venerdì 28 aprile 2017

LE PRIME CONDANNE PER MAFIA CAPITALE

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A distanza di quasi due anni dall'inizio delle indagini su Roma mafia capitale ecco l prime condanne molto pesanti inflitte ai protagonisti di questo sistema di spartizione di soldi tra politici,criminali,neo fascisti e faccendieri che ha fatto tanto parlare(madn roma-caput-mafia ).
I due principali accusati,Carminati l'ex Nar e Buzzi l'uomo delle cooperative,si sono visti affibbiare pene che solitamente non le danno nemmeno agli assassini,quasi trent'anni per entrambi che hanno fatto tremare il mondo politico di serie a,ministri e dirigenti di partito.
L'articolo preso da Contropiano(mafia-capitale-scaricano-mondo-mezzo )parla delle condanne e delle collusioni mafia politica che però non hanno toccato questi ultimi,e probabilmente le inchieste non si fermeranno ed i condannati avranno ancora tanto da dire per migliorare la propria posizione.

Mafia Capitale. Quelli “di sopra” scaricano il “mondo di mezzo”.

Le pesantissime richieste di condanna per il processo su Mafia Capitale non ci convincono né ci rassicurano. Vogliamo dirlo subito evitando giri di parole, preamboli e arzigogoli. Lo affermiamo perché delle connessioni tra criminalità, politica e neofascisti ci siamo occupati a fondo e con largo anticipo sia rispetto all’inchiesta della magistratura che ad iniziative editoriali come “Suburra”. Mentre nel Pd romano c’era chi avviava alleanze trasversali con la destra, il nostro giornale segnalava le numerose connessioni tra il milieu neofascista e la criminalità nella Capitale.
Le condanne tombali richieste dalla requisitoria dei pm nel processo contro il network di Buzzi, Carminati etc. appaiono per un verso sproporzionate ai reati contestati, per un altro un tentativo di legittimazione sul piano penale di una ipotesi – quella dell’associazione mafiosa – che ha solo scalfito, e molto parzialmente, il sistema politico/criminale che imbriglia la vita economica e sociale della città.
La tesi sostenuta dai pm è che su Roma agiva una organizzazione di stampo mafioso che ha diretto, inquinato, determinato appalti e finanziamenti nell’area grigia del “terzo settore”, quello prosperato con la sistematica de/responsabilizzazione dei soggetti pubblici (Comune, Regione, governo) dalla gestione dei servizi sociali e con lo smantellamento dei sistemi di welfare.
Si è trattato di una associazione mafiosa che, a detta dei magistrati, a Roma non ha avuto bisogno della coercizione e della violenza caratteristica delle organizzazioni mafiose nel Meridione, perché l’humus su cui agiva (consiglieri comunali, assessori, dirigenti e funzionari) era “bendisposto” ad accettare tutte le proposte che gli venivano fatte, dovendo discutere solo sul “quanto” sarebbe spettato di competenza nella spartizione dei finanziamenti di ogni soggetto del sistema corruttivo. Insomma agitare, e solo agitare, l’intervento dello “spezzapollici” è stato spesso superfluo o più che sufficiente per produrre un sistema integrato che, tramite cooperative sociali, ha gestito i servizi di competenza del Comune di Roma su accoglienza migranti, campi rom, pulizia urbana, “esternalizzati” in nome del risparmio e dei tagli di bilancio.
E’ fin troppo evidente che quanto rivelato dall’inchiesta su Mafia Capitale non sia una “falla” del sistema ma la struttura “normale” del sistema stesso, quello che dagli anni Novanta in poi, tramite il boom del terzo settore, ha via via sostituito il welfare di competenza e responsabilità delle istituzioni pubbliche. Questo boom è stato la conseguenza pratica di una ideologia – la sussidiarietà alla rovescia – incubata dall’intreccio tra il mondo cattolico (democristiano) e quello delle cooperative “di sinistra” (ex Pci, poi Pd).
Dentro questa zona grigia, hanno prevalso o i grandi gruppi del mondo cooperativo (Lega Coop e Confcooperative) o le holding di cooperative sociali più spregiudicate che hanno via via “cannibalizzato” quelle più piccole. Il mondo di Buzzi è questo e non altro. Le sue connessioni politiche sono dentro questo magma a cavallo tra politici ex democristiani e ex pci dell’ultima generazione (i "peggiori").
Diverse sono invece le connessioni politiche e affaristiche di Carminati. Un killer neofascista che ben rientra nella filiera degli “uomini neri” disponibili a fare il lavoro sporco ovunque gli venisse richiesto: dalle rapine agli omicidi, dal cecchinaggio nella guerra civile in Libano alle compartecipazione negli affari del “tesoretto nero” dei neofascisti italiani a Londra.
Quella di Carminati non è la zona grigia del terzo settore, ma la zona nera di connessione tra neofascisti e malavita emersa sistematicamente in decine di inchieste e fatti di cronaca nera che abbiamo ampiamente documentato anche sul nostro giornale.
Questa convergenza tra zona grigia e zona nera, tra il mondo di Buzzi e quello di Carminati può essere considerata una associazione mafiosa? Rispondere positivamente significa due cose diverse: accettare l’impianto accusatorio dei pm e quindi condanne tombali oppure accettare l’idea che questa sia solo una distorsione del sistema, dunque una sorta di capro espiatorio, una catarsi per liberare dalle mestastasi un organismo che si vorrebbe sano, addirittura virtuoso.
Ma chi vive, indaga e conosce la vita economica e sociale di Roma sa benissimo che il “malaffare” strutturale non alligna nei bassifondi del “mondo di sotto” ma nei salotti del “mondo di sopra”, che non si incontra nei locali delle cooperative sociali ma nei ristoranti di lusso o nei circoli sportivi esclusivi.
Non è un caso che siano saltati i più modesti patti “della coda alla vaccinara” (sui rifiuti) o della “carbonara” (sulle cooperative sociali) realizzati da esponenti politici di centro-destra e centro-sinistra piuttosto che gli accordi multimilionari sulla cementificazione a Tor di Valle, sui Piani di Zona, sui Punti Verde Qualità, sulla Metro C. Nonostante su alcuni di questi ci siano inchieste della magistratura, non si è ancora approdato a nulla.
Al contrario l’enfasi su Mafia Capitale, che ha messo le mani sulle briciole, è servita più ai titoli di prima pagina che alle soluzioni sui mali di Roma.
Ma dobbiamo anche dirci che queste soluzioni non spettano, non possono e non devono spettare, alla magistratura né ai tecnici del Comune o del Ministero delle Finanze. Le soluzioni spettano alla politica, ad una visione generale dei problemi e delle soluzioni. Una visione di cui non si vede ancora traccia anche nell'attuale giunta comunale che pure ha vinto proprio annunciano una discontinuità con quelle precedenti.
Ma anche a Roma, l’accettazione quasi religiosa dei vincoli di bilancio e la primazia degli interessi privati su ogni competenza pubblica, vede questa visione "politica" abdicare da troppo tempo, affidandosi in basso agli scherani di mafia capitale e in alto alle banche, alle cordate di imprenditori, alle multinazionali. Tutti imputati che non abbiamo visto sul banco nel processo per Mafia Capitale.

giovedì 27 aprile 2017

GRAMSCI,COMUNISTA E PRECURSORE DEI PARTIGIANI

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Solamente due giorni dopo la sua liberazione dopo anni di carcere nelle prigioni fasciste dovute al suo pensiero,Antonio Gramsci morì a Roma all'età di 46 anni dopo aver dato tutta la sua vita alla difesa ed alla propaganda delle sue idee.Fra i padri fondatori del Partito Comunista Italiano,da deputato venne arrestato nonostante l'immunità parlamentare e condannato per cospirazione,apologia di reato,istigazione alla guerra civile e incitamento all'odio di classe,sentenza abusata in quel periodo sotto la dittatura mussoliniana.Durante la permanenza in carcere fu l'artefice di numerosi scritti,quaderni e opere politiche e filosofiche che negli anni successivi alla morte avvenuta ottant'anni fa furono pubblicati e tradotti in decine di lingue.L'articolo è preso da Left(gramsci-ottanta-anni-dopo ).
Gramsci,un patrimonio che la sinistra non riesce a far suo.
di Donatella Coccoli.Era il 25 aprile 1937 e il giudice del tribunale di sorveglianza di Roma aveva comunicato a Antonio Gramsci, ricoverato nella clinica Quisisana, che era finalmente un uomo libero. Ma la sera stessa, dopo aver cenato, Gramsci venne colto da una emorragia cerebrale e all’alba del 27 aprile cessò di respirare. Aveva 46 anni e nonostante il carcere e la malattia, aveva realizzato una riflessione politica straordinaria.
Ottant’anni dopo, l’anniversario gramsciano dovrebbe essere l’occasione per riflettere sul pensiero, sulla filosofia della praxis, sul concetto di egemonia culturale dell’autore dei Quaderni. La sinistra dovrebbe attingere a piene mani a un patrimonio inestimabile, come ha accennato anche lo storico Angelo d’Orsi sulle pagine di Left adesso in edicola. D’Orsi, autore per Feltrinelli di una nuova biografia – cinquant’anni dopo quella di Giuseppe Fiori – afferma che è drammaticamente necessaria oggi una figura come quella di Gramsci che per tutta la sua vita ha avuto come stella polare «l’esigenza della liberazione dei ceti subalterni».

Ma oggi non esistono intellettuali come lui, capaci di analisi profonde e originali che nemmeno lo stesso partito comunista di allora riuscì a cogliere. E al tempo stesso, Gramsci, si presenta come un personaggio ingombrante, con cui è difficile identificarsi. Non è un “brand” qualsiasi. Ci ha provato Matteo Renzi con il suo consigliere Tommaso Nannicini a tirare in ballo il concetto di egemonia culturale al Lingotto di Torino. Ma la cosa è davvero poco credibile.
Un presidente del Consiglio che ha voluto una riforma come la Buona scuola cosa ha in comune con chi teorizzava il fatto che tutti gli uomini sono intellettuali e che la scuola è un cardine della lotta per lo sviluppo umano? Cosa c’entra davvero il Pd di oggi con il partito Principe di cui parlava Gramsci? I fatti, cioè le riforme renziane “centraliste”, vanno in direzione contraria rispetto ai concetti espressi nei Quaderni in cui le masse erano comunque sempre protagoniste nella lotta di emancipazione. E non si venga a dire che oggi non c’è bisogno di emancipazione, con i 4 milioni e mezzo di italiani in povertà assoluta, il quasi 40 per cento di disoccupazione giovanile e il record di abbandoni scolastici rispetto all’Europa.
Anche a sinistra del Pd, tuttavia, non si può dire che ci sia una corsa frenetica per prendere o comunque studiare l’opera di Gramsci.
Vedremo cosa uscirà oggi dal convegno Gramsci ottanta anni dopo a Roma (ore 9, Sala Gonzaga, Via della Consolazione 4), promosso da Sinistra italiana e organizzato dal professor Michele Prospero. Tra i partecipanti, Stefano Fassina, Luciana Castellina, Nicola Fratoianni, Claudio De Fiores, Piero Bevilacqua. (per la diretta qui)
Oggi Gramsci verrà commemorato anche alla Camera dei deputati dove, ricordiamo, venne eletto il 6 aprile 1924. Una carica che mantenne fino all’8 novembre 1926 quando venne arrestato. Per lui si sarebbe spalancato il portone di varie carceri italiane dove però con una forza incredibile, pur in condizioni di salute sempre più precarie fino a farsi gravi dal 1935, riuscì a scrivere la grande opera che Mario Lavia su L’unità definisce «una mole inevitabilmente di teoria “disorganica”». In realtà rappresenta una ricerca politica e culturale che non ha precedenti in Italia né prima e né dopo Gramsci. «Non c’è un argomento dello scibile umano di cui lui non si sia occupato», conferma Angelo d’Orsi.
Linguaggio, arte e letteratura, scuola, giornalismo, organizzazione politica, sono solo alcuni temi che si ritrovano nei Quaderni. I libriccini che cominciò a scrivere nel 1929 nel carcere di Turi saranno in mostra nella Sala della Lupa alla Camera fino al 7 giugno a cura della Fondazione Gramsci. Per la prima volta vengono esposti gli originali dei 33 quaderni e di cento volumi, tra libri e riviste, in possesso di Gramsci durante la detenzione. I manoscritti sono esposti accanto alla loro versione digitale e possono essere sfogliati integralmente.
Sempre oggi dalle 18 nella sede della Enciclopedia italiana il doppio evento Passato e presente, con One day exhibition, una installazione di Elisabetta Benassi e l’esecuzione dell’opera di Luigi Nono La fabbrica illuminata.
Quasi a sottolineare il legame con la cultura e l’arte che Gramsci aveva sempre avuto anche come giornalista e di cui si parla ampiamente anche nel numero in edicola di Left. Un’altra prova della grandezza della sua figura, in cui la politica va di pari passo con la cultura. Qualsiasi paragone con l’oggi è assolutamente improponibile.

PONTIDA PIENA DI COLORI

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Pontida negli scorsi giorni si è vista invasa pacificamente da migliaia di persone provenienti da tutta Italia ma a differenza della solita carnevalata organizzata dalla Lega questa volta il colore verde non è stato quello predominante(vedi madn il-circo-domenica-si-ferma-pontida )ma piuttosto sono stati tutti i colori i protagonisti oltre che gli slogan e gli interventi antirazzisti nel luogo storico del partito che ha fatto dell'odio e del razzismo(dell'ignoranza soprattutto)il suo punto di forza.
E'stata scelta proprio Pontida come risposta alla visita napoletana di Salvini(madn grazie-napoli )per dare uno scossone all'Italia intera per denunciare le politiche becere ed infami di coloro che hanno scelto questa cittadina del bergamasco sulle ali dell'antica Lega Lombarda come sede dei loro raduni-parate.
L'articolo preso da Infoaut(lorgoglio-antirazzista )parla della giornata di festa vissuta da gente del nord e del sud,antirazzisti e migranti nonostante la presenza massiccia della polizia e la vista di un paese fantasma dove un'ordinanza del sindaco aveva fatto chiudere tutte le attività commerciali e anche Ferrovie dello Stato aveva osteggiato l'iniziativa.

L'orgoglio antirazzista invade la roccaforte leghista di Pontida.

Migliaia di persone da tutta Italia, da nord a sud, hanno invaso la cittadina di Pontida (BG), sede, dal 1990 dell'annuale ritrovo del partito leghista. Meridionali, antirazzisti e migranti, i destinatari della propaganda di odio del partito di Salvini, si sono ritrovati a Pontida riprendendosi la scena con una festa. “Ci hanno raccontato che Pontida è la capitale del razzismo, ma noi sappiamo che le roccaforti del razzismo non esistono e siamo qui per dimostrarlo”. Più di trenta artisti hanno partecipato al grande concerto che ha animato la giornata accompagnato da numerose iniziative tra cui un torneo di calcio organizzato dalle polisportive popolari.
Dal palco tanti gli interventi che hanno sottolineato il carattere della giornata: una festa per ribadire che il razzismo non può avere cittadinanza in alcun luogo, soprattutto a un mese di distanza dalla cacciata di Salvini da Napoli. Dal palco hanno preso parola studenti, migranti, centri sociali, movimenti territoriali come il No dal Molin e il movimento No Tav che ha ricordato come da sempre la Lega, in Val Susa, ha rappresentato un elemento ostile e divisivo nei confronti della resistenza popolare al TAV. La marcia del 6 maggio lo

Massiccia la presenza di polizia e sorvegliare la festa con blindati e forze in antisommossa, impegnate a mantenere alta la pressione contro l'iniziativa boicottata dall'amministrazione comunale di Pontida, dalle autorità locali e dalle forze politiche del territorio. Il pratone, sede del ritrovo, era stato negato fino a due giorni fa Ferrovie dello Stato mentre il sindaco ha fatto chiudere gli esercizi commerciali del paese e i luoghi di interesse pubblico nel tentativo di alimentare un clima di tensione attorno al concerto.  

mercoledì 26 aprile 2017

HA VINTO LA DIGNITA' DEI LAVORATORI ALITALIA


Risultati immagini per meglio falliti che in mano ai banditi
Il governo,i padroni ed i sindacati confederali hanno ricevuto l'ennesima bastonata nei denti con il referendum capestro proposto proprio da loro e che ha visto la schiacciante vittoria dei No nella consultazione dei lavoratori Alitalia.
Che preferiscono,intanto la situazione sarebbe stata critica comunque,scommettere d'azzardo sul loro futuro lavorativo piuttosto che sottomettersi all'accordo-ricatto-minaccia previsto dalla trojka sopra citata(vedi madn il-referendum-alitalia )e vedere comunque i loro diritti molto peggiorati.
L'articolo sottostante preso da Infoaut(il-no-dei-lavoratori-e-alitalia )parla del risultato che ha visto la vittoria dei sindacati di base e le possibili situazioni dopo i comunicati pre e post referendari dei ministri che hanno proposto il documento,Poletti,Calenda e Delrio,assieme alla dirigenza Alitalia e ai sindacati prostrati sia al governo che ai padroni.
Fortunatamente è prevalsa la dignità piuttosto che l'accontentarsi,e male,di tutto il personale sia di terra che di volo,che non si sono fatti prendere per il culo dalle minacce piuttosto che le proposte loro fatte,aggiungendo pure un altro contributo sul tema(contropiano la-nazionalizzazione-no-siete-un-governo-amministratori-condominio ).

Il NO dei lavoratori e Alitalia.

E’ arrivato poco dopo la mezzanotte il risultato definitivo del referendum tenutosi ieri per i dipendenti Alitalia. Il referendum chiamava al voto sul pre-accordo proposto dagli azionisti della “compagnia di bandiera” e controfirmato da tutti i sindacati confederali e di settore. Le percentuali sono state abbastanza nette, 67% per il no, 33% per il si. I lavoratori hanno detto no al ricatto dell’azienda.
Se ne parlava da giorni, le operazioni di voto sono iniziate giorno venti e si sono concluse ieri. I lavoratori erano chiamati a votare a favore o meno di un accordo che prevedeva 980 esuberi, riduzione dell’8% sui redditi di lavoro, diminuzione del personale di volo affiancato all’aumento del carico di lavoro con diminuzione delle pause. L’accordo è stato firmato senza colpo ferire da CGIL, CISL, UIL, UGL e corrispettivi sindacati di settore e sottoposto ai dipendenti Alitalia. Anche questa volta i sindacati decidono di schierarsi dalla parte di chi rappresenta il male necessario.
Delle condizioni completamente a perdere, l’ennesimo ricatto rispetto allo possibilità di scegliere tra l’ulteriore riduzione di diritti garanzie e retribuzione e la chiusura dell’azienda e quindi il timore di perdere definitivamente il lavoro. Sindacati che partecipano attivamente al gioco della compagnia di bandiera privatizzata che ogni tre anni rischia il fallimento. modello di privatizzazione diffuso e consolidato ormai da anni dai governi, che lo propongono come unica strada possibile per far fronte alle difficoltà dovute alla crisi economica e al debito pubblico. Modello che evidentemente sta dando risultati disastrosi e questo caso parla chiaro.
Questa volta, però, le aspettative di governo, azionisti e sindacati sono state disattese. Sapevano che il personale navigante avrebbe rifiutato senza remora l’accordo. Il contributo che, questa volta, ha dato una spinta in più è stato il no dei lavoratori di terra; questa volta di fronte al ricatto c’è stata una risposta forte è chiara. I lavoratoti attraverso la consultazione hanno espresso la volontà di essere pronti a far fallire l’azienda. E’ vero, il governo parla di procedimento per la liquidazione della società e qualcuno spera nel salvataggio all’ultimo minuto ma comunque si è deciso. Hanno scelto di dire no alla diminuzione di garanzie e di salario. Hanno scelto per quei 980 lavoratori che con la vittoria del Si sarebbero stati licenziati. Hanno scelto per la dignità.

Ancora una volta lo strumento del voto è stato identificato da chi subisce l’arroganza quotidiana del potere e delle leggi di mercato, come uno strumento utile per mettere in difficoltà l’establishment stesso. La tornata referendaria di dicembre, che ha mandato a casa l’allora presidente del consiglio Renzi, ne è un esempio ancora recente e vivo.
Cosa produrrà questa tornata referendaria non lo sappiamo ancora: quello che è certo però è che i dipendenti Alitalia non hanno ceduto al ricatto di chi chiedeva ulteriori sacrifici; non hanno avuto paura né remore nel bocciare un accordo che pure tutte le parti presentavano come “l’unico possibile”. E questa è una rottura che comunque porta con sé il sapore di una vittoria... della dignità prima di tutto!

lunedì 24 aprile 2017

GRAZIE PARTIGIANI

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Questo 25 aprile che dovrebbe essere la festa di tutti e per tutti,un momento di ricordo ma anche di commemorazione e di gioia dove dal bambino all'anziano possano passare una giornata di allegria,ha avuto delle spallate negli scorsi giorni cercando di renderla una come tante altre.
Colpa del Pd in prima linea(madn la-scelta-coerente-del-pd )con l'idea di scaricare questa basilare ed importantissima data così stanno tentando,riuscendoci,di eliminare qualsiasi lotta sociale emanando decreti per fare tacere i dissidenti in qualsiasi ambito.
L'articolo preso da Contropiano(25-aprile )parla della frammentazione che si vuole fare all'interno della giornata di domani dove la liberazione dalla tirannia nazifascista dovuta alla lotta e al sacrificio dei partigiani e all'intervento alleato non può e non deve essere lasciata da parte ma deve costituire la parte massima e principale di tale evento.

25 aprile.

Può apparire paradossale che per le manifestazioni del 25 aprile si parli, a sproposito, di tutto tranne che del senso di una giornata che segna la Liberazione dal nazifascismo. A cacciare via i nazifascisti dal nord del paese furono i partigiani che un anno prima non obbedirono agli ordini del generale britannico Alexander (che aveva chiesto di sospendere le azioni militari) e le truppe alleate che avevano risalito la penisola.
Da questo prese corpo nel 1946 una Repubblica nata dalla Resistenza. Due anni dopo venne varata una Costituzione repubblicana che ne assunse il valore fondativo. La stessa Costituzione che la banca d’affari JP Morgan voleva affossare perché “troppo socialista” affidando il lavoro sporco al Pd di Matteo Renzi. Entrambi sono stati sconfitti il 4 dicembre da un referendum voluto dal governo per portare a compimento quel progetto, ma respinto dalla volontà popolare.
In più occasioni si è cercato di depotenziare e stravolgere il senso del 25 aprile come giornata che celebra la Resistenza. Ci avevano provato i governi Berlusconi (riuscendo però a ridare significato attuale e partecipazione di massa alle manifestazioni) e ambienti del Pd che hanno cercato in tutti i modi di renderla una giornata priva di ogni senso.
Da alcuni anni sul 25 aprile si è manifestato un ulteriore tentativo di stravolgimento: quello dei gruppi sionisti legati apertamente al governo e al progetto coloniale israeliano. Con il pretesto di dare visibilità – e con l’obiettivo di dare centralità – alla Brigata Ebraica, i supporter del governo israeliano hanno cercato, anche con la violenza, di impedire la presenza di delegazioni della comunità palestinese ai cortei. Di fronte alla ampiamente documentata aggressività di settori della comunità ebraica romana (e solo a Roma occorre dire), i militanti e le organizzazioni della sinistra hanno scelto di tutelare il diritto dei palestinesi ad essere presenti nei cortei che celebrano la Resistenza e la Liberazione dal nazifascismo.
Il rovesciamento dei fatti portato avanti ovviamente dai circoli sionisti e da commentatori come Paolo Mieli, li costringe a far girare il disco incantato dei rapporti tra il Gran Muftì di Gerusalemme e i gerarchi nazisti per negare il diritto dei palestinesi a stare nei cortei, mentre si legittima e si dà centralità alla partecipazione delle bandiere dello stato israeliano che rappresentano oggi – e non settanta anni fa – l’oppressione di uno stato coloniale contro un popolo, quello palestinese appunto.
Palestinesi, curdi, vietnamiti, ebrei, africani e latinoamericani di vari paesi, sono stati da sempre compagni di strada dei militanti di sinistra nei cortei del 25 aprile negli anni passati. Ma questo meccanismo di mutuo riconoscimento nell’antifascismo è stato spezzato unilateralmente dal violento spostamento a destra di alcune comunità ebraiche. Nei siti e nelle pagine web ispirate al sionismo, da tempo il problema non sono più i fascisti, ma "la sinistra".
L’anticomunismo e l’islamofobia sono diventati prevalenti sull’antifascismo, si cerca di far diventare le persecuzioni antiebraiche del nazifascismo non più memoria comune di chi il fascismo lo ha combattuto, ma memoria esclusiva a disposizione di chi oggi intende negare ogni diritto di esistenza e resistenza al popolo palestinese attraverso l’oppressione militare sul campo e il politicidio negli altri paesi.
Su questo presupposti è inevitabile che il 25 aprile resti la festa di tutti gli antifascisti. Di ieri e di oggi. Nè può sorprendere che il Pd renziano soffra enormemente un 25 aprile che rivendica il carattere popolare, democratico e resistenziale di una Costituzione che proprio il Pd voleva affossare, in nome della primazia della governabilità e della competitività economica. Per questo il Pd oggi usa come una clava il “vittimismo aggressivo” di una parte della comunità ebraica sui cortei che celebrano il giorno della Liberazione. Una isteria che arriva a mettere sotto accusa l’Anpi, l’associazione dei partigiani celebrata e sostenuta, ma solo fino a quando  – nel referendum sulla Costituzione – si è messa di traverso schierandosi per il NO e contro il governo Renzi.
Si arriva all’idiozia di denunciare che nell’Anpi "non ci sono più i partigiani di una volta”, come se il tempo purtroppo non fosse implacabile anche con gli uomini e le donne che scelsero di combattere il nazifascismo. E che lo fecero – disobbedendo anche a quel generale che li invitava a fermarsi – proprio per far sì che la Repubblica che doveva nascere fosse la realtà di un popolo che si riscattava  e non solo un fantoccio nelle mani delle "potenze alleate".
I settanta anni di conflitto di classe che ci sono stati nel nostro paese, dal dopoguerra a oggi, sono indicativi anche di quella aspirazione originaria.

domenica 23 aprile 2017

LA FRANCIA AL VOTO PER IL PRIMO TURNO DELLE PRESIDENZIALI


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Saranno in quattro a contendersi il ballottaggio in programma tra due settimane per l'elezione del Presidente della repubblica francese,ed i sondaggi che ultimamente sbagliano e che quindi non li cito nemmeno parlano però del gruppo ristretto con non molti punti di differenza.
A differenza delle elezioni di setta anni fa(madn la-scalata-alleliseo )i socialisti sono al tracollo e non sono riusciti a proporre un candidato condiviso da tutta la gauche,mentre la destra conservatrice non se la passa molto meglio e le disfatte dei due poli vanno a vantaggio della Le Pen che senza gli ultimi attentati navigherebbe su percentuali molto più basse.
Che l'attacco ai campi elisi dell'altro giorno possa favorire l'estrema destra è un dato di fatto,ed il fatto che quest'ultimo attacco volto a colpire solamente la polizia(il terrorista assassinato avrebbe potuto tranquillamente compiere l'ennesima carneficina)sia stato quasi determinante per il Front National per l'arrivo al ballottaggio(vedremo)è un elemento da approfondire.
Articolo perso da Infoaut(la-francia-al-voto-lo-show-della-politica )e suggerisco anche questi di inizio anno(madn benoit-hamon-alle-presidenziali-per-i.socialisti e madn presidenziali-francesi-e-marine-le-pen ).

La Francia al voto: lo show della politica della paura in un paese ingovernabile.

La Francia che si avvia al primo turno delle elezioni presidenziali, previste per questa domenica, è un paese nervoso, frammentato a livello sociale e politico, dove differenti spinte centrifughe sembrano preludere ad una situazione ancora più esplosiva che accoglierà il nuovo o la nuova presidente.

L'ennesimo attentato degli Champs Elysees ha mostrato, come era facile intuire, l'inutilità della morsa repressiva che attanaglia il paese sin dai fatti di Charlie Hebdo, con un governo e un apparato istituzionale incapace e non disposto a risolvere realmente la sfida posta dal terrorismo jihadista. Lo stato d'emergenza reso permanente, una militarizzazione ingente soprattutto nella capitale Parigi, la paranoia sparsa a chili dai media, un discorso pubblico e dibattito politico tutto incentrato sulla sicurezza e sui valori nazionali di democrazia e uguaglianza di cui il paese sarebbe portabandiera...niente di tutto ciò ha portato ad alcun effetto, se non di inasprire le forme di controllo sociale generali.

Gli attentati proseguono, come è ovvio che sia: traggono forza dalla continuazione dell'attivismo francese in guerre neocolonialiste in Libia, Siria, o nella non a caso ribattezzata Francafrique; nonchè dal fatto che nulla sia cambiato rispetto alle condizioni di vita soprattutto nelle periferie, dove i discorsi jihadisti prendono più forza, e trionfano proprio quando, come in questi anni, riescono a diffondere paura, risentimento e xenofobia in ampie fasce del paese.

La Francia è l'esempio palese del fallimento dell'attuale approccio alla sfida terroristica, che tuttavia è l'unico possibile dal punto di vista della classe a noi avversa, quello che sulla percezione di insicurezza stringe sempre più il cappio intorno alle libertà. Nei fatti,  il dogma securitario è l'unica forma di governo al giorno d'oggi nel mondo occidentale che prima bombarda e massacra e poi ottiene in cambio la "guerra di ritorno", effetto collaterale di un sistema che non può però essere modificato. La Republique anche questa volta è all'avanguardia politica, come simboleggiato anche dal disgustoso cordone dei capi di Stato seguito agli attentati del gennaio 2015.

Al di là del fatto che possa o meno vincere, il più grande risultato di Marine Le Pen è stato proprio quello di spostare a destra il dibattito politico, imponendo la sua agenda razzista, xenofoba e poliziesca a tutti i candidati che non vedevano l'ora di poter chiamare al voto responsabile contro il FN portando intanto avanti politiche che in salsa diversa hanno gli stessi effetti. A poche ora dagli ultimi attentati, la Le Pen cerca l'ultimo affondo parlando apertamente di guerra in corso e di chiusura necessaria delle frontiere, dimenticando l'origine francese di tanti degli attentatori degli ultimi anni: nessuno è in grado di risponderle, perchè altrimenti la narrazione xenofoba e ultrasecuritaria,  minimo comune denominatore delle elites del paese, ne uscirebbe chiaramente danneggiata.

Il Partito Socialista, principale portavoce di questa narrazione tossica, rischia una batosta senza precedenti, sul modello di quanto accaduto al Pasok in Grecia. Paga 5 anni di presidenza Hollande i quali hanno ancora dimostrato il ruolo sistemico delle socialdemocrazie, quello di compiere le peggiori nefandezze in nome di una inconsistente legittimità etica e di un presunto maggiore progressismo sociale rispetto alle forze liberali. Le politiche di Hollande, soprattutto la Loi Travail, hanno disgustato l'elettorato più progressista nello stesso momento in cui anche le ricette law and order, giustificate in termini di sicurezza nazionale, mostravano tutta la loro inconsistenza.

Non a caso il candidato socialista Hamon, l'unico che sicuramente non accederà al ballottaggio, porta un programma progressita di impronta quasi sandersiana..sapeva già che non avrebbe avuto alcuna possibilità di vittoria! Nella devastante gestione Hollande vanno trovate anche le radici del boom di Melenchon, candidato della "sinistra radicale" che a meno di improvvisi sconvolgimenti non dovrebbe però raggiungere il ballottaggio.

Il candidato del centrodestra Fillon non ha approfittato in pieno di questa situazione, poichè rappresentante in pieno l'elite vecchio stampo, quella costantemente colpita da scandali di corruzione e impossibilitata a rappresentare esigenze di cambiamento giudicate ampiamente necessarie. La sua inadeguatezza, e gli scandali finanziari che lo hanno colpito, hanno permesso cosi di emergere alla figura di Macron, il favorito a quanto dicono i sondaggi, una sorta di mix tra  Renzi e Berlusconi in salsa transalpina.

Ex banchiere di forte abilità mediatica, di relativamente giovane età e dal piglio decisionista, pupillo dell'ex primo ministro socialista Valls, Macron è pompato soprattutto da quei poteri dell'establishment che hanno bisogno di volti nuovi affinchè nulla cambi.  Di fronte a uno dei possibili esiti del voto, ovvero l'eliminazione di entrambi i candidati ufficiali di centro-destra e centro-sinistra dal ballottaggio, l'establishment finanziario del paese ha già pronto un nuovo cavallo su cui puntare.

In questo quadro, l'unica variabile è rappresentata dai movimenti studenteschi e precari che hanno incendiato il dibattito sulla Loi Travail dando rappresentazione di una alterità e di una insofferenza capace di massificarsi e di raggiungere milioni di persone, a partire dall'attivazione delle scuole superiori diventate cassa di risonanza e di organizzazione di una generazione che nella narrazione dell'ingovernabilità ha visto la possibilità di passare all'attacco in un contesto sempre più stringente, ed è riuscita a contagiare ampie parti di società.
Il tasso di astensionismo, nonostante lo spauracchio Le Pen, è infatti a livelli record rispetto alle precedenti tornate elettorali, mostrando come anche il meccanismo del Front Republicaine -  che da sempre consiste nel votare, a prescindere dall'opinione politica, in senso avverso al candidato neofascista che rischia di volta in volta di salire all'Eliseo, come ad esempio successo nel 2002 - stia scricchiolando di fronte al deteriorarsi delle condizioni di vita materiali del paese.

A contrapporsi a Le Pen sono stati soltanto migliaia di uomini e donne che hanno duramente contestato le passerelle della leader razzista in giro per il paese, riuscendo a danneggiarne l'immagine sicuramente molto più degli altri candidati. I quali probabilmente avrebbero rischiato di replicare a Parigi l'effetto Clinton-Trump, permettendo alla leader del FN di rappresentarsi come il cambiamento e la novità dello scenario politico francese.

Ma tutti gli altri candidati hanno continuamente ricevuto contestazioni, a simboleggiare il disprezzo assoluto nei confronti di una intera classe politica identificata come nemica, costringendo il Ministero dell'Interno a schierare più di 50.000 uomini per difendere il regolare esito del voto, ovvero a impedire nuovi momenti di contestazione i quali, come ovvio, non rispettano alcuna tregua o silenzio elettorale.

Alla narrazione soffocante che descrive un unico campo di tensione tra polizia/istituzioni e terrorismo salafita, mirante a rinsaldare la tenuta delle istituzioni sistemiche democratiche a prescindere dal loro effettivo comportamento, è stata solo la determinazione delle lotte sociali a contrapporsi, sottolineando il ruolo di entrambi gli attori sopracitati nel determinare la situazione attuale nel paese.

Quella di un impoverimento sempre più profondo che si accoppia ad una violenza quotidiana che ha preso le forme negli ultimi mesi di uomini assassinati nelle loro case come Lyu Shaoyo, di ragazzi stuprati con manganelli come Theo, di manifestazioni aggredite con lanci di lacrimogeni ad altezza uomo, di assoluta impunità nei confronti di ogni provocazione poliziesca ai danni di chiunque alzasse la testa contro lo stato di cose presenti.

Da qui si ripartirà, a prescindere dall'esito del voto. Da una società spaccata, divisa, travolta dalla crisi e attraversata da venti razzisti ma anche da agitazioni studentesche moltitudinarie nei licei che continuano a darsi. E' da questa generazione ingovernabile, come ama definirsi, che arrivano le vere speranze di un avanzamento sociale nei quartieri e di un rinnovamento sociale basato su sogni e desideri che non possono trovare alcuna soddisfazione nelle urne..

venerdì 21 aprile 2017

L'ATTENTATO DI DORTMUND DI MATRICE ECONOMICA


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Gridando al lupo al lupo ogni tanto ci si sbaglia benché siamo tutti d'accordo che i tanto bistrattati antenati del cane domestico al confronto con i folli delle milizie Isis siano solo dei cuccioli indifesi,e il caso dell'attentato al pullman del Borussia Dortmund alla vigilia dell'incontro di Champions League della scorsa settimana si è rilevato frutto di una sola mente altrettanto in balia della pazzia.
Ma molto lontano dal terrorismo islamico e che questione di attimi non si è dimostrata letale e tragica come i risultati degli attacchi daesh:infatti un broker ventottenne con cittadinanza tedesca e russa ha escogitato un piano criminale degno di un film per arricchirsi speculando sulla caduta del titolo della compagine tedesca in borsa.
Dalle indagini è infatti emerso che questo delinquente abbia ordito il tutto per proprio interesse economico personale,facendo nuovamente cadere nel terrore una nazione intera che ancora non si è ripresa totalmente dai fatti di Berlino nel periodo natalizio.
Ecco la cronaca del lavoro degli investigatori raccontata da Contropiano(dortmund-lattentato-del-broker-senza-qualita )che hanno portato all'arresto del giovane affamato di soldi così come il nostro modo di vivere vuole.

Dortmund. L’attentato del broker senza qualità.

di Redazione Contropiano
Mentre a Parigi si consuma un altro attacco, in Germania si fa chiarezza sull’attentato di Dortmund, dove degli ordigni erano stati fatti esplodere al passaggio pullman che portava i giocatori del Borussia a disputare la partita di andata di Champion, contro i francesi del Monaco. Un calciatore era rimasto ferito e la squadra tedesca – il giorno dopo – aveva perso l’incontro.
Tutti avevano indicato l’Isis, persino il ministro dell’interno. Un uomo di fede musulmana era stato fermato e poi rilasciato perché risultato completamente estraneo al fatto. Ma l’ombra del terrorismo jihadista aveva continuato ad aleggiare sui cieli di Germania.
Ora la polizia tedesca ha arrestato giovane di 28 anni, con doppia cittadinanza – tedesca e russa – che ovviamente non è affatto un islamista radicale, bensì… un investitore finanziario!
Sergej W. viveva a Tubinga, una città nel sudovest del Paese, nel Land del Baden-Wuerttemberg. Il motivo dell’attentato non ha infatti nulla a che vedere con la religione, a meno di non voler considerare tale la voglia di ricchezza facile.
Il broker d’assalto aveva infatti congegnato il piano prevedendo – come da logica di borsa – che dopo l’attentato il titolo del Borussia sarebbe crollato, facilitando dunque il suo piano speculativo (comporare le azioni della squadra nel momento di massimo deprezzamento per poi rivenderlo – con forti guadagni – quando il ricordo dell’attacco sarebbe svanito tra gli investitori.
Previsione ovviamente esatta, anche perché l’attentatore finanziario si era premurato di spargere “segni” che dovevano portare a individuare l’Isis come responsabile. Non c’è bisogno di aggiungere che ogni mestiere ha la sua professionalità, né che Sergej W. si è rivelato poco “competente” sia come broker (altrimenti non avrebbe avuto bisogno di preparare un attentato per arricchire il proprio portafoglio), sia e soprattutto come “terrorista”.

IL REFERENDUM ALITALIA

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Il comunicato intimidatorio qui sopra e che porta la firma dei sindacati confederali sarebbe potuto essere scritto(e chissà se la mano non sia proprio quella)dai proprietari di Alitalia,in merito al referendum tra i lavoratori che si sta votando in questi giorni.
E che interessano circa 12000 lavoratori tra personale di volo e di terra,e stabilirà se continuare la linea di un peggioramento lavorativo in termini di retribuzioni,orari di turno e condizioni generali con un taglio di personale di 980 persone con ammortizzatori sociali più o meno decenti.
Mentre la stessa Alitalia ed i sindacati attaccati alla gonna dei padroni sono per il sì il sindacato Usb è per il no convinto a questo ennesimo ricatto e a tagli di stipendio ed esuberi che va avanti da quando la compagnia di bandiera è stata privatizzata(vedi:madn lalitalia-deve-tornare-pubblica ).
Gli articoli presi da Contropiano(alitalia-licenziamenti-tagli-al-salario-due-anni-si-ricomincia e referendum-alitalia-ora-cgilcisluilugl-minacciare-lavoratori )parlano dell'accordo firmato da Alitalia e sindacati e del voto referendario che segnerà sicuramente il futuro dei lavoratori...non mi fiderei molto personalmente salire su di un aereo con piloti e personale di volo e di terra stressati e costretti a turni massacranti.

Alitalia. Licenziamenti e tagli al salario, poi tra due anni si ricomincia…

L’agonia Alitalia durerà altri du anni, ma non c’è alcun piano industriale di rilancio. Il pre-accordo firmato al ministero del Lavoro tra governo, azienda e tutti i sindacati (tranne l’Unione Sindacale di Base) contiene tutto quello che l’azienda aveva chiesto (riduzione del personale e degli stipendi), ma in misura minore rispetto alla posizione con cui si era presentata al tavolo di trattativa.
Per chi ha una lunga esperienza di tavoli contrattuali, si tratta probabilmente del vero obiettivo che l’azienda aveva in mente fin dall’inizio. E’ quasi normale, infatti, presentarsi chiedendo 30 per ottenere i 10 a cui puntavi. I numeri sono anche quelli effettivi: Alitalia-Etihad aveva aperto i giochi chiedendo una riduzione dei salari del 30% e alla fine si è “accontentata” di poter tagliare “solo” l’8-10%.
Stesso discorso per gli esuberi tra il personale di terra con contratto a tempo indeterminato (da 1.338 a 980), ma solo grazie a una dose maggiore di ammortizzatori sociali (cassa integrazione per due anni, per cui formalmente il posto di lavoro viene mantenuto anche se non lavori più). A questo risultato contribuisce in parte anche il superamento del progetto di esternalizzazione della manutenzione e altre aree. Il resto è la solita fuffa di ogni crisi industriale (per esempio: l'attivazione di corsi di riqualificazione e formazione); comprese le “misure di incentivazione all'esodo” (dimissioni volontarie in cambio di qualche mese di stipendio).
Per il personale navigante (piloti e assistenti di volo) la situazione è di fatto identica, con un peggioramento drastico soprattutto per i nuovi assunti, che verranno trattati con il contratto CityLiner, molto meno”garantista” soprattutto sul piano normativo (orari, turni, riposi, ecc), oltre che per un salario d’accesso al di sotto di qualsiasi media europea. Prosegue anche l’applicazione dei “contratti di solidarietà” (accettati nella crisi precedente per ridurre, anche in quel caso, il numero dei licenziamenti al prezzo di una drastica riduzione di orario e salario) e vengono intanto da subito ridotti i riposi annuali (da 120 a 108, ovvero uno di meno al mese). Può sembrare una questione inessenziale, a chi vede le cose da lontano, ma qui stiamo parlando di persone che prendono un aereo per lavoro, scendono e vivono con un altro fuso orario per qualche ora o qualche giorno (per i voli intercontinentali) e poi rientrano. Il riposo, qui, è fisiologicamente indispensabile.
Ma è sul piano industriale che… non c’è un piano. Il pre-accordo parla di “necessità di aumentare i ricavi” (diavolo! Una pensata davvero originale…) e si promette qualche volo intercontinentale in più (notoriamente il “lungo raggio” garantisce margini superiori, anche perché per il momento non insidiato dalle compagnie low cost). Si promette anche una ricapitalizzazione, per circa 2 miliardi (ma solo 900 milioni, pare, garantiti dai soci; il resto dovrebbe venire da prestiti bancari), ma nessuna vera svolta strategica.
Di fatto, in questo quadro, si prova a tirare avanti un altro paio di anni (scaricando un po’ di lavoratori e tagliando i salari, chiedendo che si finanzino con soldi pubblici gli ammortizzatori sociali), per poi ritrovarsi al punto di partenza e chiedere altri tagli.
Il pre-accordo verrà ora sottoposto al referendum tra i lavoratori. Ma in queste condizioni, come si è ormai imparato, da Pomigliano ad oggi, si vota con una pistola puntata alla tempia. E c’è pure qualche presunto sindacalista che, uscendo in piena notte dal ministero, ha osato dire che “abbiamo fatto il massimo”…

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Referendum Alitalia. Ora sono Cgil Cisl Uil Ugl a minacciare i lavoratori.

di Redazione Contropiano 
Lo scandalo di Alitalia sono da un lato la proprietà (Etihad più soci italiani, fondamentalmente banche), dall’altra dei sindacati che hanno superato i confini della “complicità” chiesta a suo tempo dal ministro berlusconiano Maurizio Sacconi, per approdare infine al ruolo di “ufficio gestione del personale”.
Il messaggio – scritto! – lanciato ai lavoratori, in vista del referendum, è qualcosa di più che uno scandalo. E’ la lettera che ci si sarebbe attesi dalla proprietà, quella che intima in genere “o accetti questa minestra o ti butti dalla finestra”. Un vero esempio di come si spiegano ai lavoratori le alternative sempre presenti in ogni trattativa che si rispetti.
“Non c’è alternativa” (there is no alternative, Tina) è il messaggio del neoliberismo, fin dai tempi di Margareth Thatcher. E’ il messaggio dell’Unione Europea e della Troika, o quello di Trump ai paesi che lui stesso decide di definire “canaglia”. E’ il messaggio dei padroni, sempre uguale e sempre minaccioso.
E’ diventato il linguaggio di Cgil-Cisl-Uil-Ugl, evidentemente rimaste senza più “narrazioni” da ammannire ai lavoratori.
Come spiegava qualche giorno fa l’Usb – contro cui manifestamente questa lettera “sindacale” è stata scritta – l’alternativa c’è e si chiama “nazionalizzazione”. Certo, se uno ha fatto propri – contemporaneamente – l’orizzonte neoliberista e gli interessi aziendali, questa alternativa non la può neanche concepire. E impazzisce a sentirla nominare…
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Vertenza Alitalia, cronaca di un disastro annunciato

USB: l'alternativa a questo piano non è il fallimento ma l'intervento dello stato. 
L’esito della frenetica e drammatica trattativa sulle sorti di quello che rimane della ex compagnia di bandiera è la cronaca di un disastro annunciato.
Non poteva essere altrimenti in una trattativa basata su un piano industriale giudicato da tutti gli esperti del settore come totalmente fallimentare, sostenuto solo dai soldi pubblici degli ammortizzatori sociali e dal “bancomat” di tagli pesantissimi sul costo del lavoro, senza alcuna prospettiva seria di sviluppo e condizionato dall'ultimatum posto dagli azionisti sull’accettazione dell'accordo, pena il “presunto fallimento” dell’Azienda.
USB, insieme ad altre forze sindacali Alitalia aveva fin da subito ritenuto che una trattativa con questi presupposti non avrebbe portato che a un esito del genere. Per questo aveva aperto sin dall'inizio una vertenza che ha visito 4 scioperi e grandi momenti di mobilitazione per reclamare una soluzione politica per il futuro dell’Azienda e di tutto il settore. Occorreva mettere in discussione alla radice il piano industriale presentato e chiedere l’intervento del governo sia per un ingresso diretto nella gestione dell’azienda, sia per la regolamentazione di un settore ultra-deregolamentato.
Il “verbale di confronto” partorito ieri sera alla presenza di quasi tutto il governo e delle massime cariche di cgil, cisl, uil e ugl, avalla il piano, certifica esuberi che sono creati da cessioni di attività aziendali, taglia in modo insostenibile il costo del lavoro del personale navigante sulla scorta delle richieste aziendali e soprattutto accetta integralmente il ricatto alla base di una trattativa completamente sbagliata. Tra l'altro non sono state accolte alcune condizioni minime che USB aveva posto almeno come argine agli effetti negativi per i lavoratori, come ad esempio alcuni interventi sui diritti salariali acquisiti. Come non c'è alcuna intervento sulla ulteriore mattanza dei precari e nessuna accenno, neanche minimo, alla riforma del settore.
Le parti firmatarie affermano che questi punti rappresentino la massima mediazione possibile e lasciano la patata bollente in mano ai lavoratori in un referendum il cui tema sarà “o accetti tutto questo o l’azienda fallirà”, trasformando un momento democratico in una tagliola.
I lavoratori Alitalia, dopo decenni di sacrifici e di tagli occupazionali, non meritavano di essere messi di nuovo in una condizione del genere; era compito di tutto il sindacato, della politica e delle istituzioni fare in modo che il Piano fosse un reale progetto di rilancio.
Si poteva e si doveva fare; non è vero che l'alternativa è soltanto il fallimento. L'alternativa esiste e si chiama intervento diretto dello stato. Non averlo fatto è una scelta politica del governo e dei sindacati firmatari che USB condanna con fermezza.
I prossimo giorni saranno decisivi e USB lavorerà perché i lavoratori Alitalia possano esprimere nel modo più visibile ed efficace possibile il loro dissenso.

giovedì 20 aprile 2017

LA SCELTA COERENTE DEL PD

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Già negli ultimi anni c'era stato un distaccamento tra il Pd e tutto quello che racchiude il popolo del 25 aprile che non necessariamente è solo Anpi,comunisti e antifascisti,e quest'anno questa divisione è stata netta e dettata da alcuni dei quadri del partito.
Ed è caduta nel tranello la Brigata ebraica che quest'anno non parteciperà alle manifestazioni indette per l'appunto dall'Anpi perché presenti anche le associazioni palestinesi,mentre da circa quarant'anni,magari con screzi e non mano nella mano si è sfilati assieme in questa data.
Poco male per un partito che ha messo la persona ed alcune delle sue libertà a rischio,che sta calpestando diritti basilari come quelli in campo lavorativo,sanitario ed educativo:va da se che questa autoesclusione(l'Anpi non ha vietato agli ebrei e al Pd di partecipare e ci mancherebbe)è un naturale stadio evolutivo(lo chiamerei involutivo)di un gruppo che sta facendo politiche peggio della peggior destra avvicendatasi ai governi degli ultimi anni,molto peggio dei governi del pentapartito e della dc.
Ma l'Anpi paga certamente il suo voto contro le modifiche costituzionali al referendum,sperando che il diktat non venga seguito da tutti gli esponenti politici,i simpatizzanti e gli elettori Pd:questo ed altro nei due contributi di Contropiano(politica-news )e Left(/left.it/ ).

25 aprile. A Roma il Pd si sfila di nuovo. Con lui gli ultrà della comunità ebraica.

Le manifestazioni del 25 aprile, in particolare a Roma e Milano, tornano ad essere motivo di scontro politico. In un certo senso è uno scontro doveroso e motivato, anche se da troppo tempo è scomparso, almeno nelle manifestazioni ufficiali, ogni richiamo all’attualità dell’antifascismo a fronte di un rafforzamento dello squadrismo e della cultura neofascista nel paese.
I fatti come noto ruotano intorno alla difficile – poi diventata impossibile – convivenza nelle manifestazioni del 25 aprile delle bandiere palestinesi insieme a quelle israeliane. Entrambe, negli anni passati – fin dagli anni Settanta – erano sempre state nei cortei, magari guardandosi in cagnesco e tenendosi a distanza, ma senza scontri diretti. Nessuno, tra l’altro, ha mai contestato la presenza della Brigata Ebraica nel corteo che celebra la Resistenza e la Liberazione del paese dal nazifascismo, in quanto è una associazione combattentistica come le altre che a questa hanno dato un contributo. Nelle manifestazioni del 25 aprile da sempre partecipano delegazioni di organizzazioni impegnate nella resistenza dei popoli e la difesa dei propri diritti, dai curdi ai circoli di latinoamericani. Insomma è sempre stata una giornata che ha connesso antifascismo e internazionalismo senza problemi, anzi.
Lo scontro è aumentato una quindicina di anni fa con la Seconda Intifada. L’involuzione reazionaria e identitaria di una parte della comunità ebraica, ha visto aumentare i tentativi di delegittimare la presenza dei palestinesi fino ad arrivare a intimidazioni o aggressioni a esponenti palestinesi alla partenza del corteo del 25 aprile. Quindi dopo anni di “bassa intensità”, le comunità palestinesi e le associazioni di solidarietà decidono di organizzare e tutelare il diritto dei palestinesi e della loro Resistenza a stare a pieno titolo nei cortei del 25 aprile.
Ad alzare la tensione negli ultimi sette/otto anni, è la decisione di utilizzare lo schermo della Brigata Ebraica per portare in piazza le bandiere dello Stato di Israele, che è cosa ben diversa. Per quanti sforzi facciano le autorità di Tel Aviv e le ambasciate, la bandiera israeliana viene percepita come un simbolo di oppressione e non di liberazione. E così sarà fine a quando durerà l’oppressione coloniale contro il popolo palestinese. Difficile guardare con simpatia alla bandiera di uno Stato colonialista e militarista.
Le dinamiche si sono poi differenziate tra Roma a Milano. Nella Capitale l’Anpi è attraversata da un ampio dibattito e confronto derivato dalla nascita di molti circoli giovanili associati. Da alcuni anni l’Anpi di Roma ha scelto la connessione sentimentale con il proprio popolo piuttosto che l’obbedienza ai quartieri generali del Pd o ai diktat di una parte della comunità ebraica. A Milano l’Anpi è blindata da un PD che nella “capitale economica” trova l’humus sociale e culturale adatto per le sue involuzioni moderate (su alcuni aspetti) e oltranziste (su altri). Un Pd che vorrebbe un 25 aprile ripulito da ogni contenuto politico antifascista ma più che tollerante con i fascisti che organizzano manifestazioni provocatorie nel giorno della Resistenza. Spietato contro i palestinesi, complice con le malefatte del governo israeliano.
"Purtroppo ancora una volta a Roma il corteo dell'Anpi è diventato elemento di divisione quando dovrebbe essere invece l'occasione di unire la città intorno ai valori della resistenza e dell'antifascismo. Per questo, come già l'anno passato, non parteciperemo" ha annunciato il commissario del Pd di Roma, Matteo Orfini. Al corteo non parteciperà neanche la Comunità ebraica di Roma (rappresentativa però di una minoranza della comunità, ndr). Ci sarà invece la componente progressista della comunità ebraica, quella che negli anni non ha mai avuto problemi a confrontarsi o sfilare in corteo insieme ai palestinesi.
Quella del Pd e quella degli ultrà sionisti saranno due assenze al corteo di Roma di cui pochi sentiranno la mancanza il 25 aprile, la giornata dedicata a chi resiste e lotta per la liberazione, anche oggi. L'appuntamento lunedi 25 aprile è alle ore 9.30 in piazza Caduti della Montagnola per un corteo che raggiungerà Porta San Paolo attraversando i quartieri popolari di Tormarancio, Garbatella, Ostiense.

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E' vero,questo Pd non c'entra nulla con l'Anpi.
di Giulio Cavalli
Ma davvero qualcuno pensava che il Partito Democratico, questo Partito Democratico di bulletti che ballano sulle loro stesse macerie, avrebbe perdonato all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia il fatto di avere preso posizione nelle ultime vicende politiche italiane (referendum costituzionale in testa) piuttosto che dedicarsi agli unguenti e all’imbalsamatura?
Ma davvero serviva lo sbiadito Orfini per ricordarci che i punti fondativi dell’ANPI (Restituire al Paese una piena libertà e favorire un regime di democrazia per impedire in futuro il ritorno di qualsiasi forma di tirannia e assolutismo; valorizzare in campo nazionale e internazionale il contributo effettivo portato alla causa della libertà dall’azione dei partigiani; far valere e tutelare il diritto dei partigiani, acquisito, di partecipare in prima linea alla ricostruzione morale e materiale del Paese; promuovere la creazione di centri e organismi di produzione e di lavoro per contribuire a lenire la disoccupazione) non hanno nulla a che vedere con un partito che ha svenduto i diritti del lavoro (e dei lavoratori) in cambio di qualche lisciata di pelo (e qualche sacco di voti) dai capitalisti senza capitale?
Ma davvero si può pensare che questa truppa democratica abituata a credere che “parteggiare” sia sinonimo di “servire” possa sfilare al fianco di chi ha parteggiato perché sa da che parte stare piuttosto del “con chi”? Ma davvero si sarebbe potuto immaginare vedere sfilare a fianco dell’ANPI quegli stessi deputati che hanno sparato contro i partigiani durante la campagna referendaria dividendo i “partigiani veri” dai “partigiani falsi” per farsi notare dal capo mentre scodinzolavano?
Scriveva Italo Calvino: «D’accordo, farò come se aveste ragione voi, non rappresenterò i migliori partigiani, ma i peggiori possibili, metterò al centro del mio romanzo un reparto tutto composto di tipi un po’ storti. Ebbene: cosa cambia? Anche in chi si è gettato nella lotta senza un chiaro perché, ha agito un’elementare spinta di riscatto umano, una spinta che li ha resi centomila volte migliori di voi, che li ha fatti diventare forze storiche attive quali voi non potrete mai sognarvi di essere!»
Buon giovedì.

mercoledì 19 aprile 2017

OTTANT'ANNI E NON DIMOSTRARLI...NESSUN UOMO E' ILLEGALE

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Si tende a pensare che le leggi razziali in Italia,copia e incolla del fascismo di quelle della nazista Germania(nemmeno una decenza decisionale dei ratti di fogna),siano state studiate,approvate ed applicate dal 1938,ma la prima in ordine temporale è proprio del 19 aprile del 1939 che vietava matrimoni misti nelle terre coloniali e rapporti sessuali misti tra italiani ed africani.
Già se n'era parlato in precedenza(madn lanniversario-delle-leggi-razziali )ma quest'anno così come accadde nel 2009 durante uno dei governi Berlusconi(madn le-nuove-leggi-razziali )dove il bastone leghista profetizzato da Porchezio venne legittimato,c'è un decreto nuovo che è quello Minniti-Orlando che parla di repressione sui migranti basata proprio sulla razza,sulla provenienza e sul credo religioso:tutti omessi tra le righe ma questo non fa altro che aumentare la pena morale ed umana di questo decreto(madn il-decreto-bis-minniti-sullimmigrazione è palesemente incostituzionale ).
Quindi nel contributo odierno preso da Senza Soste(ottantanni-le-prime-leggi-razziali-italia-incubo-ieri-spauracchio-domani )non potevano mancare questi due riferimenti così lontani per l'età ma così attuali in quanto ancora esistenti nonostante siano passati ottant'anni:siamo un paese senza memoria e con politici osceni.

19 aprile 1937 – Ottant’anni fa le prime leggi razziali in Italia: incubo di ieri, spauracchio di domani.

di Margherita Scalisi, tratto da Artspecialday

Ottanta anni fa, il 19 aprile 1937, in Italia e nelle colonie diventava legge il Regio Decreto Legislativo numero 880, la prima legge “di tutela della razza” promulgata dal regime fascista, riferito in particolar modo a tutti gli italiani che vivevano nelle allora colonie italiane in Africa, Somalia, Eritrea, Etiopia e Libia. Le leggi razziali erano diventate realtà.
Cosa si intende per “leggi razziali”? Sono tutte quelle leggi basate sul principio di discriminazione razziale: discriminare degli esseri umani solo perché di etnie diverse dalla nostra, fondamentalmente, e farlo anche a livello legale e istituzionale. Per chi non è di corta memoria storica, sicuramente questa definizione fa venire in mente le leggi razziali fasciste, promulgate dal regime di Benito Mussolini in Italia dal 1938, e da molti storici considerati il vero e proprio prologo della Seconda Guerra Mondiale.

Quello che molti ignorano, però, è che le leggi razziali contro gli ebrei non furono le prime promulgate nel nostro paese: no, il triste primato di prima legge razziale lo detiene proprio il Regio Decreto Legislativo del 19 aprile 1937, denominato Sanzioni per i rapporti d’indole coniugale tra cittadini e sudditi. Con questo decreto lo stato italiano vietava definitivamente il matrimonio misto e la pratica del madamismo, cioè il concubinaggio con donne africane. Il decreto 880 non rappresentò nient’altro che l’apice della campagna razzista del regime nei confronti degli abitanti delle colonie.

Fu un apice tanto orrendo quanto predetto, perché la retorica del regime da anni aveva speso fiumi di parole nell’esaltare la “superiore purezza delle razza italiana”, esasperatamente messa a confronto con tutte le altre razze ritenute inferiori. L’atteggiamento del regime fascista nei confronti dei matrimoni misti – e soprattutto dei figli nati da questi matrimoni – si basava fondamentalmente su due elementi: l’assoluta necessità di una «politica demografica» che salvaguardasse la razza bianca da una parte, e il problema della denatalità dall’altra, secondo Mussolini una delle piaghe principali del paese. In un’escalation di misure sempre più restrittive e razziste nei confronti non solo dei figli di matrimoni misti, ma anche contro le popolazioni locali, si arrivò al decreto 880: gli italiani che si “macchiavano” della colpa di concubinaggio con una donna africana o, peggio ancora, di matrimonio rischiavano da 1 a 5 anni di reclusione, in quanto commettevano due delitti, uno biologico e uno morale. Il primo consisteva nell’accusa di «inquinare la razza», mentre per quello morale la colpa era di «elevare» l’indigena al proprio livello, perdendo così il prestigio che derivava dall’appartenenza alla «razza superiore».

Fu questo il decreto che aprì le porte alle leggi razziali prevalentemente contro gli ebrei, promulgate per la prima volta nel 1938: le stesse motivazioni pseudo scientifiche che vennero date per il decreto 880/37 vennero riutilizzate per motivare le leggi razziali emanate dal regime negli anni successivi.

Quella delle leggi razziali, e della segregazione che ne consegue, diretta conseguenza,  è una storia nota e tristemente diffusa in tutto il mondo e nella storia: da quella, secolare, nei confronti degli Ebrei, costretti a riunirsi nei ghetti, a quella dei neri; dall‘apartheid in Sudafrica (durato formalmente fino al 1994) a quello negli Stati Uniti, abolito con le grandi rivolte per i diritti civili di fine anni Sessanta a forza di I have a dream e a ritmo di We shall overcome.
Eppure sarebbe un errore considerare queste leggi come un qualcosa del passato, perché queste in alcuni paesi sono ancora una realtà contemporanea e viva: basta guardare a paesi come Malesia, India, Mauritania o Yemen.

E anche adesso, nel 2017, nella democratica e moderna Europa si stanno affermando in diversi paesi partiti xenofobi che in maniera più o meno manifesta propugnano la non contaminazione con gli immigrati, i profughi, i disperati. In Ungheria Orbán, oltre al muro di filo spinato lungo il confine con la Serbia, adesso applica la detenzione sistematica di tutti i profughi che arrivano nel Paese, collocandoli in container lungo la frontiera con Croazia e Serbia. Al coro si uniscono anche Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, in nome della difesa dell’ì’omogeneità culturale e religiosa della regione, riconquistata solo dopo il crollo dell’Unione Sovietica. A questo si sommano anche vari tentativi di revisionismo storico e rilettura di fatti conclamati, con Marine Le Pen che nega la collaborazione del Regime di Vichy nello sterminio degli Ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale e l’affermarsi in diversi paesi del nord Europa di partiti che fanno dell’omogeneità culturale e etnica il loro grido di battaglia.
Ecco, è questo il monito e l’attenzione che dobbiamo porre verso fatti che ci appaiono lontani: lo scoprire che il demone dell’intolleranza e dell’odio e i germi del suprematismo razziale sono ancora vivi e vegeti: il nostro impegno deve essere quello di prosciugare l’acqua di coltura nella quale questi germi di intolleranza rischiano di moltiplicarsi, e crescere.
Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura
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80 anni dopo c’è invece il Decreto Minniti, approvato pochi giorni fa dal Partito Democratico, ecco cosa prevede.
tratto da Je so’ pazzo

La legge razziale di Minniti e Orlando

Qualche giorno fa la Camera ha approvato il decreto: “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonchè per il contrasto dell’immigrazione illegale” firmato Minniti-Orlando.

Il decreto è stato, dunque, convertito in legge. Come era già successo il 29 marzo al senato, il governo Gentiloni sceglie di sottrarsi al confronto democratico e chiede la fiducia alle Camere per accelerare i tempi ed impedire qualsiasi tentativo di modifica tramite emendamenti parlamentari. Questa operazione, che scivola su quel terreno di procedure e disegni autoritari che già denunciammo durante il referendum costituzionale, è avvenuta dopo che il Consiglio Nazionale dei Magistrati e l’Associazione Nazionale dei Magistrati avevano espresso un fermo ed allarmato dissenso proprio contro il decreto in questione…
Addirittura il Presidente della Cassazione aveva rincarato: «Pretendere la semplificazione e razionalizzazione delle procedure non può significare soppressione delle garanzie. In alcuni casi non c’è neppure il contraddittorio come si può pensare allora al ruolo di terzietà del giudice?».
Insomma non le voci dei soliti centri sociali o delle associazioni che operano con le comunità migranti, i richiedenti asilo, e così via…
Ma cosa prevede di così razzista la nuova legge Minniti-Orlando?

Il principio di uguaglianza formale viene messo in discussione!
Secondo la nuova normativa la comparsa del ricorrente, richiedente protezione internazionale, diventa solo eventuale nel processo di primo grado, un rito camerale senza udienza; mentre il secondo grado viene, letteralmente, abolito ed il giudizio di legittimità è, di nuovo, tendenzialmente camerale. Che significa praticamente? Che il migrante non avrà più modo di parlare, spiegare, essere ascoltato da un giudice o una commissione rispetto alla propria condizione di vita, alla propria storia, a ciò che ha subito, non avrà possibilità di contradditorio, etc. ma la decisione passerà attraverso l’esame di una sua video-intervista!
Una legge che entra in diretto contrasto con l‘articolo 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, e con la Costituzione Italiana, in diversi punti!
L’udienza per il richiedente è così eliminata e il principio della pubblicità del giudizio non sarà più rispettato per una fascia di popolazione.

Tornano i centri di detenzione per migranti!

Sotto il nome di CPR (centri permanenti per il rimpatrio) vengono reintrodotti le strutture di detenzione per i cosiddetti “irregolari”. I centri passeranno dagli attuali 4 CIE a 20 CPR, uno per Regione!
A che sono serviti i CIE negli anni passati? Assolutamente a nulla, se non a trattenere decine di migliaia di persone in condizioni disumane, com’è stato ampiamente documentato dal lavoro di associazioni, comitati e movimenti di solidarietà che hanno effettuato visite, ispezioni e hanno raccolto testimonianze all’interno dei centri.
Farebbe ridere se non fosse una tragedia, ma i CIE non hanno mai, neppure lontanamente, assolto al compito per cui sono nati. Infatti, i rimpatri realmente effettuati sono stati al massimo di qualche decina! Un incredibile sperpero di fondi pubblici che potevano essere utilizzati per altri scopi sociali e che vengono così spesi per soddisfare il sadico capriccio di qualcuno, per rinsaldare quel legame (assolutamente privo di fondamenti altri!) tra “sicurezza interna” e “immigrazione”, per cui i migranti, pure se non compiono reati, finiscono dritti dritti in galera…
Il principio che li tiene aperti è davvero quello che sta alla base delle galere etniche, dei lager: il detenuto non è qualcuno che ha compiuto reati contro beni o persone, ma è tale in base al proprio status giuridico! Centinaia di volte, negli ultimi anni, nei CIE si sono moltiplicati casi di suicidio, autolesionismo e vere e proprie rivolte contro un sistema di detenzione violento e ingiusto…fino a che il buon Minniti in combutta con Orlando, decidono di aprirne uno per regione! Alla faccia della democrazia e dello stato di diritto!

La schiavitù reintrodotta per legge!
Proprio così, pensavamo di essercene liberati 400 anni, e invece no…Lo Stato Italiano, in grande spolvero, ripropone in Europa la schiavitù del lavoro “volontario” non salariato!
Tu rifugiato ospitato a casa nostra negli hotel 5 stelle – come vi abbiamo mostrato con il Controllo Popolare nei Cas, no? – devi dimostrare gratitudine e riconoscenza a chi sostiene guerre nei tuoi paesi, e chi ha saccheggiato e continua a saccheggiare con il made in italy di Eni, Benetton, Finmeccanica, Beretta, e via così…e devi essere tanto riconoscente, devi tanto sforzarti per farti accettare dalla comunità, come se chissà che crimini avessi da espiare e quali colpe da scontare, da prestare un servizio volontario, e cioè spendere il tuo lavoro, la tua forza, le tue braccia senza essere pagato. Tanto che hai da perdere tu? E invece quanto hanno da guadagnare pubblico e privati del terzo settore che potranno intascarsi fondi europei destinati a immigrazione e asilo (così è scritto nel decreto) invece di utilizzarli per retribuire chi dovrebbero?
La nostra non è un’analisi approfondita del decreto, solo un primo commento con le cose che da subito ci sono balzate all’occhio. Siamo preoccupati, non lo nascondiamo, perché intorno a questa storia echeggia un silenzio assordante. Le prese di parola, seppure provenienti da alcune istituzioni, rimangono pochissime. Così una vera e propria legge razziale passa, tutto sommato senza troppi problemi, promuovendo, diffondendo sul territorio, abituando il popolo a convivere con una forma occidentalizzata di un apartheid contro delle minoranze.
Istituire galere apposite e tribunali speciali in base al discriminante della cittadinanza è un’involuzione razziale della quale dobbiamo tutti e tutte prendere coscienza. L’accelerazione nella chiusura degli spazi di agibilità democratica è oggi un chiaro segnale di dove ci vuole portare chi governa oggi: il partito democratico verso la costruzione di un discorso sulla sicurezza come “bene comune” che in realtà diventa sempre di più l’alternativa destroide alla destra esistente. Minniti e Orlando oggi forse sono riusciti a superare Bossi, Fini, e anche Maroni…
A tutto questo non ci dobbiamo abituare! Nessun progetto per la trasformazione di questo paese può prescindere dal contrasto a questa legge razziale e alle pessime conseguenze che verranno…
NESSUN UOMO E’ ILLEGALE!