscious degli Assalti Frontali per poi passare ai bergamaschi Arpioni: un collettivo musicale composto di più di dieci elementi. 

Due gli ospiti internazionali come la leggenda del reggae-ska giamaicano Roy Ellis e Fermin Muguruza, uno dei punti di riferimento della scena musicale rock radikal basca. Alla storica formazione Banda Bassotti il compito di chiudere la serata, seguiti dal DJ set di Bologna City Rockers. 

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IL 16 settembre NON VENITE A MANI VUOTE!
RACCOLTA MATERIALE PER IL DONBASS ANTIFASCISTA
Per chiunque vuole contattarci privatamente per portarci materiale, la nostra mail: bassottixdonbass@gmail.com Quando uscite da casa per venire al concerto portate un pacco di pasta o portate un pacco di legumi o aspirine o quello che volete.
Non venite a mani vuote. In DONBASS migliaia di persone non hanno più pensione, reduci della Guerra Patriottica non ricevono più il sussidio, bambini non hanno medicine, i feriti non hanno cure adeguate perché manca quasi tutto.
LISTA che può aiutare a capire cosa serve: NO VESTITI
Servono Medicinali generici come antibiotici e aspirina, olio di semi o di olivo in latta o in plastica. Pappe per i neonati e le vitamine. Pannolini per bambini, pannoloni per adulti, assorbenti per donne, mutandine igieniche per le anziane. Caramelle per i cuccioli e dolcetti per i veterani. Molto importante la biancheria: asciugamani, lenzuola, traversine, coperte. Sedie a rotelle. Cereali, orzo da bere, riso. Latte in polvere. Tè. Scatolame vario, omogeneizzati e semolini. Prodotti per il corpo: detergenti per i neonati; amuchina; saugella liquida; tutto quanto può essere utile all'igiene dell'adulto e del bambino. Pasta Fissan. Prodotti per igiene intima.
Per chi puo' servono anche: Lista dei farmaci richiestici:
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NO PASARAN!
BANDA BASSOTTI - Agosto 2017 - ROMA - PIANETA TERRA

venerdì 15 settembre 2017

ASSAD IN VANTAGGIO SULLE MILIZIE ISIS


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Nelle scorse settimane la liberazione della zona di Deir Ezzor dopo l'occupazione delle forze Isis durato tre anni ha contribuito ancor più ad una vittoria sempre più vicina,anche se nell'articolo preso da Contropiano(la-guerra-siria-sta-finendo-assad-vincitore )la fanno più immediata e facile,di Assad e del suo esercito.
Si sottolinea il fatto che i paesi occidentali,in primis Usa,Gran Bretagna e Francia,ancora non diano la notizia quasi come un dato di fatto,ed anche gli alleati in zona più influenti politicamente e militarmente(Israele)che volevano la testa di Assad ora guardano agli ottimi risultati di quest'ultimo ed alla formazione di un consistente esercito iracheno al di là dei confini siriani come circostanze che non erano state preventivate.
E che fanno molta paura,sembra un controsenso perché fino a ieri il nemico ufficiale pubblico numero uno erano le milizie Daesh,ma chi ha sott'occhio la questione mediorientale sa benissimo che i loro avversari sono altri.

Fisk. “L’Occidente stenta a crederlo, ma la guerra in Siria sta finendo e Assad è il vincitore”.

di  Robert Fisk *  
Secondo il noto reporter di guerra, Robert Fisk, anche se l’Occidente non lo vuole credere, il conflitto armato in Siria sta per finire e il vincitore è il presidente siriano Bashar al-Assad, che voleva rovesciare.

“Ciò che è sempre stato impensabile in Occidente sta avvenendo: le forze di Bashar al-Assad sembra che stiano vincendo la guerra”, ha scritto, ieri, Robert Fisk, noto reporter di guerra e corrispondente del quotidiano britannico ‘The Independent’.

E non è solo che “sembra”, dice il giornalista, che racconta come l’esercito siriano stia liberando una per una tutte le aree ancora occupate dai terroristi.

Al momento, l’esercito siriano e i suoi alleati sono riusciti a rompere l’assedio imposto a Deir Ezzor da tre anni. Il generale Sohail Hassan, conosciuto come “la Tigre” (“l’ufficiale preferito del paese”) si è avvicinato al complesso della 137esima Brigata dell’esercito siriano a Deir al-Zur, mentre Mohamad Jadur, suo comandante, preparava le sue forze per liberare la base aerea della città.

Le vittorie ripetute dell’esercito siriano significano che è oggi uno dei più esperti sul campo di battaglia della regione: i suoi soldati hanno combattuto per la loro vita e ora hanno ricevuto la formazione in coordinamento delle truppe e nell’uso di informazioni da un unico centro di comando, ha spiegato Fisk.

In questo contesto, il corrispondente ricorda il fallimento dei bombardamenti statunitensi che hanno ucciso più di 60 soldati siriani nei pressi della base aerea che sarà liberata dal generale Jadur. I siriani, secondo il giornalista, non hanno mai creduto che fosse un “errore”, come dicono gli statunitensi.

Gli inglesi, osserva Fisk, già sembrano aver ricevuto il messaggio. La settimana scorsa, hanno rimosso i loro istruttori militari, che hanno cercato di addestrare “70.000 ribelli” per il rovesciamento del governo di Al-Asad.

E che dire di Israele? Chiede il giornalista. Il regime di occupazione della Palestina ha veramente creduto alla fine di Assad, andando persino a bombardare le proprie truppe per porre fine ai siriani e ai suoi alleati, mentre finanzia e dà assistenza medica agli estremisti in Siria.

Chiaramente il regime di Tel Aviv – come l’ex Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, l’attuale Presidente Donald Trump, l’ex primo ministro britannico David Cameron, il primo ministro Theresa May e altri membri delle elite politiche occidentali – non ha mai immaginato che Assad avrebbe potuto vincere e che un potente esercito iracheno sarebbe potuto emergere dai detriti di Mosul, ha sottolineato Fisk.

Così “gli israeliani, abituati a chiedere aiuto da Washington, dovranno rivolgersi al [presidente russo Vladimir] Putin per uscire dal conflitto in cui si sono messi”, ha detto Fisk, avvertendo tutti i politici israeliani che parlavano apertamente di rovesciarlo o anche assassinarlo, che Assad non va da nessuna parte.

Fonte: The Independent

giovedì 14 settembre 2017

FASCI CACCIATI VIA A ROMA


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Com'era prevedibile ieri a Roma il Consiglio straordinario del IV municipio di Roma che doveva svolgersi nel quartiere Tiburtino III è stato fonte di scontri in quanto parecchi compagni ed abitanti della zona hanno voluto impedire tale consesso in quanto nato da pressioni poste dai fascisti.
Che si sono fatti vedere e che sono riusciti ad entrare nel centro anziani naturalmente grazie allo scudo della polizia,in modo che una quarantina di queste latrine avrebbero avuto modo di presenziare al consiglio municipale(fecce di Cacca Povnd provenienti soprattutto da Ostia e altre zone romane)mentre la gente del quartiere se ne sarebbe dovuta stare fuori.
Inaccettabile,e questo ha provocato scontri con i tutori dei fasci che comunque sono stati raggiunti all'interno del centro anziani e malmenati come giusto sia,e costretti ad uscire anche se fino a sera ci sono stati momenti di tensione fino a quando i ratti sono tornati nelle fogne.
Articolo di Contropiano:politica-news .

Roma. A Tiburtino III “non è aria” per i fascisti di Casa Pound.

di  Federico Rucco  
Un pomeriggio movimentato oggi pomeriggio nel popolare quartiere di Tiburtino III alla periferia est della Capitale. Come anticipato già questa mattina dal nostro giornale, la totale e complice irresponsabilità del consiglio del IV Municipio, aveva fatto si che un consiglio straordinario da tenersi nel quartiere, fosse il frutto di una intimidazione dei fascisti di Casa Pound (che avevano occupato a tale scopo il Municipio la scorsa settimana) e che  tale fosse anche l’ordine del giorno – il centro accoglienza migranti di via del Frantoio. Lunedi le realtà sociali del territorio riunite nel Nodo Territoriale Tiburtino, avevano a loro volta occupato il IV Municipio per chiedere che il consiglio straordinario – nato male e gestito peggio – venisse annullato, sia per questioni di merito che di metodo. I problemi del quartiere, come tutti i quartieri popolari in gran parte fondati su abitazioni dell’Ater, sono quelli irrisolti da almeno trenta anni: risanamento e sanatoria delle case popolari, i folli aumenti dei canoni che hanno portato alla chiusura le attività commerciali e sociali del quartiere desertificandolo, il degrado e l’abbandono delle scuole pubbliche che sempre più stanno tornando ad essere le “scuole dei poveri” dove nessuno vuole andare. Le poche decine di migranti del centro di accoglienza sono l’ultimo dei problemi.

La decisione presa nell’assemblea popolare di ieri a Tiburtino III era dunque quella di insistere per l’annullamento del consiglio municipale straordinario convocato nel centro anziani del quartiere. Dalle 15.30 decine di attivisti e abitanti della Tiburtina hanno cominciato a presidiare il centro anziani ribadendo la richiesta di annullamento e le priorità sociali del territorio.

Verso le 16.30 però una quarantina di fascisti di Casa Pound con tanto di bandiere, sono arrivati scortati dalla polizia che li ha fatti entrare nel centro anziani dove si sarebbe dovuto tenere il Consiglio municipale straordinario. Il risultato a quel punto sarebbe stata una seduta istituzionale con il pubblico rappresentato da una quarantina di squadristi. Cioè fascisti dentro  e abitanti e realtà della Tiburtina fuori.  Insomma uno scenario inaccettabile e l’inevitabile frutto solo della idiozia politica del consiglio stesso. La maggioranza dei fascisti – tra l’altro e per loro stessa ammissione – venivano da Ostia e da altri quartieri, dunque estranei.

Gli antifascisti hanno cominciato a quel punto a fare pressione. GUARDA IL VIDEO. La polizia si è schierata con caschi e manganelli per spingerli fuori dal cortile del centro anziani, ma così facendo hanno lasciato scoperta un’altra entrata da cui gli attivisti sono riusciti a entrare arrivando a contatto con i fascisti usciti dalla sala del consiglio. Nei brevissimi scontri i fascisti sono usciti malconci (vedi qui sotto le foto pubblicate dalla stessa Casa Pound che ha avviato il consueto vittimismo aggressivo).

E’ cominciato così un fronteggiamento con i fascisti assediati dentro protetti dagli agenti di polizia. A quel punto il Consiglio straordinario è stato annullato come sarebbe stato di buonsenso fare già nei giorni scorsi evitando tensioni e scontri nel quartiere.

Fino alle 19.00 sulla strada c’è stato un fronteggiamento con la polizia schierata con due cordoni per tenere le distanze. Nessuno voleva lasciare il presidio, fino a quando i fascisti non sono stati scortati dalla polizia fuori dal quartiere ed anche il presidio antifascista si è sciolto. Numerosi i capannelli con la gente del quartiere, e nei quartieri popolari viene alla luce come chi sa parlare il linguaggio dei problemi sociali reali sappia farsi comprendere assai meglio delle strumentalizzazioni dei fascisti. Insomma oggi a Tiburtino III abbiamo visto una fiera e vittoriosa giornata antifascista. Nei quartieri popolari”non è aria” per i fascisti.

mercoledì 13 settembre 2017

AUNG SAN SUU KYI E IL POPOLO ROHINGYA


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La situazione del popolo rohingya,una minoranza musulmana presente nel sud est asiatico ed in particolar modo in Birmania(Myanmar),è taciuta ai più ed il loro genocidio perpetrato dal governo birmano e la relativa fuga per scappare alla repressione non viene per nulla riportata nei telegiornali e sui quotidiani.
Il premio Nobel Aung San Suu Kyi tace su questo massacro che ha fatto centinaia di morti solo negli ultimi tempi e che ha causato la fuga di decine di migliaia di profughi nel vicino Bangladesh,che non sempre accoglie ed anzi preme per il rimpatrio dei rohingya verso situazioni ancor più tragiche.
L'alto commissariato Onu per i diritti umani recentemente ha affermato che questa minoranza presente in maniera consistente nello Stato del Myanmar del Rakhine(tutt'ora off limits per giornalisti e turisti)è tra le maggiormente perseguitate e che nella capitale Sittwe è in atto una pulizia etnica nei loro confronti.
Articolo di Senza Soste(myanmar ).

Myanmar: la paladina dei diritti umani accusa le organizzazioni umanitarie di terrorismo

Una nostra traduzione sulla situazione di violenza e pulizia etnica denunciata in Myanmar

La “pulizia etnica” contro i musulmani  rohingya

Tharanga Yakupitiyage IPS

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha denunciato che il riacutizzarsi della violenza in Myanmar (Birmania) ha costretto più di 18.000 rohingya a fuggire in meno di una settimana.

Lo spostamento è iniziato quando il governo di questo Paese dell’Asia sudorientale ha lanciato “operazioni di pulizia” dopo gli attacchi contro le postazioni di sicurezza del 25 agosto da parte del gruppo armato Esercito della Salvezza del Rohinyá Arakán (ARSA), che hanno provocato quasi 110 morti.

Ci sono denunce secondo le quali le forze di sicurezza avrebbero bruciato villaggi e lanciato attacchi contro i rohingya musulmani.

Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), circa 18.500 persone avrebbero attraversato la frontiera con il Bangladesh dallo Stato di Rakáin, e altre migliaia sarebbero intrappolate nella terra di nessuno tra questi due Paesi.

Ci sono anche dei resoconti sul fatto che alcune persone passano attraverso il fiume Nauf, dove le guardie bengalesi hanno già recuperato diversi corpi di circa 20 rohingya annegati.

“Condanno totalmente gli attacchi violenti contro il personale di sicurezza, che ha causato la perdita di molte vite e lo spostamento forzato di migliaia di persone”, ha detto l’alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Zeid Ra’ad al-Hussein, ma ha sottolineato la necessità che le forze governative rispondano in modo proporzionato.

“Disgraziatamente, i nostri timori diventano realtà. Decenni di continue e sistematiche violazioni dei diritti umani, così come le violentissime risposte delle forze di sicurezza agli attacchi a partire dall’ottobre del 2016, hanno contribuito ad alimentare l’estremismo violento in una situazione in cui tutti perdono”, ha proseguito.

In ottobre dell’anno scorso l’esercito della Birmania ha effettuato operazioni di repressione dopo gli attacchi di ribelli rohingya contro posti di controllo di confine, il che ha provocato quasi 90.000 profughi.

L’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha definito “molto probabile” il fatto che gli attacchi contro civili rohingya in queste operazioni costituiscano crimini contro l’umanità.

Cosa che le autorità birmane hanno negato in ripetute occasioni.

Una lunga storia

Il governo da tempo contesta lo status di cittadini birmani del popolo rohingya, ha ridotto la loro possibilità di movimento e li ha esclusi dai servizi sociali, lasciando la maggioranza senza Stato e impoveriti.

L’Alto Commissariato per i Diritti umani ha descritto la comunità rohingya come una delle più “emarginate, perseguitate e vulnerabili del mondo”.

Il presidente del Centro di Ginevra per i Diritti Umani, Hanif Hassan Ali Al Qassim, ha chiesto al governo birmano di prevenire le violazioni dei diritti umani contro la popolazione civile nell’ambito dell’attuale escalation del conflitto militare.

“Le testimonianze inquietanti di rohingya in fuga da Myanmar confermano le gravi violazioni dei diritti umani che sono in atto contro la popolazione civile”, ha dichiarato.

“La società mondiale non può coprirsi gli occhi di fronte all’inquietante situazione in Myanmar. Il Centro di Ginevra fa appello per la fine immediata della persecuzione dei rohingya”, ha aggiunto Al Qassim.

Risposta dell’ONU

In risposta alla violenza in questo Paese asiatico, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite) ha tenuto una discussione a porte chiuse nell’ultima settimana di agosto.

Non ci sono state dichiarazioni ufficiali, ma l’ambasciatore britannico Matthew Rycroft ha fatto appello a tutte le parti in causa a far raffreddare la situazione e a guardare la questione a lungo termine.

Rycroft ha aggiunto che il massimo organo di sicurezza sostiene ancora Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace e consigliera di Stato della Birmania.

“Ci rimettiamo a lei perché venga utilizzato il tono corretto e vengano trovati i compromessi e la necessaria riduzione della tensione e risolvere il conflitto per il bene di tutto il popolo della Birmania”, ha dichiarato.

LA violenza è scoppiata appena due giorni dopo la pubblicazione dell’atteso rapporto della Commissione Consultiva dello Stato di Rakáin sulla situazione in questa regione.

“C’è una grave tensione e il rischio è sempre più alto. La violenza non porterà soluzioni durature per il problema del tormentato Stato di Rakáin”, ha dichiarato il presidente della commissione Kofi Annan.

“Tuttavia, lo status quo non può continuare”, ha aggiunto l’ex segretario generale dell’ONU.

Tra le raccomandazioni che figurano nel rapporto di 63 pagine per il governo birmano c’è quella di rivedere la legislazione sul diritto alla cittadinanza, concedere la libertà di movimento ai rohingya musulmani e investire nello sviluppo socio-economico dello Stato di Rakáin.

Annan ha avvertito che il mancato rispetto delle raccomandazioni potrà soltanto alimentare il ciclo della violenza e la radicalizzazione, aggravando la povertà cronica in questo Stato.

Inoltre, Zeid ha fatto appello al governo della Birmania a seguire le raccomandazioni per “ascoltare, anziché sacrificare le preoccupazioni in materia di diritti umani nell’interesse di mantenere la pace e l’ordine”.

Sostegno internazionale richiesto e criticato

Il direttore generale dell’OIM, William Swing, ha chiesto un maggiore sostegno internazionale per i civili che fuggono verso il vicino Bangladesh.

Questo Paese accoglie circa 500.000 rohingya da tre decenni, ha precisato.

Swing ha chiesto al Bangladesh di lasciar entrare un maggior numero di persone che fuggono dalla violenza, molte delle quali sono donne, bambine, bambini ed anziani, o faciliti l’accesso alle agenzie umanitarie perché possano soccorrerle.

Ha fatto anche appello alle autorità birmane dello Stato di Rakáin perché facilitino il lavoro delle agenzie umanitarie e  permettano un accesso senza restrizioni contribuendo così a stabilizzare la situazione e ridurre il numero delle persone che fuggono dal Paese.

Ma l’ufficio di Aung San Suu Kyi ha accusato le organizzazioni internazionali di collaborare con i “terroristi”, cosa che fa temere per la sicurezza degli operatori umanitari e la continua violenza.

“Sono estremamente preoccupato che le accuse infondate contro le organizzazioni internazionali mettano in pericolo il personale e rendano loro impossibile fornire un’assistenza fondamentale”, ha sottolineato Zeid.

“Questo genere di dichiarazioni è irresponsabile e serve solo ad aumentare la paura e fomentare la violenza”, ha aggiunto.

Fonte: http://www.ipsnoticias.net/2017/09/la-violencia-expulsa-a-miles-de-rohinyas-de-birmania/

Titolo originale: “La violencia expulsa a miles de rohinyás de Myanmar”

Tratto da www.rebelion.org, traduzione per Senzasoste di Nello Gradirà