venerdì 17 novembre 2017

AF(FASCI)NATI DAL CRIMINE 1


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Quella di oggi è la prima parte di un approfondimento sul binomio crimine e fascismo che da quando quest'ultimo è stato partorito nel ventennio e ultimamente sdoganato anche da parte del Pd che ora si sta pentendo amaramente(e non solo il partito di Renzi & co.)per non aver parlato di antifascismo nel suo atto costitutivo,realizzato da Contropiano(le-piste-dei-narcofascisti e fascisti-le-banche-le-piste-nere-delle-rapine ).
Nel primo articolo si fa riferimento al capitolo dello spaccio di droga,uno dei principali contesti di approvvigionamento economico da parte dei gruppi neofascisti ed anche causa di ribellioni interne che hanno portato anche a omicidi e altri strascichi penali connessi al predominio delle piazze di diffusione.
Nel secondo invece i crimini sono legati a rapine che a differenza dello spaccio coinvolge quasi sempre Roma e le zone limitrofe,ed anche in questo caso oltre al reato di rapina si aggiungono anche variegate liste di altre imputazioni sempre legate all'autofinanziamento dei ratti di fogna.
Da notare che i casi esposti si riferiscono agli ultimi cinque anni mentre come sappiamo fin dalla presa del potere il fascismo ha sempre avuto a braccetto il mondo del crimine(poi ovviamente anche il fascismo è di per se un crimine)e la polizia(se ne parlerà avanti anche qui):due casi emblematici presi proprio a caso riguardano i crimini di guerra avvenuti nella ex Jugoslavia,altro che foibe,(madn mario-roatta-e-mario-robotti )e la recente ma sembra quasi dimenticata di Alemagno podestà di Roma(madn si-legge-roma-si-pronuncia-fasciomafia ),eppure non sono passati nemmeno dieci anni.

Le piste dei narcofascisti/1

di  Federico Rucco
In queste settimane, c’è una singolare – e tardiva – scoperta dei legami tra gli ambienti neofascisti e la malavita. La “capocciata” di Ostia e una serie di inchieste sulla pista dei “soldi neri”, hanno finalmente svelato una ragnatela di relazioni che si era invece consolidata da tempo.

In questi mesi, affrontando i fascisti in alcuni quartieri della periferia romana, li abbiamo spesso denunciati come “narcofascisti”. Una forzatura dovuta alla adrenalina dello scontro? No, questi sono i fatti che abbiamo ricostruito solo negli ultimi nove anni, quando – a seguito della guerra di mala scatenatasi a Roma nel 2011 con decine di morti ammazzati in tutta la città – per la prima volta abbiamo dedicato attenzione alla cronaca nera scoprendo quello che era ben visibile a tutti, occorreva solo mettere le notizie sparse in connessione tra loro. Non ci abbiamo scritto sopra un libro (ma un opuscolo disponibile in pdf) , né un film, né una serie televisiva, ma abbiamo contribuito a ricostruire un mosaico che deve essere conosciuto e combattuto.

Buona lettura e tirate voi le vostre conclusioni.

A ottobre del 2008 i Carabinieri, arrestano Angelo Manfrin, attivo in una rete di spaccio che aveva basi a Rovigo, Ferrara e Modena, oltre che a Verona, Padova e Milano . Angelo Manfrin, 64 anni, è un notissimo neofascista dei Nar, condannato nell’aprile 1990 dalla Corte d’Assise d’Appello di Venezia per associazione per delinquere, in concorso anche con Gilberto Cavallini, Giusva Fioravanti e Francesca Mambro. Ora e’ risultato essere l’organizzatore di un vasto traffico di droga destinata ai mercati veneto, emiliano e lombardo, nonché di una capillare rete distributiva con basi in vari città. Manfrin si avvaleva soprattutto della complicità di un altro personaggio, Roberto Frigato, anch’egli noto esponente della destra. ex Ordine Nuovo, recentemente – sembra – legato alla Fiamma Tricolore.

A novembre del 2012, in una grossa operazione antidroga era finito in carcere Emanuele Macchi di Cellere, detto “Lele”, un altro fascista “pesante” ritenuto un “intellettuale di area”. Il pariolino Macchi Di Cellere, ex militante di Terza posizione e del Movimento Rivoluzionario Popolare (ennesimo tentativo di mettere in piedi un gruppo armato rosso-bruno) era stato arrestato a Genova dai carabinieri, al termine di una grossa operazione antidroga che ha portato al sequestro di 165 chili di cocaina arrivati da Santo Domingo. Di Cellere, nonostante fosse stato beccato con 160 chili di cocaina (fosse capitato a chiunque altro avrebbero buttato via la chiave della cella), era stato invece posto quasi subito agli arresti domiciliari a Ostia. Luogo da cui era evaso facilmente per essere però ribeccato di nuovo in Costa Azzurra nel settembre del 2014. Proprio a Ostia, tra l’altro, era arruolato nel clan Fasciani un altro fascista ex Nar, Alberto Picari, era stato arrestato nel 2009 con il resto della banda nell’operazione antidroga denominata Los Moros.

A maggio del 2013, a Milano, nella stessa macchina vengono fermati dalla polizia Domenico Bosa, conosciuto come Mimmo Hammer, noto esponente dei neofascisti milanesi, e Salvatore Geraci. Entrambi sono personaggi noti alle autorità investigative. Domenico Bosa è stato più volte fermato assieme a Stefano Del Miglio e Giacomo Pedrazzoli, due neofascisti milanesi coinvolti nel 2004 nell’assalto armato al centro sociale Conchetta. Salvatore Geraci, invece, viene segnalato dalla polizia giudiziaria per essere “un pluripregiudicato per rapina, sequestro di persona, armi e droga”. I due vengono fermati in macchina, identificati e lasciati ripartire. Ma l’identificazione è il filo conduttore di un’inchiesta, anzi due, che hanno avuto sviluppi recenti e significativi nella conferma delle connessioni tra fascisti, criminalità organizzata e traffico di droga. La prima inchiesta, condotta dal Gico della Guardia di Finanza, è stata, chiusa nel dicembre 2013, e certifica i rapporti tra Domenico Bosa (che però non è indagato nell’inchiesta) e il narcotrafficante montenegrino Milutin Todorovic. Quest’ultimo, a sua volta, è in contatto con la ‘ndrangheta del boss Pepè Flachi. La seconda inchiesta, chiusa invece il 24 marzo 2014, ha portato in carcere Dragomir Petrovic detto Draga, un malavitoso serbo già noto per la strage al ristorante La Strega di via Moncucco (1979).

A ottobre del 2014 era stato arrestato nei pressi di Guidonia un altro fascista, Franco Beccera, detto anche ”Franco il Nero”, già conosciuto negli ambienti del traffico di sostanze stupefacenti ma anche in quelli degli ultras della Lazio e dei gruppi di estrema destra. Durante la perquisizione della sua abitazione, secondo alcune fonti locali, Beccera si sarebbe dimostrato subito collaborativo e non avrebbe esitato a consegnare agli agenti circa 20 grammi di cocaina contenuti all’interno di un guanto da motociclista. Nell’abitazione è stato sequestrato anche un bilancino di precisione usato per la pesatura delle dosi.

A gennaio 2015. Sotto la sella del suo scooter, almeno secondo quanto riporta il Corriere della Sera, il caporione di “Roma ai Romani” ed ora in organico a Forza Nuova, Castellino, nascondeva un etto di cocaina (“per uso personale” ha dichiarato). Da una successiva perquisizione nella sua abitazione sono poi venute fuori 30 bombe carta. Il processo contro Castellino, è stato celebrato con rito abbreviato, ed ha riconosciuto – a discrezione del giudice – l’uso personale della droga, nonostante che il quantitativo – se è vero quanto riferiscono varie fonti – fosse tutt’altro che modico

A febbraio 2015: La Guardia di Finanza di Olbia ha fermato un sessantenne ed ha scoperto che aveva nell’auto un chilo di cocaina. Fatte le dovute identificazioni hanno scoperto che si trattava di Mauro Addis, 61 anni, originario di Carbonia, ma da anni residente a Milano. Un altro nome pesante nel mosaico neofascista italiano ed una nuova conferma dei solidissimi legami tra fascisti e traffico di droga nel nostro paese. Addis è stato in carcere per omicidio durante la sua militanza nei Nar. Era stato condannato a 30 anni di carcere nei primi anni Ottanta e li stava scontando nel carcere milanese di Opera, quando – in regime di semilibertà – era stato nuovamente arrestato nel 1995. In quella occasione la polizia l’aveva bloccato su un’auto di cui aveva clonato la targa utilizzando quella che apparteneva a un magistrato milanese dell’antimafia. Secondo gli investigatori, stava preparando una attentato contro un altro magistrato milanese.

A Luglio 2017: “Se quelli sono i fascisti teniamoli alla larga, insieme a loro ci sono tutti i peggio spacciatori del quartiere”. Il commento è quello degli abitanti di Tor Bella Monaca il giorno in cui Forza Nuova tenta una incursione in via dell’Archeologia fronteggiata da un presidio popolare e antifascista. Ci sono ore di tensione e contrapposizione e ognuno aggrega i suoi. Insieme a Forza Nuova la gente verifica che ci sono gli spacciatori del quartiere e ne trae le dovute conclusioni.

E adesso un invito ai giornalisti di grido. Visto che ormai i fascisti sono di casa nei salotti televisivi o i giornalisti sono di casa nelle sedi fasciste, provate a fare qualche domanda su questi fatti. Al limite rimedierete una capocciata sul naso, a Fausto e Iaio e tanti altri compagni è andata molto peggio.

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I fascisti, le banche, le piste nere delle rapine/2

di  Federico Rucco 
Abbiamo segnalato nella prima parte di questa inchiesta, le strette connessioni tra i fascisti e lo spaccio di droga nel nostro paese. Di certo non una novità, ma i fatti messi in fila uno dietro l’altro fanno una idea tutt’altro che casuale di tali connessioni.

Ma c’è un altro filone in queste relazioni particolari tra fascisti e malavita: le rapine. Anche qui è la cronaca nera degli ultimi anni – in particolare durante e subito dopo la “mattanza” del 2011 a Roma – a segnalare i fatti ma evitando sempre di metterli in connessione tra loro. Non lo hanno fatto i cronisti né gli inquirenti, legittimando così una immagine dei fascisti come schegge impazzite, lupi solitari, magari un po’ border line. Eppure proprio il tesoretto delle rapine alla fine degli anni ‘70 consentì quella “accumulazione primitiva” di capitali neri a Londra da cui si è poi dipanata una ragnatela di società finanziarie che fanno girare i soldi, tanti soldi, negli ambienti neofascisti.

Marzo 2012/Febbraio 2016: Tra i quattro rapinatori arrestati a marzo 2012 per il colpo all’Unicredit di piazza di Spagna avvenuto il 19 dicembre del 2011, c’è ancora una volta un ex militante dei Nar: Claudio Ragno. Ragno era entrato nella filiale Unicredit del centro storico con una casacca della polizia municipale. I metal detector della banca erano disattivati e così i rapinatori erano riusciti a portare all’interno una pistola. Claudio Ragno, romano (di zona nord) venne arrestato insieme a Luigi Aronica, Marco Di Vittorio e altri militanti dei Nar nell’ottobre del 1980. Scarcerato, viene più volte arrestato per rapina: nel 1988, per un colpo in banca a viale Mazzini, insieme a un altro militante dei Nar e ad uno degli arrestati per quest’ultimo colpo in banca, Silvano Panciotti. Nel 1994, Ragno viene arrestato insieme ad un altro fascista Massimino Rampelli. Al momento della cattura, i due vennero trovati in possesso di coltelli e materiale per mascherarsi. Rampelli, che e’ privo del braccio sinistro, indossava un giubbotto con un arto artificiale. I due dovranno rispondere di tentata rapina aggravata, porto abusivo di armi e ricettazione. Obiettivo era la banca Popolare di Rieti. Eppure solo quattro anni dopo (febbraio 2016) Claudio Ragno, di nuovo libero, viene dalla polizia sul litorale nord di Roma per la rapina del giorno prima all’ufficio postale di via Val Pellice dove avevano dato vita ad uno scontro a fuoco. I due si erano rifugiati in una villa a Fregene risultata di proprietà di uno degli arrestati, Giordano Grilli di 30 anni, incensurato e troppo giovane dunque per avere un passato negli anni neri.

Ottobre 2012: I carabinieri arrestano due pregiudicati romani. Si tratta di Fabio Giannotta, 35 anni e Mauro Santori, 46, ritenuti responsabili di concorso nella detenzione delle armi rinvenute il 17 dicembre del 2011 dai Carabinieri nel quartiere Alessandrino. Nel dicembre scorso i carabinieri rinvennero e sequestrarono, all’interno di un box in vero e proprio arsenale: un fucile d’assalto cinese, un kalashnikov, due pistole mitragliatrici, un pistola, 16 armi da fuoco provenienti da furti e rapine (15 pistole semiautomatiche e a tamburo e un fucile a pompa), 1 autovettura e 2 motoveicoli rubati (uno dei quali con a bordo due pistole con il colpo in canna), e materiale di travisamento. Allora furono arrestati in flagranza di reato due uomini, tra cui il pregiudicato Claudio Nuccetelli e un incensurato, tuttora detenuti nel carcere romano di Regina Coeli.

Fabio Giannotta, è una vecchia conoscenza dell’area neofascista romana. Figlio di Carlo Giannotta ex-segretario della sezione dell’ex-Msi di Acca Larentia e ritenuto il “custode” della sede; fratello del capo ufficio al Decoro Urbano della società municipalizzata capitolina Ama coinvolto nello scandalo parentopoli nella giunta Alemanno. Fabio Giannotta ha preso parte alla tentata rapina alla gioielleria Bulgari nel centro storico di Roma nel 2007 insieme a Claudio Nuccetelli.

Novembre 2012: Tra il gruppo di malavitosi che a Roma stavano per mettere a segno una rapina a mano armata in una sala Bingo in via Baldo degli Ubaldi, spunta un nome già conosciuto: quello di Massimiliano Taddeini, fascista, ex militante dei Nuclei Armati Rivoluzionari (Nar) e Terza Posizione, soprannominato l’Ala.
I tre sono stati fermati in quanto poco prima dell’irruzione erano stati notati da una pattuglia dei carabinieri della compagnia San Pietro perché erano passati col rosso a un semaforo. I carabinieri li hanno seguiti fino al Bingo e poi li hanno fermati e perquisiti, trovando le pistole cariche. Ora dovranno rispondere di porto abusivo d’armi e ricettazione. Uno dei mezzi sui quali viaggiavano è risultato rubato.
Taddeini, legato a Ciavardini e Fioravanti, aveva militato nei Nar e poi in Terza Posizione. Taddeini era anche molto legato a Nanni De Angelis, il militante dei Nar “morto” in carcere dopo essere stato fermato dalla polizia, “con cui condivideva tutto. Su questo asse si reggeva sia la squadra di rugby che l’organizzazione di Terza Posizione”.
Taddeini fu accusato e condannato a sei anni di reclusione per associazione sovversiva e banda armata. Scontata la pena è tornato però in carcere nel 1993 quando, dopo una soffiata, i carabinieri trovarono nel suo appartamento sulla via Braccianense un latitante, Antonio Fiorentino, all’epoca ricercato per rapina, porto e detenzione abusiva d’armi.

Marzo 2016: Non erano gli “zingari” e neanche i rumeni. All’alba di martedi 15 marzo i carabinieri di Roma hanno eseguito una vasta operazione anticrimine nei confronti di 24 persone accusate di associazione a delinquere finalizzata a compiere rapine violente in abitazioni. Per gli investigatori, a capo della banda che faceva rapina nelle case nella capitale ci sarebbe Manlio Vitale, detto ‘er Gnappa’ e considerato già esponente di spicco della banda della Magliana. Le accuse per gli arrestati vanno dall’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di rapine in abitazioni al furto e alla ricettazione, detenzione e al porto abusivo di armi da fuoco.
Manlio Vitale, è una vecchia conoscenza sia nella malavita romana che tra i fascisti. Tant’è che l’operazione dei carabinieri è stata chiamata in codice “Vecchie Glorie”. Ma Manlio Vitale detto “er Gnappa” non è stato solo un malavitoso. Le sue frequentazioni con i fascisti sono note e rimandano al famoso giro del “Fungo” (il particolare bar all’Eur) dove anche recentemente era solito incontrarsi Carminati con gli altri fascisti imputati nell’inchiesta su Mafia Capitale. Il 18 ottobre del 1975 proprio al Fungo, vengono beccati tre boss della ‘ndrangheta insieme a Gnappa. La polizia arresta infatti Paolo De Stefano, don Peppe Piromalli, Pasquale Condello, Gianfranco Urbani e appunto Manlio Vitale. “Tale riunione, lungi dall’essere una mera riunione conviviale costituiva invece una vera e propria riunione mafiosa ad alto livello” si legge nelle informative dell’epoca.

Luglio 2017: I Carabinieri e la Criminalpol, hanno arrestato in Kenya, in un centro commerciale di Nairobi, il fascista Carlo Gentile, 51 anni romano, ricercato dal 2015, perché ritenuto responsabile di due omicidi maturati nel mondo della criminalità della Capitale.

Gentile, il cui nome era comparso di sfuggita anche nelle indagini sul “mondo di mezzo” di Massimo Carminati, era stato un picchiatore del Fronte della Gioventù. Nei primi anni 80 era stato arrestato per una serie di rapine. Una delle ipotesi è che fossero di finanziamento per i latitanti e i detenuti dei Nar. Nel 1994, mentre era in semilibertà era stato nuovamente arrestato con l’accusa di aver partecipato a una rapina con altri detenuti semiliberi (due dei Nar, uno dei Nap).

Gentile uno dei numerosi fascisti in strettissima connessione con gli ambienti criminali della Capitale. recentemente era ricercato per gli omicidi di Federico Di Meo, assassinato a Velletri e di Sesto Corvini, un imprenditore assassinato a Casalpolocco, commessi nell’arco di 15 giorni nell’autunno del 2013. In particolare, per l’omicidio di Federico Di Meo, lo scorso 12 luglio, Carlo Gentile è stato condannato all’ergastolo dalla Corte di Assise di Frosinone. In entrambi i delitti il mandante risulterebbe essere un malavitoso albanese e il complice di Gentile un killer pentitosi dopo l’arresto per un altro delitto.

Novembre 2017: l’ultima vicenda è di pochi giorni fa. Del gruppo intercettato e arrestato dalla polizia il pomeriggio del 7 novembre fuori dalla Banca del Credito Cooperativo di Palestrina (vicino Roma) facevano parte infatti personaggi del calibro di Corrado Ovidi, Massimo Mariani e Franco Oddo. Insieme a loro c’era anche un poliziotto già sospeso dal servizio perché implicato in un’indagine per droga: aveva il compito di ascoltare le frequenze radio delle forze dell’ordine dalla sua auto e segnalare gli spostamenti delle pattuglie ai complici su un altro veicolo. Corrado Ovidi è un fascista “pesante” della zona di San Giovanni, frequentatore della famigerata sede di Movimento Politico di via Domodossola. Anche Massimo Mariani è un noto fascista. Mariani insieme a a Manuel Ovidi, fratello di Corrado, era stato condannato per rapina a sette anni di carcere nel 2013.

Dunque, ci sono una serie di fatti, una serie di nomi che tornano, una serie di connessioni che andrebbero lette nel loro insieme. Eppure inquirenti e cronisti hanno finora evitato di farlo, esattamente come la relazione annuale dei servizi di sicurezza che ha contribuito a costruire l’immagine dei fascisti come “bravi ragazzi impegnati nel sociale”. Ne parleremo ancora.

giovedì 16 novembre 2017

LE SCHERMAGLIE TRA ITALIA ED UE SUI CONTI


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Per la serie di quando la replica è ancora peggio della provocazione e/o minaccia ecco che l'inutile premier Gentiloni si compiace di una presunta superiorità dell'Italia verso altri Stati membri dell'Ue affermando che il belpaese non è più fanalino di coda rispetto alla crescita dei prossimi anni.
Credo si riferisca alla Grecia come minimo,e senza avere nulla contro gli ellenici è ben magra consolazione visto la loro situazione più che disperata,essendo divenuti ormai una nazione che di suo ha ancora ben poco.
Negli articoli proposti il primo di Contropiano(katainen-spara-gentiloni-minaccia-mandare-la-troika )racconta del primo passo fatto dall'Europa dalla voce di Katainen,ex premier finlandese e ora vicepresidente della commissione europea per il lavoro, la crescita, gli investimenti e la competitività nella commissione targata Junker,che minaccia di commissionare l'Italia per inadempimenti economici a breve e medio termine.
Nel secondo(corriere gentiloni-risponde-ue-l-italia-non-piu-fanalino-coda )la risposta da asilo di Gentiloni che dice che il meno peggio è un virtuosismo in un periodo come questo,sottolineando un periodo di crescita anche se caratterizzato da sempre più disoccupati!
Credo che i due personaggi in questione e fondamentalmente chi rappresentino,Italia ed Ue,siano due politici alle corde che giocano col futuro dei cittadini italiani sempre più sull'orlo del collasso e quindi da accantonare al più presto,con l'appunto che da noi serve al più presto un referendum sull'adesione dei trattati con l'Europa.

Katainen spara su Gentiloni e minaccia di mandare la Troika.

di  Sergio Scorza 
La CE smorsa l’entusiasmo del governo Gentiloni sulla “ripresa economica italiana” (PIL: +1,8% su base annua). Il numero due della Commissione Europea Katainen accusa: ” Roma non sta dicendo la verità sui conti pubblici perché ci sono le elezioni”. Al di la di qualsiasi valutazione sul contenuto della manovra finanziaria (DEF)di Gentiloni-Padoan, qui si sta parlando di uno sforamento dello 0,2% del famigerato rapporto deficit-PIL che corrisponde ad una cifra che supera di poco i 3 miliardi! Ma insomma, un paese come l’Italia che ha una spesa pubblica di 850 miliardi di euro l’anno viene inchiodato a causa di 3 miliardi? E’ follia pura.
Ma cosa vuole davvero la #UE dall’Italia? Vuole altri tagli alla spesa pubblica, altrimenti ci manda la Troika a commissariarci. E tanto per chiarire, minaccia le maniere forti, tipo, una nuova crisi del debito con una fuga dello spread come quella del 2011.
Comunque vada quest’assurda storia dello 0,2%, da un po’ di tempo, quelli di Bruxelles non perdono occasione di far capire che la resa dei conti finale con l’Italia è solo rimandata.
D’altronde, alla fine del 2017 è prevista la ratifica del famigerato “Fiscal Compact” approvato, in tutta fretta, nel 2015, dal governo Monti che costringerà, a partire dal 2018, l’Italia ad “impiccarsi” ad una riduzione della spesa da 50 miliardi l’anno con l’imposizione di un avanzo di bilancio pari al 3,5% del PIL. Altro che fine dell’austerity e/o riduzione delle tasse, come pare predicare qualche renziano in piena trance pre-elettorale.
Se quel trattato non viene cancellato, ci aspettano 20 anni terribili che peraltro nessun governo sarebbe in grado da gestire se non dichiarando lo stato d’assedio. Di certo, sarebbe la pietra tombale per qualsiasi velleità di ripresa economica per un paese già moribondo come l’Italia.
E poi incombono quella “clausole di salvaguardia” lasciate in eredità a Gentiloni da Renzi, con la legge di stabilità del 2015, che consistono in un incremento automatico delle aliquote IVA e delle accise che, nel 2016, in virtù della così detta “flessibilità” ottenuta in sede europea, furono modificate senza tuttavia intaccare gli aumenti automatici delle imposte indirette per 15,1 miliardi nel 2017 e 19,6 miliardi dal 2018.
Insomma, con questa ipoteca l’Italia può solo organizzare, già da ora, il proprio funerale.
La gabbia di ferro della UE funziona così: si stringe intorno ai suoi popoli facendoli morire un po’ alla volta. Possiamo girarci intorno quanto vogliamo ma non ce n’è: l’unica speranza di sopravvivere è romperla, al più presto possibile.

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La replica.

Gentiloni risponde alla Ue: «L'Italia non è più il fanalino di coda»

Le parole del premier in risposta al monito del vicepresidente della Commissione Ue che ha dichiarato: «I conti dell'Italia non migliorano»

di Redazione Online
«Non siamo più il fanalino di coda in Europa, ci sono alcuni paesi europei che avranno una crescita inferiore». Lo ha detto il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, intervenendo alla cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Cattolica. «Ma la crescita non basta, non è la soluzione ma è un’opportunità. I dati positivi della crescita non sono una medaglia da esibire ma un’opportunità», ha aggiunto il premier.

Le parole di Gentiloni arrivano come una risposta a distanza a quanto dichiarato dal vicepresidente della commissione Ue Jyrki Katainen che martedì ha dichiarato che «i conti dell'Italia non stanno migliorando». Secondo diverse fonti la Ue si sta preparando a un richiamo formale verso Roma. La lettera che Bruxelles si appresta a inviare a Roma riguarda la legge di bilancio del 2018: la commissione chiederà maggiori impegni formali sul miglioramento dei conti pubblici e ulteriori chiarimenti.

mercoledì 15 novembre 2017

LA MAZURKA DI FARINETTI,DELLO SFRUTTAMENTO E DEL FICO FIORONE


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L'Italia ha decisamente tra le sue eccellenze a livello positivo quella del buon cibo,ma le iniziative per promuovere tale patrimonio gastronomico ma soprattutto economico sono spesso deficitarie se non dannose.
Ce lo ricordiamo ancora l'Expo milanese dallo slogan"nutrire il pianeta"(madn le-multinazionali-della-malnutrizione )ed il suo enorme debito che ha lasciato sulle spalle di tutti gli italiani,con una chiusura che secondo i primi dati di marzo 2016 ha portato ad un conto in rosso tra i 30,5 ed i 32,6 milioni di Euro e che per molto tempo non saranno ancora definitivi(madn i-veri-numeri-di-expo-2015 ).
Oggi ha aperto a Bologna Fico(fabbrica italiana contadina,già un nonsenso dal nome),un teatrale quando enorme spazio fatto di supermercati,ristoranti,fabbriche,aule didattiche e altro ancora,il più grande parco agroalimentare del mondo con un area di circa dieci ettari circa.
Che sorge alla periferia di Bologna su di un'area quasi interamente pubblica ottenuta gratuitamente dalla regione Emilia Romagna dal suo presidente onorario Oscar Farinetti,un renziano convinto della prima ora(madn il-sottobosco-renziano )ereditiere del colosso Unieuro fondato dal padre ex partigiano Paolo,e dopo aver ricavato ben 528 milioni di Euro dalla vendita della catena di grande distribuzione specializzata in elettronica fonda Eataly.
Come ben sappiamo Eataly ha ottenuto l'intero appalto della ristorazione ad Expo 2015 senza nessun bando di gara con condizioni praticamente di amicizia,con il 95% degli interi ricavi,ottenuti dai 20 ristoranti,circa 2,2 milioni di pasti su una superficie di 8000 m2,allo stesso Farinetti.
Oltre a Farinetti(che ha infarcito il consiglio di amministratore col figlio Francesco come presidente e Nicola come consigliere)ci sono personaggi come Tiziana Primori(Coop Adriatica),Elio Gasperoni(Coop Alleanza 3.0),Andrea Segrè(CAAB),Andrea Cornetti(Prelios),Evelina Christillin(Enit)che a vario titolo sono fautori di intrecci tra politica ed economia,settore immobiliare e cooperativismo che si possono ricercare meglio nei due articoli riportati di sotto(contropiano apre-fico-dal-modello-expo-alla-green-economy e infoaut fico-per-chi-chi-guadagna-e-chi-perde-dalla-disneyland-del-cibo ).
Da ricordare,parlando sempre di vicende legate tra loro,che Eataly è una società controllata per il 40% dallo stesso Farinetti,un altro 40% dalla Coop e il 20% un fondo d'investimento:specifichiamo che Legacoop ha il suo feudatario Poletti nelle stanze del potere a Roma(madn dei-gran-calci-in-faccia e link relativi).
Comunque come per Expo non si fa molta contro informazione e le dichiarazioni odierne del premier Gentiloni e di ben quattro ministri del governo sono molto positive,entusiaste direi,per un progetto che sarà un calvario per i lavoratori con contratti capestro e senza rappresentanza sindacale,con un'altra alternanza scuola-lavoro che coinvolgerà circa 20000 studenti su di un'area vicina ad un inceneritore e che ha cambiato il quartiere Pilastro di Bologna con speculazioni di ogni genere che vedrà crescere residenze di lusso,alberghi e che non vedrà case popolari,in un periodo nel quale servono ma gli investimenti li fanno altrove.
Da segnalare anche questo link:contropiano bologna-lo-sciopero-investe-fico-farinetti .

Apre “Fico”, dal modello Expo alla green economy.

di  Redazione Bologna 
Il gran giorno è arrivato! Oggi pomeriggio il premier Gentiloni, e alcuni ministri tra cui Poletti (Lavoro), Franceschini (Cultura) Martina (Politiche Agricole) e Galletti (Ambiente) inaugurerà a Bologna il FICO (Fabbrica Italiana Contadina), l’ultimo progetto di Oscar Farinetti per mettere a valore “anche il cibo scaduto”.

Un progetto fortemente voluto da Andrea Segrè, professore di economia e politica agraria che ha costruito la sua carriera sulla gestione degli aiuti pubblici allo sviluppo agricolo nei paesi in via di sviluppo e sulla riconversione dei sistemi agricoli dei paesi ex sovietici e balcanici a sistemi di mercato, per poi cimentarsi sul Last Minute Market e sulle politiche contro lo spreco alimentare, diventando così presidente del CAAB e della Fondazione FICO.

Segrè si è buttato a capofitto su questo progetto, cavalcando l’onda del cibo sano, del riuso delle risorse, e dell’immagine bucolica che in molti oggi hanno del mondo contadino. Farinetti ha accolto a piene mani l’idea, e con la compiacenza del comune di Bologna, il gioco è stato facile.

Inaugura così oggi la più grande fiera italiana del cibo, confezionata in un progetto “smart” sul modello expo, che di smart ha davvero tutto, per dirla ironicamente, a partire dall’acronimo. 

FICO allude al mondo contadino, tradizionale e autorganizzato, dove un suolo di qualità corrisponde ad assicurare cibo di qualità, ma come tutti i colossi di questo genere, si traduce in un enorme mercato dove tutto quello che si mette in mostra, è la capacità delle aziende di competere per avere un posto al FICO, una bella immagine, e mostrare un mondo inesistente e surreale, dove l’innovazione tecnologica pare a portata di tutti, dove la sperimentazione pare davvero libera, il cibo, l’aria e la terra davvero sani e sfruttati in modo “sostenibile”.

FICO nasce su un area di 100.000 m2, fino ad oggi dedicata al mercato CAAB (centro agroalimentare Bolognese) di proprietà quasi interamente pubblica. Farinetti è stato talmente smart che nella trattativa per la costruzione di questo polo dell’agroalimentare d’eccellenza, ha ottenuto questo enorme spazio gratuitamente, impegnando la Regione a fornire un comodissimo servizio navetta dalla stazione alla modica cifra di 5 Euro a corsa, e a rivedere parte della viabilità del quartiere su cui verte FICO. Con Trenitalia invece, l’accordo è stato siglato pochi giorni fa, e mira a portare a Bologna 6 milioni di turisti nei prossimi 3 anni.

Si tratta di un progetto talmente smart, che la città stessa si presta ad accogliere trasformandosi in bomboniera, e in aree gentrificate in periferia. FICO sorge in un area periferica di Bologna, il quartiere Pilastro, che grazie a FICO sta subendo un processo di gentrificazione accelerata, dove al posto delle case popolari si costruiranno nuovi quartieri residenziali, e dove al posto dei progetti di inclusione, saranno promosse attività che mirino a fare bello il quartiere, come una pista ciclabile che finisce sul nulla e una nuova viabilità (in quasi totale funzione di FICO).

Il progetto si inserisce in quella che ormai è conosciuta come “Eatalyworld, la Disneyland del cibo made in Italy”, e vede la partecipazione tra le tante, della giunta Merola, coop adriatica, CAAB, e ovviamente Eataly. Includerà due ettari di campi, 40 fabbriche, 45 ristoranti, 12 aule didattiche, un teatro, un cinema, un centro congressi da mille posti e sei giostre.

Sarà uno spazio smart per promuovere il territorio forse, e forse anche attività di carattere ambientale che male non fanno di certo, ma ciò che è palese ad oggi, è quanto è costato alle casse pubbliche (50 milioni di valore immobiliare solo per fare un esempio), di quanto ha già fatto guadagnare ai costruttori come Coop, Cmb e Melegari, e di quanto guadagneranno banche e fondazioni in termini non solo di immagine. In sintesi un progetto che fa della green economy la base per enormi profitti e speculazioni.

Un progetto super smart, dove i lavoratori verranno pagati “8 euro l’ora”, come sta a cuore a Farinetti, ma con contratti precari e senza speranza di aumenti salariali. Previste inoltre oltre 300mila ore di alternanza scuola-lavoro per circa 20mila studenti di 200 scuole sparse sull’intero territorio italiano. Con la collaborazione di Randstad, Farinetti “lo smart” lancia il progetto “un giorno da Fico, che dovrebbe servire a “sensibilizzare gli studenti ai temi dell’innovazione e della filiera agroalimentare made in Italy, preparare i giovani ai nuovi scenari del mercato del lavoro, promuovendo il superamento degli stereotipi di genere, gli studi scientifico-tecnologici e la formazione terziaria”, ma che in altre parole, dovrebbe servire ad avere forza lavoro gratuita e non sindacalizzata.

Un grande incubatore di sperimentazione, sulle nuove tecniche di sfruttamento del lavoro, dell’immagine e del territorio.

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FICO..per chi? Chi guadagna e chi perde dalla Disneyland del cibo.

La Fabbrica Italiana Contadina (FICO) che apre oggi in pompa magna i battenti a Bologna, si prefigge l'ambizioso progetto di diventare la “Disneyland del cibo”, “il più grande progetto sull'agroalimentare al mondo”, secondo le parole di Oscar Farinetti, patron di Eataly e deus ex machina dell'iniziativa. 100.000 metri quadrati per esporre al mondo la filiera agro-alimentare italiana dall'inizio alla fine, in un trionfo della valorizzazione a fine turistico del cibo, eccellenza nostrana per antonomasia, al pari solo della moda e dello sfruttamento mascherato da opportunità.

Un progetto voluto con tenacia dai volti più noti del mondo politico ed economico bolognese, alla ricerca di un profitto nella “grande opportunità per la Regione e la città” in cui consisterebbe FICO secondo le parole parole di Alberto Vacchi, presidente della locale Confindustria.

Il tipo di profili dietro a FICO rendono bene l'idea di cosa stia prendendo vita. Per esempio, l'ad è Tiziana Primori, che svolge lo stesso ruolo in Eataly ed è esponente di spicco di Coop Adriatica, quella che non esitava a chiamare la celere per manganellare gli operai in lotta contro le pessime condizioni di lavoro e i licenziamenti politici compiuti dalla sua azienda attraverso i classici giochetti con le cooperative. La Primori è divenuta ad di Eataly dopo essere riuscita nella trasformazione del Mercato di Mezzo, in pieno centro Bologna, in una sorta di gioielleria del cibo, dove decine di ristoranti vendono i loro piatti a prezzi esorbitanti per un cittadino medio.

Lo stesso Eataly del resto è partecipato al 40% da LEGACOOP, feudo del potere politico locale del Partito Democratico, che ha attualmente nelle stanze del potere di Roma un suo rappresentante, il Ministro del Lavoro Poletti. Quello per il quale era meglio giocare a calcetto che studiare, se si vuole trovare lavoro. Eataly, venti punti vendita nel mondo, era salito alla ribalta anche negli scorsi mesi per un servizio di Striscia La Notizia sugli articoli venduti con date di scadenza allungate, e qualche anno fa emersero le proteste proteste dei suoi lavoratori di Bologna e Firenze per le sue paghe misere, i suoi contratti precari e i suoi turni lavorativi prolungati oltre ogni tipo di dignità.

Per non parlare del caso caso di Bari, dove il fatto che i dipendenti di Eataly locale avessero strappato dei contratti migliori e – addirittura – un giorno di riposo, aveva fatto passare a Farinetti la voglia di investire in Italia! Che meraviglioso imprenditore! Il prode Farinetti, mai pago di renziana arroganza, è inoltre riuscito senza sprezzo del ridicolo a paragonarsi paragonarsi a Gustave Eiffel quando interrogato sul lascito reale di FICO alla città..

Proseguiamo. Coop Alleanza 3.0, presente nel cda con Elio Gasperoni, dovrebbe invece ricordarsi quanto successo a Granarolo, con una battaglia durata mesi e mesi tra manganellate, presidi, blocchi e scontri che portarono alla fine alla vittoria dei lavoratori e allo scoperchiamento su scala inaudita dello sfruttamento presente nel mondo delle COOP rosse emiliane. Granarolo ovviamente è dentro il progetto FICO, come è presente ovviamente il CAAB, tra le maggiori strutture di distribuzione all'ingrosso su livello nazionale, con il suo presidente Andrea Segrè, che ha assistito senza battere ciglio al regalo – senza alcuna contropartita se non il ripianamento delle spese sostenute – di gran parte delle sue aree al nuovo progetto.

Non poteva mancare il gotha della speculazione immobiliare: basti pensare alla Prelios, famosa per aver ripetutamente chiesto e infine ottenuto lo sgombero del Laboratorio Crash dalla sua sede in via della Cooperazione, di proprietà proprio di Prelios e che ora giace invenduta e inutilizzata come lo era precedentemente all'occupazione del 2009. Anche qui il “grande connubio tra pubblico e privato” di cui parla il suo ad Cornetti in relazione a FICO si espresse grazie a polizia e celerini, e staremo a vedere se la gestione finanziaria di FICO che il Cornetti millanta sarà dedita non solo al profitto ma anche a un impegno culturale nel promuovere la cultura italiana, un investimento investimento "per noi e per i nostri figli"..

Ovviamente il progetto ha respiro nazionale, dato che Farinetti è renziano di ferro: l'ENIT, o agenzia nazionale del turismo, lo ha promosso in maniera fortissima negli ultimi mesi su scala internazionale. Presidentessa dell'ENIT è Evelina Christillin, notissima soprattutto a Torino poiché reginetta delle Olimpiadi del 2006, grande evento che ha portato la capitale sabauda ad essere la città più indebitata d'Italia. La Christillin, simbolo di quelle sliding doors della politica e dell'economia che il primo Renzi tanto attaccava, parla di modello di business da proporre e replicare, probabilmente all'interno di una strategia per la quale l'Italia deve diventare il parco divertimenti del Nord Europa, sfruttando il suo cibo, la sua arte e le sue spiagge senza alcun rispetto delle condizioni di vita dei suoi cittadini, costretti ad emigrare o a cercare una soluzione alternativa tra condizioni lavorative rese ancora più inaccettabili da provvedimenti come il JobsAct.

La stessa descrizione del progetto FICO presente nel sito parla di una esperienza unica e autentica, patrocinata da Trenitalia, che offre viaggi scontati per Bologna. Ma è anche una operazione ammantata di sociale, grazie all'attitudine pedagogica che avrebbe sui bambini e le scolaresche che potranno vedere gli animali nei campi presenti all'interno dell'ex area del CAAB. E' possibile organizzare corsi e visite guidate, mentre 40 ristoranti esporranno le delizie della cucina italiana. Non certo quella prodotta però dai percorsi al di fuori delle logiche della grande distribuzione organizzata, come per esempio l'associazione Campi Aperti. Intanto la retorica green di FICO cozza con il fatto che a poche centinaia di metri sorga un inceneritor, attivo dal 1973. Farinetti in passato aveva detto detto che sarebbe stato un delinquente ad aprire un esercizio commerciale di questo tipo in un luogo non idoneo..a questo punto, ne prendiamo atto!

Bologna sempre più city of foodcity of food dunque, e perno turistico di tutto il centro-nord del paese data la presenza degli scali di RyanAir all'aeroporto Marconi e alla vicinanza della città con Milano, Venezia e Firenze, lontane solo una o due ore di treno. Lo stesso Virginio Merola, sindaco della città, parla di FICO come di un secondo centro città in formazione, spalancando la porte a costruttori e speculatori; che si spera, aggiungiamo noi, facciano meglio di quanto messo in atto con la Trilogia Navile, progetto immobiliare di fondamentale importanza nel quartiere Bolognina e che ora è divenuto cristallizzazione dell'arroganza dei processi speculativi cittadini.

Ma non solo: bisognerà vedere se la città riceverà un guadagno da FICO in termini complessivi. Se è certo che il turismo in senso assoluto decollerà e con questo il numero degli appartamenti in affitto, è da vedere se la “bolla” del cibo attualmente in formazione non scoppierà in tempi relativamente brevi. Il traffico medio turistico a Bologna è solitamente infatti di un giorno: il tempo di solito impiegato per il rapido giro da fare in centro tra piazza Maggiore, le Due Torri e piazza Santo Stefano, per vedere una mostra o un concerto, e per farsi ovviamente una bella mangiata. Poi si va direttamente a Milano, Firenze, Venezia, incomparabilmente più attrattive sotto numerosi profili.

Eppure, se il traffico turistico dell'ambito culinario sarà convogliato verso FICO (Farinetti ha più volte proposto l'idea di un collegamento diretto in treno tra aeroporto e le aree del progetto, il quale al momento non è stato realizzato ma non è mai neanche stato smentito in ipotesi) che ne sarà di tanti dei ristoranti che sorgono come funghi in città e che hanno raggiunto l'impressionante media media di 1 ogni 37 persone? Che ne sarà dei lavoratori di queste imprese ma anche di tanti altri esercizi commerciali cittadini, dato che solo nell'area FICO ci saranno decine e decine di negozi?

Per il sindaco Merola, FICO e il centro storico andranno a braccetto nel fare innamorare turisti e visitatori. Intanto, già iniziano a lamentarsi i lavoratori, dato che le linee del trasporto pubblico che raggiungono FICO (numeri 35 e 55) finiscono alle 20.30, mentre il parco chiude a mezzanotte. Inoltre, sabato e domenica non circolano. Di conseguenza, a questi lavoratori lavoratori non resta che abbonarsi alle navette turistiche turistiche stazione-FICO, al modico prezzo di 7,50 per ogni tratta a/r o di 750 euro di abbonamento annuale da pagare..per andare a lavorare!

FICO Eataly World sarebbe “educazione sensoriale al cibo e alla biodiversità”, narra sempre il suo sito. Ma oltre gli slogan, come impatterà FICO sulla città in termini di sicurezza sociale? E' la parte di solito raccontata in termini entusiastici dalle istituzioni, dato che sono previsti 10 milioni di turisti in arrivo ogni anno, con relativo indotto economico. Peccato che l'aumento dei flussi turistici porterà all'aggravarsi dell'emergenza abitativa già evidente a tutti, soprattutto alle fasce meno garantite: i prezzi prezzi degli immobili vanno alle stelle all'interno del centro, dove non si affitta più a studenti e lavoratori se non iper-referenziati e dove sale esponenzialmente la presenza di bed and breakfast. Airbnb, portale leader nel settore dell'intermediazione immobiliare, ha ospitato ospitato il 29% di affitti in più di case in centro..in un anno.

Ciò ha ricadute sulla popolazione, soprattutto studentesca e precaria, che è obbligata a lasciare il centro e addirittura la città se non trova nessuna sistemazione adeguata alle proprie esigenze lavorative e di vita. A beneficiare di FICO saranno dunque le categorie già agiate della città, i proprietari di casa, non certo chi conduce la propria esistenza in maniera più o meno precaria e senza alcun reddito mobile o immobile. Una popolazione fluttuante, pronta a subire ulteriori colpi.

Le pratiche di espulsione non avverranno più solamente tramite sfratto “ordinario”: un movimento sotterraneo finora ma soverchiante in tendenza sarà infatti quello degli sfratti per finita locazione, ovvero dovuti alla mancanza di rinnovo del contratto di affitto alla scadenza dello stesso. Un percorso teoricamente legittimo, ma con il quale le case escono dal mercato dei residenti per andare in quello turistico, e l'emergenza abitativa si aggrava.

Dove sono le politiche abitative delle istituzioni, del tutto assenti nei ragionamenti su FICO ma che forse andavano pensate con un pochettino di anticipo? In assenza di queste, FICO sarà probabilmente agente di una ulteriore espulsione sociale, in un processo di gentrificazione cittadina che si tradurrà nell'aumento dei prezzi nono solo in centro ma anche nei quartieri come la Bolognina, San Donato o il Pilastro, colpiti da ondate di speculazione immobiliare come quella che ha portato ad esempio allo sgombero dell'Ex-Telecom, dove sorgerà un albergo per studenti facoltosi.

A proposito di studenti. Negli ultimi mesi è decollata, quanto ad importanza e dibattito mainstream, la questione dell'alternanza scuola-lavoro. Da un lato la retorica governativa, che vede nel provvedimento cardine della Buona Scuola (sic!) il modo per ridurre le distanze tra studenti e mondo del lavoro, per ridurre quindi la disoccupazione giovanile e per fare assumere competenze pratiche allo studente. Dall'altro, una realtà fatta di sconnessione tra impieghi e percorsi di studio, di turni passati a fare caffè e fotocopie, di incidenti sui luoghi di lavoro, di molestie sessuali, in un contesto in cui l'assunzione è più un miraggio che una reale possibilità.

A FICO ben 20.000 studenti saranno oggetto oggetto di percorsi di alternanza scuola-lavoro. Ad occuparsene è la Randstad, una delle principali agenzie di lavoro interinale, che ha il ruolo di vero e proprio contractor tra le scuole e le aziende per reclutare forza lavoro a basso costo spacciando il tutto per opportunità formativa. Nel frattempo, questi studenti andranno direttamente in concorrenza con i lavoratori del CAAB, che la stessa Randstad assume e le cui condizioni di lavoro non sembrano differenti in termini di sfruttamento di quelle che abbiamo raccontato prima.

Insomma, un progetto non così FICO, per fare una semplice e abusata battuta. Sarà da vedere infatti l'impatto complessivo sulla città, probabilmente inversamente proporzionale a quello sul portafoglio di Farinetti. Certamente, sarà una grande opportunità..ma per chi?

martedì 14 novembre 2017

ECCO IL LIVELLO SOCIALE NEL CALCIO ITALIANO

Risultati immagini per marzabotto calcio seconda categoria
Alla fine per sfortuna,per demerito soprattutto e non certo per le ultime due partite giocate con la Svezia,l'Italia non parteciperà ai prossimi mondiali di calcio dopo ben sessant'anni,un'era da punto di vista sportivo.
Se non le parti iniziali dei due spareggi non ho nemmeno seguito queste due partite perché c'era di meglio da fare,quindi non sarà di certo una critica al gioco ma ad un intero sistema che ha perso credibilità e fiducia al cospetto delle altre squadre,una nazionale che dopo il successo del 2006 è uscita ai primi turni nei due mondiali successivi e non parteciperà nemmeno a quello russo.
Personaggi molto discutibili che gravitano tra sport e politica come Tavecchio,presidente Figc,quello degli Opti Poba che il giorno prima mangiano le banane e poi hanno la maglia da titolare(madn il-calcio-allo-sbando ),il ministro allo sport Lotti,quello del Consip e dei 97 milioni di Euro stanziati per la Ryder Cup(madn tutti-in-campo-con-lotti )e lo stesso presidente Coni Malagò,che si è lamentato per mezz'ora di ritardo della sindaca Raggi e che è stato trombato alla grande sulle Olimpiadi romane(madn olimpiadice-chi-ha-detto-no )dovrebbero tutti fare le valigie così come l'allenatore Ventura e gran parte dei giocatori,senatori in prima fila.
Il calcio,lo sport popolare per eccellenza,è da sempre il termometro sociale del paese ed infatti le scene che ci hanno abituato i tifosi e gli stessi calciatori sono di tutto a parte che edificanti ed educative(madn fuori-i-razzisti-dagli-stadi-e-dalla società )e sono talmente tanti gli episodi di razzismo e di odio che propongo l'ultima accaduta a Marzabotto dove un pirla qualunque ha esultato con saluto romano ad un gol con tanto di maglietta con la bandiera dei repubblichini(ecn.org/antifa scandalo-a-marzabotto ).
Un'onta e un'infamia proprio nel paese della più sanguinosa strage italiana compiuta dai nazifascisti(madn 70-anni-dalla-strage-di-marzabotto )fatta da un ragazzotto ignorante e stupido,lui e i suoi compagni e dirigenti che di certo sapevano della possibile bravata da coglione che avrebbe compiuto.
L'ultimo articolo(gazzetta italia-buffon-dispiace-tutto-movimento )contiene le parole del fascista Buffon che se la buone stelle lo permetteranno si leverà dalla nazionale(ah,tutti che con superbia si ritengono inattaccabili e titolari fissi,un'oscenità e che con altrettanta sfrontatezza sono pronti a farsi di lato come se le convocazioni fossero già decise...ed in parte lo sono)e che si dispiace soprattutto per il movimento del calcio,un fallimento anche a livello sociale,e se il livello è quello improntato sul razzismo è proprio ora di cambiare seriamente registro e personaggi.

Scandalo a Marzabotto, fa gol ed esulta con maglia della RSI e saluto fascista ·
Polemica dopo la partita di seconda categoria dilettanti. Calciatore della squadra ospite si toglie la maglia del club e spunta quella della Repubblica di Salò. La società lo ha sospeso

13 novembre 2017
Al termine della gara giocata ieri tra il Marzabotto - padrone di casa - e il Futa 65, per il campionato della seconda categoria dilettanti, un giocatore del Futa "si è diretto verso il pubblico sugli spalti togliendosi la maglietta sportiva e sfoggiandone una nera con in bella vista l'Aquila fascista". A segnalare il fatto, in una nota, è il presidente del comitato regionale onoranze ai caduti di Marzabotto, Valter Cardi secondo cui "ancora una volta Marzabotto si vede costretto a subire una ennesima inaccettabile offesa durante una partita di calcio".

L'Anpi stigmatizza la vicenda
A giudizio di Cardi, si tratta di un "atto gravissimo e chiaramente aggravato dalla premeditazione, preoccupante al pari dell'atteggiamento dell'arbitro, il quale non ha preso nessun provvedimento! Non è accettabile che nello sport vi siano queste esibizioni che non sono altro che apologia di fascismo e quindi un reato perseguibile dalle leggi vigenti". Quindi, prosegue il presidente del comitato, "mi auguro che la Federazione Gioco Calcio assuma i giusti provvedimenti, seri e necessari, contro il giocatore in primis, l'intera squadra che nulla ha fatto per evitare simili comportamenti, e anche lo stesso arbitro per non essere intervenuto! Pretendiamo le dovute scuse da parte della dirigenza della squadra, auspichiamo anche che il giocatore non si presenti più sul campo del Marzabotto, spetterà poi alla dirigenza stessa decidere se includere nella propria rosa di atleti un personaggio simile". Infine, conclude Cardi, "riteniamo necessario che le forze dell'ordine acquisiscano il video per denunciare l'autore di questo oltraggioso gesto che ferisce profondamente i famigliari dei Martiri di Marzabotto".

 Il sindaco: "Atto premeditato"
 Quello di mostrare la maglia con un'Aquila fascista da parte di un giocatore del 65 Futa - squadra di calcio di seconda categoria dilettanti - sul campo del Marzabotto è "un atto premeditato che Marzabotto non giustifica per nessuna ragione". E' quanto sostiene in una nota pubblicata sul sito del Comune, il sindaco della città bolognese, Romano Franchi secondo cui "questa Amministrazione comunale procederà per le vie legali per chiedere l'applicazione delle leggi esistenti, Scelba e Mancino, che puniscono il reato di apologia al fascismo". Nel dettaglio, osserva, "abbiamo ricevuto un video relativo ad un atto intollerabile per la nostra comunità che tanto ha sofferto a causa del nazi-fascismo. Durante la partita di seconda categoria del girone I tra la nostra e la squadra 65 Futa, un giocatore ospite, dopo la realizzazione del secondo gol che ha segnato la vittoria degli ospiti, è corso verso la tribuna facendo più volte il saluto romano e, dopo essersi sfilato la maglia della squadra, ha esibito platealmente e provocatoriamente una maglietta con un ben noto simbolo fascista, arrampicandosi sulla rete di separazione tra il campo e la tribuna stessa". Quindi, prosegue Franchi nella nota, l'Amministrazione di Marzabotto "chiederà alla Federazione Gioco Calcio di Bologna di prendere immediate misure nei confronti della società 65 Futa che prevedano l'allontanamento del giocatore dai campi di calcio. Risulta assai improbabile che nessun dirigente della società 65 Futa si sia accorto negli spogliatoi della maglietta indossata dal calciatore in questione. Lo sport, soprattutto ai livelli locali - sottolinea ancora il sindaco emiliano - deve essere strumento di crescita umana ed educazione civica e non deve copiare i peggiori esempi che accadono negli stadi a livello nazionale. E' una questione di rispetto - conclude Franchi - per la memoria di chi ha dato la propria vita per la libertà e la democrazia".

Il Futa 65: calciatore sospeso.
Lui su Facebook: sincero e totale pentimento "A seguito degli avvenimenti di cui mi sono reso protagonista durante la partita di calcio Marzabotto-Futa65 sono qui ad esporre il mio piu' totale e sincero pentimento. Sono consapevole di aver recato offesa non solo alle associazioni partigiane e antifasciste ma a tutta la comunita' di Marzabotto": sono le scuse del calciatore che, a Marzabotto, dopo aver segnato il goal della vittoria per la sua squadra, la Futa 65, ha esultato con il saluto romano esibendo la maglietta con il simbolo della Repubblica Sociale Italiana, in un comune vittima di una delle piu' feroci stragi nazifasciste contro civili durante la Seconda Guerra Mondiale. "Ho agito con leggerezza - si legge in un post pubblicato sulla pagina Facebook della 65 Futa Ssd Calcio, firmato da Eugenio Maria Luppi - senza pensare alle conseguenze che questo mio gesto avrebbe scaturito tanto a livello personale quanto comunitario. Ho lasciato passare un terribile messaggio di cui, ribadisco, sono totalmente pentito e dispiaciuto. So che nessuna mia parola potra' cancellare ne' il mio sconsiderato gesto, ne' il dolore che esso ha causato. Ma era mio dovere morale scusarmi". Il giocatore, infine, ha confermato che ne' la società e ne' i compagni di squadra erano a conoscenza della "maglia incriminata" e delle sue intenzioni. La società ha fatto sapere, sempre sul suo profilo Facebook, che Luppi è " già stato sostato sospeso dall'attività agonistica e verrà multato secondo il regolamento interno" del club.

 http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Calciatore-mostra-maglia-con-aquila-fascista-a-Marzabotto-345d1d83-4339-42c4-bdd1-db4f832d4b28.html#foto-1

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Italia, Buffon: "Dispiace per tutto il movimento. Ho finito, il tempo è tiranno"

Il portiere piange dopo l'eliminazione: "Brutto finire così, hanno vinto con gli episodi ma hanno avuto dei meriti. Un abbraccio a tutti, lascio a Donnarumma, Perin e tutti gli altri"

13 novembre 2017 - Milano
Le lacrime di Gigi Buffon sono l'emblema della serata che lascia l'Italia fuori dal Mondiale. "Dispiace non per me, ma per il movimento. Abbiamo fallito qualcosa che poteva essere importante a livello sociale. Questo è l'unico rammarico che ho, perché il tempo passa ed è tiranno ed è giusto che sia così. Dispiace che la mia ultima gara sia coincisa con l'eliminazione dal Mondiale".

SVEZIA SOTTOVALUTATA — E se gli dicono che la Svezia è stata sottovalutata, Gigi non è d'accordo. "No, sapevamo che era una partita tosta ma non siamo riusciti a fare il meglio di quello che si poteva. Ci è mancata la lucidità di poter fare gol, loro hanno giocato come all'andata e tutto si è deciso per gli episodi. Ma quando ti va male vuol dire che hai delle colpe. Futuro del calcio italiano? C'è, perché noi abbiamo forza. Donnarumma, Perin e gli altri non mi faranno rimpiangere. Un abbraccio a tutti quelli che mi hanno sostenuto. Ventura? Ha le stesse colpe che abbiamo noi e tutti gli italiani".

 BAMBINI — Buffon parla anche delle conseguenze del fallimento. "Volevamo cercare di non deludere i bimbi che sognano la Nazionale. Purtroppo abbiamo avuto un contraccolpo pazzesco dopo la sconfitta al Bernabeu contro la Spagna. Da lì non siamo più stati i soliti".

GRUPPO STORICO — Il capitano ha anche un pensiero per i senatori, che potrebbero lasciare con lui. "Il mio Barzagli, il mio De Rossi, il mio Chiellini... forse lasceranno anche loro. Credo che continuerà solo Leo Bonucci. Dico grazie a tutti, non voglio rubare la scena a nessuno".

lunedì 13 novembre 2017

LA FINE DEL BRANCACCIO:MEGLIO ORA CHE POI


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Un piccolo record per la sinistra italiana lo si è ottenuto col movimento chiamato del"Brancaccio",nato dalla coppia Montanari & Falcone e che non ha nemmeno potuto avere la prova di una votazione perché è durato solamente da metà giugno fino a settimana scorsa,ma l'idea di un ammucchiamento con personaggi impresentabili per la decenza e per la credibilità di un soggetto era a dir poco oscena.
Perché nessuna forza politica dell'alternativa vera al Pd,a parte Rifondazione ma che aveva già messo dei paletti,si è fatta avanti in modo serio e deciso,con i satelliti di Articolo 1-Mdp e Possibile e Sinistra italiana che ruotano attorno ancora al Pd che ha già aperto le braccia per loro visto che da solo andrebbe ancora incontro ad un schianto come avvenuto in Sicilia.
L'articolo di Contropiano(ops-rotto-giocattolo-del-brancaccio )si apre con un requiem per il Brancaccio seguito da un intervento di Montanari cui va dato il merito di averci provato e che fa capire che un nuovo tentativo andrà fatto ancora per coinvolgere meno politici e tessere e più società partendo proprio dal basso.
Però tutto questo verrà rimandato a dopo le elezioni del prossimo anno dove il voto del meno peggio non so se avrà molto seguito,penso che l'astensionismo o le schede nulle o bianche saranno sempre maggiori visto che se è vero che a sinistra(madn la-nuova-sinistrache-ancora-non-ce )proprio non c'è unità,a destra è proprio tanto ma tanto peggio.

Ops, s’è rotto il giocattolo del Brancaccio.

di  Alessandro Avvisato 
Non ci aveva convinto fin dall’inizio, e lo avevamo scritto subito. Troppo evidente il tentativo di creare una specie di “isola dei quasi famosi” – per motivi anche lodevolmente diversi – che avesse come punto di approdo una lista elettorale “competitiva col Pd, ma non chiusa a eventuali collaborazioni” con i miliziani di Renzi.

Cero, i discorsi erano stati più elevati, le critiche al renzismo quasi definitive, gli obiettivi ben più lontani nel tempo (ben oltre, insomma, l’orizzonte elettorale). Ma – conoscendo certa “sinistra italiana” (nel senso di sciagura, ovviamente) – non avevamo molti dubbi che la lista elettorale sarebbe stato l’alfa e l’omega intorno a cui questo ennesimo tentativo di evocare la mitica “società civile” si sarebbe inevitabilmente infranto.

Adesso ne ha dato l’annuncio ufficiale Tomaso Montanari, che apprezziamo sinceramente molto come critico e storico dell’arte ma poco credibile nella parte di “rifondatore” di quella melma impresentabile fatta di ex ministri che hanno privatizzato Telecom e fatto la guerra alla Jugoslavia (D’Alema), che hanno steso “lenzuolate” agli appetiti di imprenditori pronti a rivendere a pezzi il patrimonio industriale edificato con i soldi pubblici (Bersani), che hanno affossato scientemente l’immagine stessa dei comunisti (Vendola, Fratoianni, con alle spalle l’onda lunga di Bertinotti), che non hanno mai opposto una minima opposizione a “pacchetto Treu”, riforma delle pensioni (dalla Dini alla Fornero), Jobs Act, decontribuzione per i nuovi assunti (significa riduzione del salario “lordo”, per la parte “differita), decreti fascistoidi da stato di polizia (quelli a firma Orlando e Minniti) e chi più ne ricorda aggiunga pure.

E’ una buona notizia, insomma. Si sgombra il campo da un’ipotesi altamente confusa, ma – in questi tempi poveri di idee – capace di confondere ulteriormente un “popolo di sinistra” che merita sinceramente qualcosa di meglio. Del resto, fin dalla prima assemblea, quel pasticcio si era mostrato chiuso e indifferente alle istanze “popolari”, guadagnandosi da subito fischi e contestazioni palesi…

Nel “manifesto del Brancaccio” c’erano molte singole cose che, prese singolarmente, potevano dare l’impressione di una visione programmatica. Ma questa visione non arrivava mai. Tutto veniva sempre e comunque subordinato alla prospettiva della mitica “lista”.

Come dovrebbe essere noto, i comunisti non hanno preclusioni ideologiche, né pro né contro la partecipazione alle elezioni. In fondo veniamo tutti da una storia ormai centenaria per cui ci si poteva presentare alle elezioni a febbraio, fuggire in clandestinità a luglio e conquistare il potere in Ottobre.

Per la presunta “sinistra” italica, invece, queste sono diventate da decenni l’unica ragione a supporto dell’attività politica. Banalmente, e l’ha capito per primo proprio il popolo che votava quella “sinistra”, l’arrivismo dei potenziali candidati diventava pressoché l’unica ragione di “concorrere”. L’unica altra motivazione, decisamente più nobile, era conquistare qualche sostegno economico al “partito”, fin quando c’è stato un finanziamento pubblico consistente.

La fine del Brancaccio libera, forse, qualche energia positiva che rischiava ancora una volta di lavorare per il re di Prussia. Ma non ci facciamo molte illusioni… Il problema della rappresentanza politica è molto reale, ma richiede il supporto e la verifica di pratiche sociali che ben pochi (tra i soggetti interessati a quel tentativo) possono vantare.

*****

Il Brancaccio si ferma. Per ripartire.

L’assemblea generale del percorso del Brancaccio convocata a Roma per sabato prossimo, 18 novembre, è annullata. Mi scuso personalmente con tutti coloro che, non di rado con sacrificio, hanno già acquistato il biglietto del treno o dell’aereo.

E mi scuso con tutti i cittadini che sarebbero venuti a discutere la redazione finale del progetto di Paese che è uscito dalle Cento Piazze per il Programma.

Il fatto è che sono sparite una ad una, nelle ultime ore, le condizioni minime per tenere un’assemblea democratica e per pensare che l’itinerario del Brancaccio possa arrivare a raggiungere il suo scopo.

***

Ricordo quale fosse il progetto del Brancaccio, nelle parole della relazione di apertura che ho pronunciato nell’assemblea del 18 giugno: «Se fossimo convinti che la forma partito è sufficiente, oggi non saremmo qua: non si tratta di rifare una lista arcobaleno con una spruzzata di società civile. C’è forte l’esigenza di qualcosa di nuovo, e di qualcosa di più grande. Lo diciamo con le parole di Gustavo Zagrebelsky: è necessaria la “più vasta possibile unione che sorga fuori dei confini dei partiti tradizionali tra persone che avvertano l’urgenza del momento e non siano mosse da interessi, né tantomeno, da risentimenti personali: come servizio nei confronti dei tanti sfiduciati nella politica e nella democrazia”». Un’alleanza tra cittadini e partiti, dunque. Ma oggi sento il dovere di denunciare pubblicamente che i vertici dei partiti della Sinistra hanno deciso che, semplicemente, non vogliono questa unione più vasta possibile. Non vogliono questa alleanza con chi sta fuori dal loro controllo.

I segretari di Mdp, Possibile e Sinistra italiana hanno scelto un leader. E questo ha ‘risolto’ tutti i problemi: nella migliore tradizione messianica italiana.

Poi hanno lanciato un’assemblea, che si sta costruendo come una spartizione di delegati tra partiti, con equilibri attentamente predeterminati. E per di più un’assemblea che potrà decidere, sì e no, il nome e il simbolo della lista: ma non certo la leadership (scelta a priori, dall’alto e dal dentro), non il programma (collage di quelli dei partiti), non le liste (saldamente in mano alle segreterie). Un teatro, che copre l’obiettivo reale: rieleggere la fetta più grande possibile degli attuali gruppi parlamentari. Vorrei molto essere smentito: ma ho fortissimi argomenti per credere che, quando saranno note le liste, tutti potranno constatare che le cose stanno proprio così.

Certo non me lo auguro, ma temo che questa inerziale riedizione nazionale della coalizione che in Sicilia ha sostenuto Claudio Fava (per di più senza Rifondazione Comunista) non avrà un enorme successo elettorale.

È anche per questo che quella dei vertici di Mdp, Possibile e Sinistra italiana a me pare una scelta drammaticamente miope. Non è nemmeno più questione di ‘alto e basso’, o di ‘vecchio e nuovo’: la logica è quella per cui chi è ‘dentro’ il sistema della politica professionale si chiude ermeticamente verso chi è ‘fuori’.

È la logica del partito che garantisce se stesso. E il partito che è stato lasciato fuori dall’accordo, Rifondazione Comunista, ha reagito in modo identico. Dopo aver sostanzialmente preso in ostaggio l’assemblea provinciale del Brancaccio a Torino, Rifondazione ha fatto capire di voler fare altrettanto con quella del 18 a Roma: «prendiamoci il Brancaccio», si è letto sui social.

Non ci sono, dunque, le condizioni minime di lealtà e serenità per garantirvi che l’assemblea non si trasformi in un campo di battaglia tra iscritti a diversi partiti.

In quella assemblea avremmo voluto chiedere, pubblicamente e con forza, come ultima possibilità di una unione più vasta fuori dai confini dei partiti, l’adozione di un percorso veramente democratico (in cui fossero contendibili la leadership, il programma, i criteri di innovazione per le liste): quel percorso dettagliato che avevamo mandato ai responsabili di Mdp, Possibile e Sinistra italiana, senza peraltro ottenere risposta. Rifondazione Comunista (l’unico partito che a questo punto avrebbe partecipato all’assemblea) ci ha annunciato che, invece, avrebbe preteso di votare su una proposta incompatibile con il senso stesso del Brancaccio: e cioè quella di porre condizioni agli altri partiti, come se fossimo un’altra forza politica in cerca di alleanze.

E invece no: il Brancaccio non è una componente. È uno stile, un metodo, un modo di fare politica. Avrebbe avuto successo se fosse riuscito ad essere il motore di un’alleanza tra partiti e forze civiche, tra iscritti a partiti e cittadini senza tessera, non uno strumento per fare alleanze

A questo punto lo scopo del Brancaccio, lo scopo per cui vi avevamo convocati a Roma, è irraggiungibile in ogni caso: e non saremmo responsabili se non dicessimo che un’assemblea senza più nulla da decidere sarebbe solo un rissoso palcoscenico offerto all’impeto autodistruttivo dell’ultimo partito rimasto. L’unica cosa che potrebbe essere partorita ora, infatti, sarebbe una piccola lista di Rifondazione, riverniciata di civismo: ma il Brancaccio era un percorso per una vasta alleanza civica che tenesse insieme i partiti e andasse ben oltre. Qualunque risultato diverso da questo tradirebbe il mandato condiviso da tutti noi: non può e non deve finire con una seconda lista improvvisata, destinata all’irrilevanza e alla coltivazione del risentimento.

È per questo che oggi scendo dal famoso ‘autobus’. Lo avevo promesso a tutti voi, il 18 giugno: «questa ‘cosa’ nasce per ambire a percentuali a due cifre: perché ambisce a recuperare una parte dell’astensione di sinistra. E se dovesse ridursi a una lista arcobaleno con davanti le sagome della cosiddetta ‘società civile’ saremo i primi a dire che il tentativo è fallito». Ecco: oggi, lealmente, vi dico che è così.

***

Se almeno un successo possiamo riconoscerci è stato quello di aver parlato una lingua nuova, radicale, diretta.

Di aver saputo indicare con forza le contraddizioni insanabili del progetto che partì da Piazza Santi Apostoli il 1° luglio. Di aver denunciato la follia di un centrosinistra composto con il Pd; e di aver indicato con forza la necessità di un quarto polo di sinistra radicalmente alternativo a tutto il resto.

Ebbene, questa prospettiva è stata vincente: anche per merito della presenza inedita e indiscreta del Brancaccio. A dimostrarlo è il testo della ‘lettera di intenti’ che è stata sostanzialmente ‘imposta’ a Mdp, e alla cui redazione abbiamo contribuito in modo decisivo (nel pieno rispetto del mandato del 18 giugno: quello di verificare le condizioni per una lista unica e credibile).

Quel testo demolisce tutti i ‘risultati’ del centrosinistra, e anzi impegna a ribaltarli: delineando il profilo di una sinistra radicale in Italia.

Dopo questo indiscutibile successo, è però subito arrivata la totale chiusura sul percorso democratico e sull’innovazione delle liste.

E questo è per noi inaccettabile. Perché in un’assemblea costituita con metodo democratico, cioè veramente libera dal controllo dei partiti, avremmo chiesto con forza 4 vincoli: la presenza nei posti concretamente eleggibili della lista proporzionale di un 50% di donne; di un 30 % di under 40; di un 50% di candidati mai stati in Parlamento; e infine la non candidabilità di chi ha avuto ruoli di governo.

Sono sicuro che un’assemblea libera avrebbe considerato con interesse queste minime prove di credibilità. Prove di credibilità necessarie, perché se versi il vino nuovo in otri vecchi, e compromessi, accade quel che accade in queste ore: mentre si annuncia una forza politica di Sinistra alternativa al Pd, si legge che Bersani tratta in segreto con Renzi un’alleanza di fatto. Vero, falso? Un dilemma che non esisterebbe se la guida fosse rinnovata, e democraticamente scelta.

Ma non ci arrendiamo: la forza del manifesto su cui avrebbe potuto fondarsi una lista davvero nuova era la forza del progetto di Italia che è venuto fuori dalle cento assemblee del programma.

Quello che, nella nostra ingenuità, avremmo voluto discutere e approvare il 18: prima di essere travolti dall’onda del cinismo del ceto politico.

È per questo che ci impegniamo a restituirvi tutti i materiali che ci avete inviato, rifusi in un progetto unitario che potremo discutere pubblicamente, insieme, in un incontro che fisseremo nei prossimi mesi: per misurare su quel metro radicale i programmi delle liste che andranno alle elezioni.

E per ripartire da lì.

***

Perché vogliamo ripartire. Innanzitutto comprendendo fino in fondo i nostri errori.

Lo diciamo con sincerità: se non siamo riusciti a condurre in porto il nostro progetto non è solo a causa del cieco egoismo dei partiti.

Il 18 giugno avevamo detto: «C’è chi teme che i partiti controllino questo processo, come burattinai da dietro le quinte. Questo rischio esiste. E l’esito di questo processo dipende tutto da quanti saremo, e da quanto determinati saremo. Vogliamo costruire una vera ‘azione popolare’. Ma ci riusciremo solo se la partecipazione senza tessere sarà così ampia da superare di molte volte quella degli iscritti ai partiti. Una lista di cittadinanza a sinistra: questo vogliamo costruire».

Ebbene: non è stato così. Le nostre assemblee in tutta Italia sono state tante, bellissime, importanti. E non abbiamo parole per ringraziare tutti coloro che hanno investito il loro tempo e la loro passione in questa breve stagione di entusiasmo civico e politico.

Ma – noi due per primi – non siamo stati capaci di ‘travolgere’ i partiti suscitando un’ondata di partecipazione nuova e senza etichette. Se nessuno dei segretari di partito cui ci siamo rivolti ha compreso minimamente la vitale importanza di cedere sovranità a un progetto più grande, è stato perché il popolo della sinistra non li ha costretti a farlo con la forza della partecipazione.

Eppure – nonostante tutti questi fatali limiti – in questi mesi abbiamo sentito spirare un vento nuovo: in quanti ce lo avete detto, e scritto!

Ebbene, vorremmo che questo spirito, questo entusiasmo che non si vedeva da tanto tempo, continui a soffiare. Anzi vorremmo riuscire a contagiare più cittadini possibile.

Per questo abbiamo Anna ed io abbiamo costituito un’associazione, che si chiama Democrazia ed Eguaglianza, ed è in quella associazione che, subito dopo le elezioni, vogliamo riprendere il cammino, organizzandoci e moltiplicandoci.

Accogliendo tutti coloro che vorranno partecipare: donne e uomini, con o senza tessere politiche o associative in tasca. Ma senza un ruolo dei partiti come tali, e senza i loro apparati, questa volta: perché sbagliando si impara. Intendiamoci: tanti, anche nei partiti, si sono impegnati con generosità in questo percorso, convinti che la funzione delle proprie forze politiche fosse quella di convergere insieme a tutti gli altri in un unico spazio comune e democratico. Ma queste aspirazioni sono state tradite dai vertici di quegli stessi partiti.

Come dicono parole antiche, piene di saggezza profetica: «non apparteniamo oggi ad una città stabile: lavoriamo per costruire la città futura».

È dunque l’ora di costruire una Sinistra dal basso, una coalizione sociale e civica. Per costruirla sulle strade, nelle periferie, nelle povertà. Attraverso la reciprocità e la cooperazione. Per costruirla con la conoscenza, la critica, la capacità di accendere e collegare tanti fuochi di azione popolare. Per metterla in grado, quando sarà il momento, di riportare nei comuni e in Parlamento il popolo italiano. Per attuare la Costituzione, per rovesciare il tavolo delle diseguaglianze, per invertire la rotta.

Ora serve inevitabilmente un impegno di medio periodo: per questo c’è l’associazione, e ci sarà un nuovo cammino da affrontare insieme.

Ma il percorso, così come lo avevamo proposto al Brancaccio e discusso insieme, non c’è più. Questo non vuol dire che si debba cedere alla rassegnazione. Nonostante la situazione in cui siamo, in tante e tanti non hanno alcuna intenzione di mollare. Lo abbiamo capito dalla pioggia di messaggi queste ultime, difficili, ore: e anche di questa vi ringraziamo.

Dopo aver promosso assemblee, dato battaglia nei propri partiti, coinvolto esperienze civiche e comitati o lavorato con determinazione a far collaborare persone diverse in nome di un obiettivo comune, l’impegno di tante e tanti continua: perché solo le spinte dal basso possono modificare uno spartito già scritto, e sorprendere tutti.

Mentre la sinistra che già c’è continua il proprio cammino, purtroppo solitario, in tanti continueranno a dare battaglia nella società, nelle associazioni e anche nei partiti per invertire la rotta, e iniziare dar corpo e forza alla sinistra che non c’è ancora, e di cui questo Paese ha tremendamente bisogno.

Grazie a voi tutti, e scusatemi per tutti i miei errori e i miei limiti,

Tomaso Montanari

sabato 11 novembre 2017

LA LEZIONE DELLE PERIFERIE


Risultati immagini per periferie urbane
E' risaputo che il tema della sicurezza o la percezione di essa è stata negli ultimi anni e sarà il tema trainante delle prossime campagne elettorali italiane ed europee(anche mondiali visto gli esiti Usa dello scorso anno)e giocare allo speculare e amplificare questo tema soprattutto da parte delle destre è diventato affare quotidiano,ripetitivo.
L'articolo proposto(popoffquotidiano periferie-ecco-come-si-produce-linsicurezza )analizza uno studio che racchiude cinque grandi capitali europee guardando non solo le periferie,i luoghi che fanno più paura e si sente e fa avvertire il maggiore degrado e senso di abbandono e d'insicurezza,dal punto di vista prettamente urbanistico(con abitazioni modello casermoni e palazzoni)e sociale ma anche dal lato psicologico.
Che riguardano sia le categorie sociali più abbienti e che convenzionalmente non abitano tali zone che quelle più povere ma che sono stanziali da anni o addirittura generazioni,che vedono i quartieri cambiare sia fisicamente che morfologicamente con l'arrivo di persone estranee sia che esse provengano all'interno della nazione o da fuori.
Interessante e vero il fatto che la paura allargata a dismisura come detto prima,con forte iniezione di razzismo ed ignoranza,sia dettata dal fatto che la piccola borghesia ma anche la stessa classe operaia possano finire come gli ultimi,i disagiati,gli immigrati che vivono alla giornata e che cadono facilmente nella micro criminalità.
E la voglia di rivalsa e di riscatto che emergono dai ceti sociali sovra citati che vedono il proprio salario,il proprio potere d'acquisto o nei casi limite ad un azzeramento degli introiti causa licenziamenti,trova sfogo nella creazione di un nemico che per ordine delle cose è l'ultimo arrivato,e l'Italia come reietti nella propria storia recente ne ha visti di diversi passando dai poveri delle stesse città ai meridionali,dai primi immigrati quasi tutti nordafricani a quelli dell'Europa dell'Est dopo la caduta del muro di Berlino arrivando ai migranti africani e mediorientali oltre che ai rom.

Periferie, ecco come si produce l’insicurezza.

Periferie, indagine a Milano, Londra, Parigi, Budapest, Barcellona: chi vive ai margini è il peggiore incubo dei residenti, perché esprime la precarietà e la fragilità umana

MILANO - Non basta arrestare ladri e rapinatori per sentirsi più sicuri. Il senso di insicurezza e di paura di moltissime persone ha origini più profonde. Un gruppo di ricercatori italiani dell’Università Bicocca ed europei ha condotto uno studio in due quartieri di cinque città: Milano, Londra, Parigi, Budapest, Barcellona. A Milano, in particolare, hanno intervistato residenti nei quartieri di Rogoredo-Santa Giulia e Gratosoglio-Ticinello. E quel che hanno scoperto è, per certi versi, sotto gli occhi di tutti ogni giorno: ciò che ci rende insicuri, ciò che ci fa sentire in pericolo, è la trasformazione che sta avvenendo nei quartieri, nelle nostre strade. Non ci sentiamo più parte di una comunità. “Il materiale empirico raccolto nel corso della ricerca – scrivono gli studiosi -, ha messo ben in luce come nei quartieri delle città oggetto d’analisi i migranti, e tutti i soggetti che vivono ai margini della società (senza dimora, tossicodipendenti ecc.) rappresentino il peggiore incubo dei cittadini residenti, perché esprimono la precarietà e la fragilità della condizione umana. In un certo senso rappresentano l’essere ‘superflui’, quello che ognuno di noi, a causa della pressione di questo sempre più precario equilibrio economico, potremmo diventare e che vorremmo velocemente dimenticare. I migranti sono diventati per innumerevoli motivi i principali portatori delle differenze di cui abbiamo paura e contro cui tracciamo confini”. Non ci sentiamo più sicuri, perché non ci sentiamo più “a casa”. Usciamo dal nostro appartamento e il quartiere nel quale magari viviamo da decenni non lo riconosciamo più. E così tutto ciò che è diverso e sconosciuto, lo percepiamo come un pericolo. Rompe l’equilibrio che avevamo raggiunto nel corso degli anni.

La ricerca è stata presentata oggi a Milano, durante il convegno “La lezione delle periferie”. L’insicurezza, dunque, nasce da come viviamo i cambiamenti delle nostre città. “Cambiamenti che riguardano tanto gli aspetti urbanistici e architettonici (trasformazioni e/o degrado di strutture e infrastrutture) quanto la morfologia sociale delle città -sottolineano i ricercatori – . Il costante e profondo ricambio della composizione socio-demografica dei quartieri, le trasformazioni del tessuto economico e commerciale, la presenza di conflitti fra popolazioni che usufruiscono in maniera fortemente differenziata degli spazi pubblici, sono processi strettamente intrecciati e generano una sensazione diffusa di perdita di controllo sulle condizioni all’interno delle quali si svolge la vita quotidiana nelle aree urbane. L’habitat urbano, in sostanza, risulta insicuro per i suoi utilizzatori perché si trasforma sempre più velocemente, dal punto di vista sia fisico sia sociale; questi cambiamenti rendono i quartieri sempre più distanti, anonimi e insicuri”.

Di fronte ad una paura non legata a episodi criminali specifici, la reazione è quella di crearsi comunque un nemico. “Può sembrare paradossale, ma l’esplosione del conflitto sembra rispondere al bisogno di ripristinare una forma di controllo su un ambiente urbano sempre meno familiare. Tali conflitti, peraltro, sempre più di frequente si declinano in termini securitari e vedono coloro che continuano a detenere una posizione di relativo vantaggio (in genere, i residenti di lunga data nel quartiere) evocare l’intervento repressivo della mano pubblica per ripristinare un ordine sociale che non può scaturire da processi sociali endogeni e informali”. Si ha bisogno di un capro espiatorio. “L’ansia collettiva, in attesa di trovare una minaccia tangibile contro cui manifestarsi, si mobilita contro un nemico qualunque e, spesso, lo straniero viene identificato tout-court con il criminale che insidia l’incolumità personale dei cittadini e i politici tendono a sfruttare questo disagio a fini elettorali”. (dp)

© Copyright Redattore Sociale

venerdì 10 novembre 2017

DA CHE PULPITO


Risultati immagini per don lorenzo guidotti
Le parole scritte qui sopra potrebbero essere state scritte da chiunque abbia l'ignoranza e l'arroganza di sapere mettere in croce due frasi d'italiano per poi postarle su di un social network qualsiasi,ma se il soggetto è un prete allora la gravità è ben maggiore.
Infatti don Lorenzo Guidotti della parrocchia bolognese di San Domenico Savio se l'è presa con una ragazza che ha subito violenza in una zona di Bologna che è rimasta uno dei pochi luoghi fuggiti ancora dallo sloggiamento di locali più o meno grandi della socialità studentesca della città voluta durante le ultime amministrazioni.
Che vogliono fare di Bologna una città da tappeto rosso soprattutto in centro dove si preferiscono locali fighetti con prezzi da mutuo e l'allontanamento di mendicanti,tossici e ubriachi per mantenere il decoro voluto dal decreto Minniti(madn un-decreto-contro-il-disagio ).
Un messaggio pieno di beceri insulti razzisti e sessisti che fortunatamente coinvolgono la minoranza dei sacerdoti italiani ma è anche doveroso dire che quando uno sbaglia poi non è che il Vaticano se ne occupi più di tanto.
Nell'articolo di Infoaut(bologna-sulle-infami-parole-di-un-prete )il campionario di stupidità del prete che come molti pensano che lo stupro sia colpa della vittima dovuta a comportamenti giudicati immorali anche solo per il vestito che la donna indossa,un pensiero fascista che è radicato in un'ignoranza atavica di troppe persone e non solo in Italia,soprattutto nei paesi latini e cattolici.

Bologna - Sulle infami parole di un prete.

Hanno fatto scalpore le parole pronunciate ieri da don Lorenzo Guidotti, della parrocchia bolognese di San Domenico Savio.

Le sue dichiarazioni rendono bene l'idea di quanto sia radicata nella società e soprattutto nelle istituzioni una cultura profondamente sessista, per la quale lo stupro è e rimane una conseguenza di un comportamento da parte della vittima.

Riportiamo le parole del parroco giusto per farci prudere le mani ancora un pò:

"Chi sceglie la cultura dello sballo lasci che si 'divertano' anche gli altri [..] E dopo la cavolata di ubriacarti con chi ti allontani? Con un magrebino?!? Notoriamente (soprattutto quelli in piazza Verdi) veri gentleman, tutti liberi professionisti, insegnanti, gente di cultura, per bene... Adesso capisci che oltre agli alcolici ti eri già bevuta tutta la tiritera ideologica sull'accogliamoli tutti? ...tesoro... a questo punto, svegliarti seminuda direi che è il minimo che potesse accaderti."

E poi:

"Mi spiace ma... se nuoti nella vasca dei piranha non puoi lamentarti se quando esci ti manca un arto... cioe'... A me sembra di sognare!! Ma dovrei provare pieta'? No!! Quella la tengo per chi è veramente vittima di una città amministrata di *****, non per chi vive da barbara con i barbari e poi si lamenta perchè scopre di non essere oggetto di modi civili".

In questo senso è difficile trovare parole per commentare questo tema di quanto non abbiamo già scritto altre volte. Preferiamo dedicarci ad un approfondimento sul contesto locale in cui cadono queste affermazioni, ovvero sulla questione di piazza Verdi e della zona universitaria bolognese.

E' infatti a nostro modo di vedere la retorica enfatica sul "decoro" che bisognerebbe ripristinare in piazza Verdi ad armare le schifose parole di questo infame difensore degli stupri. In mancanza della capacità e della volontà politica di affrontare questioni come quella dello spaccio, che è essenzialmente una questione di marginalità sociale (soprattutto migrante) sfruttata da interessi mafiosi, si scarica la colpa sui soggetti sociali che hanno la colpa di frequentare comunque alcuni luoghi nel modo e nella maniera che vogliono.

Del resto da sempre l'etica contro il degrado è uno strumento usato per attaccare la socialità della popolazione studentesca, che da sempre riempie di soldi le tasche dei bolognesi ma deve accettare in silenzio ogni limitazione sul suo comportamento, fosse anche solo stare oltre le 22 in una piazza a bere una birra. Ora che la città sembra dover diventare un enorme ristorante a cielo aperto per i turisti, in particolare il suo centro-vetrina, si va all'offensiva ulteriore, e tutte le armi sono buone per controllare i corpi e i desideri di chi anche semplicemente con il proprio normalissimo comportamento rovina questo quadretto.

Perfino legittimare violenze sessuali, per gettare discredito su un'area attraversata in maniera felice da centinaia e centinaia di persone ogni giorno, una delle poche a non essere ancora stata desertificata da ordinanze e provvedimenti amministrativi, anche grazie alla voglia di viverla di tantissimi giovani e giovanissimi della città. Lo stesso Resto del Carlino, vergognoso quotidiano bolognese, parla di "frasi choc" da parte di Guidotti, quando ogni giorno pagine e pagine sonno impegnate nell'attacco con ogni mezzo necessario alla socialità studentesca di via Petroni, via delle Moline e piazza Verdi.

Sorvolando sulla "tiritera dell'accogliamoli tutti" e del razzismo del discorso del parroco (del resto, la sua pagina Facebook è piena di elogi ai Crociati, oltre che a Mussolini, Hitler e Franco), ci sembra inutile dire che alla questione del presunto degrado si dovrebbe rispondere con politiche differenti, che vadano dalla legalizzazione delle sostanze stupefacenti e l'utilizzo del ricavato per fini sociali, alla promozione di attività culturali che non siano semplicemente baretti con prezzi da gioielleria.

Ma soprattutto, lasciando libera da interventi polizieschi e repressivi le volontà di vivere la piazza di tanti studenti e studentesse che abitano la città. Non si può pensare di sostituire una popolazione con un'altra ripulendo cosmeticamente parti della zona universitaria, non si può pensare di risolvere con qualche operazioncina di gentrification una questione che ha una serie di complessità molto più grandi.

E' molto più facile scaricare la colpa su chi vive la piazza, come ha fatto l'infame parroco che oltre ad essere uno schifoso sessista è anche un uomo perfettamente in linea con l'approccio culturale delle istituzioni alla zona universitaria. La socialità studentesca che non consista in aperitivi chic da 15 euro a testa è immediatamente inserita nella categoria "sballo". E allora, come già disse il renzianissimo Nardella sugli stupri di Firenze, la colpa di una violenza subita ricade sui soggetti che si sballano, ergo sulla socialità studentesca. Se state a casa, non vi stuprano. Semplice no?

giovedì 9 novembre 2017

CRIMINALITA' E POLITICA DA SEMPRE ABBRACCIATE IN SICILIA


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Riprendendo e rimanendo nel tema della politica che abbraccia la criminalità e viceversa,ecco un personaggio che già era rientrato nella schiera degli impresentabili durante la campagna elettorale in Sicilia,e che come accaduto ad Ostia(madn di-cappa-e-spada )nemmeno il tempo di festeggiare e già nell'occhio del ciclone,a merito,per essersi fatto arrestare per abuso d'ufficio e concussione.
In pratica il neoeletto deputato Cateno De Luca assieme al presidente dei piccoli imprenditori è ai domiciliari per via di un'associazione a delinquere finalizzata ad un'evasione fiscale di oltre un milione di Euro:denunciate altre otto persone.
Eccolo nella foto come si presenta,Bibbia e Pinocchio in mano,coppola in testa avvolto dalla bandiera siciliana e la cronaca presa da Contropiano(arrestato-neodeputato-siciliano )definisce i dettagli della vicenda che la Sicilia si trascina dietro da sempre.
Oltre a lui altri impresentabili sono stati eletti(per i dettagli:left la-sicilia-e-tutta-un-tramonto ),tra amici e prestanome di Matteo Messina Denaro ai figli di politici in una sorta di nepotismo elettorale:alla fine l'ha spuntata il centro destra di Musumeci davanti ai grillini con il Pd nettamente bastonato,che a furia di seguire Alfano si ritrova solamente lui e un pugno di mosche,con Fava della sinistra che è riuscito ad essere eletto.
Che la Sicilia sia una terra bella e problematica è risaputo,ma vedendo questi voti,specificando che l'astensionismo è alle stelle,i siciliani possono ritenersi responsabili diretti dei propri mali e delle sconfitte che hanno subito e che andranno a venire nei prossimi anni,con già riesumati il ponte sullo stretto e le solite promesse fatte dai politici collusi con la mafia.

Manco il tempo di festeggiare… Arrestato neodeputato siciliano.

di  Redazione Contropiano
Il povero Musumeci aveva appena raggiunto la maggioranza assoluta nella nuova Assemblea Regionale Siciliana, giurando che “gli impresentabili” non avevano votato per lui. Neanche il tempo di lavare i bicchieri dopo i brindisi, ecco che la maggioranza comincia a perdere pezzi. La faccia, invece, non era mai apparsa particolarmente attraente…

I carabinieri e la Guardia di Finanza, in esecuzione di un provvedimento cautelare emesso dal gip del Tribunale di Messina a conclusione di indagini coordinate dalla Procura di Messina, hanno posto agli arresti domiciliari il neo deputato regionale Cateno De Luca e il presidente della Fenapi (federazione piccoli imprenditori) Carmelo Satta, in qualità di promotori di un’associazione per delinquere finalizzata alla realizzazione di una rilevante evasione fiscale di circa un milione 750 mila euro.

De Luca è stato eletto all’Ars con 5418 preferenze, nella lista messinese di Udc – Sicilia Vera. Il neo deputato era tra quelli considerati impresentabili dal M5s. Attraverso le indagini, dicono gli investigatori, è stato individuato un complesso reticolo societario facente capo alla Federazione nazionale autonoma piccoli imprenditori ed alla società Caf Fenapi s.r.l., riconducibile a De Luca e Satta utilizzato, nel corso del tempo, per un sofisticato sistema di fatturazioni fittizie finalizzate all’evasione delle imposte dirette ed indirette. ”Lo schema evasivo – dicono gli inquirenti – emerso prevedeva l’imputazione di costi inesistenti, da parte della Federazione Nazionale a vantaggio del Caf Fenapi s.r.l., individuato quale principale centro degli interessi economici del sodalizio criminale.

La frode si è sviluppata basandosi sul trasferimento di materia imponibile dal Caf alla Federazione nazionale, in virtù del regime fiscale di favore applicato a quest’ultima, che ha determinato un notevole risparmio di imposta”. Nell’ambito dell’indagine sono state denunciate otto persone ed è stata disposta l’esecuzione del sequestro preventivo per equivalente fino all’ammontare dell’indebito risparmio di imposta, sia nei confronti degli arrestati che nei confronti della società Caf Fenapi, nei cui confronti è stata applicata la normativa in materia di responsabilità amministrativa degli enti.

Fonte: Ansa