lunedì 6 luglio 2009

LA TENACIA DELLA FAMIGLIA ALDROVANDI

La condanna in primo grado ai poliziotti assassini responsabili per la morte di Federico Aldrovandi secondo me è un'iniezia rispetto alla brutale furia omicida dei bastardi in divisa,ma la notizia è stata accolta dalla famiglia come un sollievo e se sta bene a loro sta bene anche a me.
La chiara responsabilità dei quattro imputati è palese anche se i legali degli assassini hanno promesso battaglia in corte d'appello contro questa condanna:se solo facessero ogni giorno dei tre anni e sei mesi richiesti dal giudice Caruso sarei contento anch'io come i genitori(che col figlio conobbi un paio di anni fa a Brescia durante la festa di Radio Onda d'Urto)ma a patto che siano reclusi assieme ad altri detenuti e non in isolamento.
La ferma condanna della maggior parte dell'opinione pubblica nazionale ed estera,la solidarietà dimostrata dalla gente ai cari del compianto Federico,la tenacia dei genitori in questi quattro anni affinchè giustizia fosse fatta credo che abbia cambiato in meglio il modo di pensare e di agire del movimento antagonista italiano,resosi conscio ancor più che il nemico non scherza ed è pronto ad ammazzarti se nel suo pensiero malato si insinui la domanda che tu possa essere drogato,ubriaco o appartenente ai centri sociali...insomma non un fascista del cazzo come loro.
E voglio ripetere i nomi di questi assassini che un giorno,spero il più tardi possibile,saranno liberi di delinquere ed uccidere ancora e soprattutto mi auguro che non indossino più la divisa(ma sarà il contrario,ovvero promozioni in vista),FORLANI PAOLO,SEGATTO MONICA, PONTANI ENZO,POLLASTRI LUCA,ad imperitura memoria della loro infamia.
Ho voluto proporre,oltre all'articolo appena sotto di"Estense.com"sito d'informazione on-line ferrarese che descrive le vicende processuali di oggi,due lettere:una del padre di Federico,Lino,che ha scritto una lettera aperta al figlio,mentre l'altra è dell'ispettore della Digos Nicola Solito che ha condannato l'operato di quella maledetta mattina da parte dei suoi colleghi(e che per questo è stato oggetto di minacce e di mobbing).
La prima lettera è tratta dal blog informativo dedicato da anni a Federico,
FedericoAldrovandi.blog.kataweb,mentre la seconda è sempre di"Estense.com"

Tre anni e sei mesi per l’omicidio colposo di Federico. Boato in aula,

Aldrovandi, condannati i poliziotti.

Tre anni e sei mesi. Dopo cinque ore di camera di consiglio il giudice Caruso ha emesso la condanna: i quattro poliziotti imputati dell’omicidio colposo di Federico Aldrovandi avvenuto il 25 settembre 2005 sono stati giudicati colpevoli. Alla lettura del dispositivo della sentenza il pubblico presente è esploso in un boato, costringendo il servizio d’ordine a evacuare l’aula B.
Mentre i genitori di Federico, Lino e Patrizia Moretti piangevano per l’emozione e venivano abbracciati dai propri legali, il giudice ha continuato con elencando le provvisionali: 100mila euro di risarcimento per entrambi i genitori, 50mila per il fratello Stefano e altrettanti per il nonno Germano Aldrovandi, anch’essi costituitisi parti civili. Oltre a questo, gli agenti dovranno pagare le spese legali all’accusa privata: 70mila euro a entrambi i genitori, 50mila al nonno e 20mila per il fratello.
Gli avvocati degli agenti hanno già anticipato che ricorreranno in appello e rimangono in attesa di leggere le motivazioni della sentenza, il cui deposito è atteso entro 90 giorni.
Caro Federico,
è arrivata un poco di giustizia, di rispetto e di dignità, parole grosse e insufficienti, se dette e scritte in assenza di un tuo ritorno.
Il sistema processuale italiano, a garanzia della libertà dei cittadini, prevede che ogni sentenza sia sottoposta ad appello e poi a ricorso per cassazione, ma sono convinto che le basi per quel minimo di giustizia e di rispetto che ti dobbiamo, sono state finalmente poste.
Quanta fatica, quanto sangue nel cuore, quante notti insonni, quanti sguardi al cielo.
Chi ora ha giudicato, ha condannato con certezza: 3 anni e 6 mesi a ciascuno degli imputati.
Le responsabilita’ sono chiare, inequivocabili ed oggettive.

FORLANI PAOLO (1961), SEGATTO MONICA (1964), PONTANI ENZO (1965) POLLASTRI LUCA (1970)

Se non li avessi incontrati , caro Federico oggi avresti 22 anni.
Ora sono colpevoli,dopo un lungo calvario (non il loro come hanno osato lamentare)
Quei valori in cui credo, di amore per la vita, di rispetto della legalità, di lealtà, di onestà, sono in parte la proiezione di questa sentenza per quanto accaduto è quella maledetta mattina disumana, vigliacca ed infame, di quell’assurdo 25 settembre 2005.
47 mesi fa (1402 giorni).
Un atto che non ti materializzerà fisicamente purtroppo, per ridarti sogni e speranze, ma che dovrà servire comunque a tenere sempre una luce calda accesa sui cuori delle persone, affinché tutte le componenti di questa nostra società veglino seriamente e con responsabilità, sulle azioni di chi veste una divisa indegnamente, fino al più alto in grado.

Io in quei 4 individui, colpevoli di averti ucciso, non ho mai visto la Polizia.
Mio padre Carabiniere mi ha insegnato nella sua lunga vita, ad amare le divise, ad amare quello che rappresentano per i cittadini, ad avere fiducia. Ma dentro quelle divise ci può essere di tutto.
La vera Polizia, quella con dei valori, vicino ai propri cittadini, alle proprie famiglie è ben altra cosa.

La legge deve essere uguale per tutti.
Cosa chiedo ora ?
Ritengo che quei 4 individui non abbiano arrecato del male solo a te Federico ma all’immagine dello Stato e di chi ogni giorno, con ogni divisa, in silenzio, mette a repentaglio la propria vita per la sicurezza di tutti noi.
Dallo Stato ora mi aspetto, anche se un po’ in ritardo (1402 giorni), provvedimenti severissimi che fino ad ora non sono mai stati presi nei confronti delle tante persone coinvolte in questa orribile e disgustosa storia.
La nostra è stata, in questo faticoso cammino, solo una richiesta di Verità e Giustizia per un figlio, ma anche per un’intera generazione
Concludo con la parte finale di un racconto scritto e dedicato a te Federico da una delle tante persone eccezionali che a noi si sono avvicinate e che dimostra, rappresentando tra l’altro una divisa, che dentro quella divisa c’è anche un’anima ed un cuore grande.
In questo racconto Federico finirebbe così:
“Ora il mio cuore, che si era fermato inesorabilmente nella polvere e nell’oscurità di quella notte, ha ripreso a battere nel petto ci chi, adulto, ragazzo, operaio, magistrato, poliziotto, casalinga, pensionato, studente, insomma chiunque, anche solo per un istante, si è commosso per me”.
Lino.
L’ispettore Solito: ''Sono solo e certa gente è capace di tutto''.

Lettera di un poliziotto ad Aldro.

“Gente che è arrivata a fare quello che ha fatto è capace di tutto”. Sono le parole di un poliziotto. Un poliziotto che parla di altri poliziotti, suoi colleghi con i quali da quasi quattro anni non riesce ormai a convivere più. Sono le parole che Nicola Solito, ispettore della Digos in forza alla questura di Ferrara, ha scritto in una lettera indirizzata a Federico Aldrovandi.
Una busta con tre fogli consegnati questa mattina – prima dell’inizio dell’udienza definitiva - a Stefano, il fratello di Federico Aldrovandi, prima di sapere come finirà il processo che vedeva imputati quattro agenti di polizia. Si ricorderà che fu proprio Solito – chiamato dai colleghi per sapere se conosceva il ragazzo deceduto (all’inizio si pensò potesse appartenere ai centri sociali) - a riconoscere il cadavere di Federico in via Ippodromo. E toccò a lui l’ingrato compito di avvisare la famiglia, diverse ore dopo, di quanto era accaduto.
Da allora “non c’è notte e giorno che non ti penso – scrive l’ispettore -; ho sempre davanti agli occhi quella tremenda immagine del tuo corpo senza vita. Nonostante il lavoro che faccio, non ci si fa mai l’abitudine a certe scene e con te è stato devastante perché ti conoscevo”. Solito ricorda anche la scena straziante che fu costretto a vivere, proprio lui, amico da anni della famiglia: “Ho davanti agli occhi lo strazio di tuo padre che, inginocchiatosi davanti mi stringeva forte le gambe urlando: “Dimmi che non è vero Nicola… dimmi che è uno dei tuoi scherzi…”. Sarebbe stato uno scherzo troppo crudele. Tante volte quella mattina ho pregato Dio di essere ancora nel mio letto, che quello che stavo vivendo era un brutto sogno. Purtroppo era vero. Con i tuoi genitori abbiamo deciso di non vederci e frequentarci più per motivi di opportunità, perché non volevamo che qualcuno, nel vederci insieme, potesse pensare o credere chissà che cosa. È stata una decisione sofferta ma opportuna. Gli amici si vedono nel momento del bisogno e io non ho potuto stargli accanto”.
La lettera continua con un rimprovero implicito a chi intervenne quella notte. “Il tuo, era e doveva essere il più semplice degli interventi – si legge - che una forza di polizia può affrontare e risolvere. Quella mattina potevi essere chiunque, il figlio di chiunque, la persona più onesta o disonesta di questo mondo. Quando ci si trova di fronte a una persona nelle condizioni in cui ti hanno descritto, la prima cosa da fare è chiamare un’autoambulanza con medico al seguito. Nel frattempo si prova a dialogare con chi ti sta di fronte per cercare di calmarlo, di tranquillizzarlo. Se poi è violento o diventa violento ci si allontana, ci si chiude in macchina chiedendo rinforzi. Una volta arrivato il medico, con questi si concorda su come intervenire. Di solito si immobilizza il soggetto e il medico pratica un’iniezione con del calmante. C’era solo questo da fare e nient’altro”.
Quello che è invece accaduto “quella mattina e da quella mattina in poi è un incubo – continua Solito -. In tutto quel tempo ho dovuto fare i conti con me stesso e con tutto quello che mi circonda, da una parte l’uomo e dall’altra il poliziotto, perché io ero “l’amico” e per questo ho subito gratuitamente delle minacce, battute e commenti fuori luogo. Quante volte ho dovuto stringere i denti, fare finta di niente, fare finta di non aver sentito”.
Solito fu chiamato anche in causa come testimone, nell’ipotesi – rivelatasi poi infondata – che potesse aiutare la ricostruzione dibattimentale. “Sono fatti, eventi che ti segnano – continua la lettera -, ti sconvolgono radicalmente la vita, ti sfiancano, specialmente dopo la mia deposizione, quando qualcuno ti manda a dire: “purtroppo l’onestà non paga mai!”, come se nella vita a un certo punto devi essere obbligato o forzato a fare delle scelte o a schierarti, perché non hanno ancora capito che non si tratta di andare contro il “sistema”, di fare il paladino della situazione”.
Una situazione che ha “fiaccato” umore e sentimenti dell’ispettore, che confessa come “si tratta di essere uomini dalla testa ai piedi, perché io la mattina voglio guardarmi allo specchio e, la sera, quando vado a letto, devo e voglio dormire con la coscienza a posto. Son arrivato al punto di non avere più fiducia in nessuno, a non sapere più di chi fidarmi. Ho scelto di continuare a essere onesto e sincero come lo sono sempre stato, a dire spietatamente sempre quello che penso e assumendomi sempre tutte le mie responsabilità”.
Assunzione di responsabilità non senza conseguenze, se è vero che “questo mi ha portato ad allontanare inconsciamente e volutamente le persone a cui voglio bene, le persone che amo, per paura che, quanto mi è accaduto e mi sta accadendo, che le mie scelte, possano di riflesso e in qualche modo arrecargli del danno, del male, che possano subire delle rivalse, delle ripicche. Gente che è arrivata a fare quello che ha fatto è capace di tutto”.
Solito si è portato tutto questo dentro e ha deciso solo la mattina dell’ultima udienza di confessare in un foglio tutto questo: “questa mattina, per la “sentenza”, come quella maledetta mattina del 25 settembre, sono e mi sento solo e da solo ho deciso di essere al fianco di tuo padre Lino, di tua madre Patrizia, di tuo fratello Stefano. La sentenza, non mi interessa, qualunque essa sia. Da oggi in poi, mi interessa solo tornare a stare al fianco dei tuoi genitori e di Stefano, Perché l’amicizia, come l’amore e come altri e veri nobili sentimenti che non accettano condizioni, non possono e non verranno mai scalfiti da qualsiasi strategia, disgrazia, da qualsiasi evento”.
“I tuoi genitori – conclude Solito - sono affamati di verità e giustizia e spero tanto che trovino delle risposte ai loro perché, che trovino un po’ di pace, di tranquillità, perché perdere un figlio è inumano, è contro-natura e come poliziotto ti chiedo perdono per tutto quello che ti hanno fatto. Niente e nessuno potrà riportarti in vita, mi auguro che quanto successo ci serva a migliorare ancora di più, a cambiare il mondo di tutti i giorni, specialmente le coscienze degli uomini che, qualunque cosa essi facciano o dicano, si comportino con umanità, umiltà, coscienza, dignità, lealtà, onestà, rispetto, onore, perché nessuno possa mai più pensare o possa permettersi di dire: “l’onestà non paga mai!”. Sinceramente non so come saranno per me i prossimi giorni, mi auguro e spero di trovare anch’io un po’ di pace, di serenità, di tranquillità, di ritrovare il mio “senso della vita”.

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